seconda parte
Già nelle sue prime analisi (molte in collaborazione con E. Magno Caldognetto) sottolineava che i gesti rispondono a una precisa codificazione culturalmente definita tale che, se non eseguiti secondo tali norme, possono non essere riconosciuti e dunque interpretati. A partire da ciò, e dalla convinzione che scopo della gestualità è la comunicazione; che ciascun gesto è considerabile come un’unità; che tale unità è traducibile in parole o frasi di una lingua; che tale traducibilità pone il rapporto tra il linguaggio gestuale e il linguaggio verbale di ogni comunità su un piano non dissimile da quello che nel linguaggio verbale intercorre tra lingue diverse,
Poggi perviene alla conclusione che si possano creare dei REPERTORI GESTUALI nei quali ogni unità gestuale possa essere descritta, non diversamente dalle unità lessicali di un dizionario, sia dal punto di vista del significante sia dal punto di vista del significato. Approntata dunque una partitura, un armamentario descrittivo (riferimento imprescindibile, in Italia, per quanti affrontano lo studio della gestualità: e noi, a Pisa, abbiamo fatto ricorso a Lei in più occasioni), in maniera sistematica fornisce le informazioni primarie, costitutive del gesto: i suoi aspetti percettivo-motori, il suo significato (cioè aspetti concettuali e di immagine mentale ad esso connessi, quali ambiguità, polisemia, sinonimia), il rapporto tra gesto e significato (iconico, arbitrario), la variabilità d’uso (distribuzione geografica, rapporti semasiologici e onomasiologici, variabilità sociale, stilistica, di registro, di sottocodice). In questo modo ha costruito il lessico dei gesti, il cosiddetto GESTIONARIO, comprensivo anche dell’alfabeto, ispirandosi alla cherologia delle lingue dei segni. Al Gestionario, con step di approfondimenti successivi, è seguito il presente OCCHIONARIO, in cui l’intera area degli occhi è analizzata come un sistema di comunicazione alla cui descrizione sono applicabili gli strumenti dell’analisi linguistica già utilizzati per l’analisi dei gesti manuali, e in cui una serie di regole mette in corrispondenza segnali e significati, immagazzinata stabilmente nella memoria semantica dei comunicanti. Ci viene offerta pertanto una descrizione sia formale che funzionale del lessico degli occhi, con punto di vista sia internalista, cioè come conoscenza interna alla mente (competenza), sia esternalista, cioè sugli usi esterni, e le cui comuni caratteristiche sono riconducibili a principi innati, biologici, con variazioni parametriche, aperte: coglie non solo la ricchezza semiotica degli occhi, ma anche e soprattutto riesce ad associare al singolo variare di molti dei parametri individuati precisi cambiamenti di significato.
E proprio perché sistema, come in tutti i sistemi di comunicazione anche nell’OCCHIONARIO è presente la possibilità della creazione estemporanea di gesti, gesti “creativi”, dunque, non diversamente da quanto constatiamo nella quotidianità, come quando il bambino piccolo dice di voler andare dal “budinaio”, creando una nuova parola, non presente nel nostro lessico mentale ma che tutti, grazie alla sua natura motivata, quindi in certa misura iconica, capiamo. Anche nella descrizione delle unità costitutive del segno degli occhi, gli optemi, IP si trova di fronte alle stesse difficoltà che da sempre presenta la descrizione dei cheremi nelle Lingue dei Segni. Queste difficoltà nascono dall’impropria utilizzazione delle categorie di analisi delle lingue vocali e che hanno portato, da Stokoe in poi, a dover considerare il segno delle LS come una “duplice entità”: morfema e parola (in quanto portatore di significato lessicale), da cui la duplice natura delle sue componenti, interpretate come fonemi all’interno dell’unità lessicale e come morfemi in quelle grammaticali. Non solo, ma anche a considerarle unità di seconda articolazione che, combinandosi, formano le unità di prima articolazione, risultando tuttavia anche portatrici di significato. È il retaggio dell’approccio assimilazionista che, soprattutto all’inizio degli studi sulle LS, trovava una giustificazione nella necessità di affermare la natura linguistica di queste lingue (per un obiettivo quasi di carattere ideologico) e che portava, dunque, alla generale tendenza a evidenziare prevalentemente i tratti comuni tra le due modalità. Le LS venivano (e per lo più continuano a essere) indagate con gli stessi strumenti teorico-metodologici e sperimentali (o con modesti adattamenti): le analisi mirano a evidenziare come, al di là di differenze ricondotte alla sostanza dei significanti, le strutture soggiacenti siano fondamentalmente simili. E ciò soprattutto all’interno dell’approccio generativista. Emblematico ed estremamente esplicativo, in questo senso, è il concetto formale di sillaba: la maggior salienza acustica del nucleo sillabico (massimo di sonorità) trova il suo omologo, nella sillaba segnica, nella maggior salienza visiva, per cui nucleo della sillaba è il cherema del movimento.
Come ho ricordato, con il diffondersi della LC, perdendo il linguaggio la sua natura di modulo autonomo rispetto alle altre facoltà superiori dell’uomo, visto come un sistema incorporato nelle proprietà senso-motorie del corpo inserito in una dimensione sociale, si è reso possibile un mutamento, da parte di molti, nell’approccio alle LS, di cui si studiano, a questo punto, soprattutto gli elementi peculiari proprio perché tali elementi possiedono, nell’ottica della LC, una dimensione semiotica in più (accanto al “dire” hanno il “mostrare”), essendo radicate in un processo di iconizzazione dell’esperienza percettiva pratica. La rivoluzione paradigmatica della LC ha un impatto rilevante anche per lo studio della gestualità coverbale: non solo perché questa condivide la materia del significante e presenta proprietà almeno in parte paragonabili, ma anche per il riconosciuto importante ruolo nell’atto comunicativo. Inoltre, la messa in discussione, almeno da parte di alcuni, di certezze granitiche riguardo alle LV sembra ulteriormente incrementare il distacco dall’approccio assimilazionista e dagli sforzi di “adattare” la struttura visiva a quella fonica, riducendo la distanza tra i due sistemi. La mancanza di discretezza e segmentabilità, di cui soffre il Segno delle LS e il gesto, manuale e “ottico”, per alcuni linguisti è messa in dubbio anche per il fonema, l’unità discreta e segmentale per antonomasia, alla base della nozione di doppia articolazione, una delle caratteristiche considerate fondamentali del linguaggio umano.
Ma nel parlare connesso, quello della realtà discorsiva, il passaggio da un punto all’altro del segnale e le variazioni degli indici acustici e articolatori sono di fatto graduali e continui. L’unità segmentabile è di fatto il risultato della cooperazione in parallelo di diversi articolatori (laringe, lingua, velo palatino, labbra) le cui rispettive attività non hanno la stessa estensione temporale e in cui gli attacchi e gli stacchi non sono bruschi, ma graduali, dando luogo a fenomeni di coarticolazione, vasta e pervasiva (cosa che mette in dubbio la stessa validità di prova delle coppie minime, che tuttavia IP non rinuncia a cercare e a trovare), dove la transizione tra la posizione iniziale e finale del percorso articolatorio non mostra alcun segnale di discontinuità. Sono sufficienti pochi banalissimi esempi. Consideriamo le consonanti, le mutae per se non sonant degli antichi: se /n/, viene fatta seguire artificialmente da una vocale non nasalizzata, il risultato percettivo prevalente sarà /d/, perché il riconoscimento della nasalità di una consonante è affidato prevalentemente alle caratteristiche delle vocali adiacenti; una qualsiasi consonante seguita da /i/ sarà articolatoriamente e percettivamente diversa dalla stessa consonante seguita, ad esempio, da /u/. La stessa distinzione tra consonanti sorde e consonanti sonore non è intrinseca al singolo segmento, ma è dovuta al cosiddetto VOT (Voice Onset Time), che è più lungo nelle sorde che nelle sonore. La lunghezza vocalica è determinata dal contesto sillabico di cui è nucleo; e i dittonghi sono bifonematici o monofonematici? Del resto, i molti esperimenti sulla percezione della parola estrapolata dal contesto, linguistico e/o multimodale, ne diminuiscono la comprensibilità. E, dunque, da parte di molti, si propone una prospettiva non segmentale, ma olistica, in cui l’unità linguistica della percezione e della elaborazione è la parola fonologica (e Albano Leoni parla, con immagine suggestiva, di “volto fonico delle parole”) o il sintagma o comunque un’unità significativa colta nel suo essere nel discorso, dunque in una dinamica semantica. E dunque, IP non deve spiegare, ad esempio, il fatto che al parametro dell’apertura delle palpebre è associato a un significato relativo “all’attivazione /non attivazione” dell’attenzione (palpebre spalancate è associato a un significato di “alta attivazione”; palpebre superiori semichiuse al significato di “de-attivazione”).
Il significante delle LV si presenta dunque soggetto a una parziale revisione, sia in merito alla sua natura discreta e segmentabile, sia per il maggior ruolo, nel meccanismo della significazione, delle componenti soprasegmentali come l’intonazione (e paralinguistiche, come i gesti), sia per il non improbabile nesso tra suono e significato, come segnalano le onomatopee, il fonosimbolismo, gli ideofoni (talora ideofeni), di cui molte lingue, soprattutto dell’Africa, tra cui somalo e hausa, sono ricchissime, segnalando come l’iconicità, la bestia nera, per i linguisti, delle Lingue dei Segni, è presente anche nelle lingue vocali. Nell’esperienza quotidiana, in particolare del baby talk, ma non solo, si fa regolare ricorso a modalità iconiche quale l’accelerazione o il rallentamento del ritmo, l’aumento del volume, la ripetizione di parole, l’ordine lineare degli eventi (il veni vidi vici di cesariana tradizione). Le LV non sono estranee al principio organizzatore, semiogenetico, dell’iconicità, da non intendersi, come è ovvio, quale relazione obiettiva tra immagine e referente e ciò neppure nella modalità visiva, dove gesti segni, condividendo più aspetti della realtà fisica, risultano più iconici di una rappresentazione acustica. Il “mostrare” appartiene alla dimensione propriamente linguistica nelle LS e appartiene per lo più al paralinguistico nelle LV. Ma la concezione integrata dell’atto linguistico cambia il quadro, legittimando (anzi, rendendo necessario) l’ampliamento del raggio di indagine e la dimensione della concezione del linguaggio.
continua…
