terza e ultima parte
In occasione della presentazione del suo ultimo libro “Il mistero svelato”, Diari Toscani incontra l’autrice Donatella Tognaccini. Nata a Gaiole in Chianti, vive a Monti in Chianti. Professoressa di Materie letterarie e Latino al Liceo Scientifico “Galilei”. Appassionata d’Arte, Letteratura e, da dilettante, della Fisica quantistica. Ama viaggiare e conoscere le tradizioni di altri popoli. È attratta dal passato, ma incuriosita dal futuro. Per lei l’ozio è un momento di pausa che prelude sempre a qualcosa di creativo.

Nel suo libro lei mette a confronto il culto di Ercole con quello di San Donato, perché?
Si ritiene che il culto di San Donato sia stato introdotto a Perano dai longobardi. Essi amavano molto sia San Michele Arcangelo che San Donato d’Arezzo. Quest’ultimo fu decapitato nel IV secolo (362 d.C.) e ben presto, alla fine del IV secolo, divenne il santo protettore dell’epilessia. Nella zona di San Donato in Perano vicino a Cetamura era praticato il culto di San Donato d’Arezzo. Osservando le analogie tra le caratteristiche dell’Ercole etrusco-romano e i miracoli di San Donato d’Arezzo, possiamo osservare un incredibile sincretismo. Un solo esempio: Ercole faceva sgorgare l’acqua dalle rocce, San Donato riusciva a farlo con la preghiera.
E la correlazione con San Michele Arcangelo qual è?
Il culto di San Donato d’Arezzo e quello di San Michele Arcangelo furono modi diversi per raccontare una stessa storia ovvero la lotta contro il demonio. La clava di Ercole sopravvisse nel ‘bastone di San Donato’. Ancora oggi ci sono processioni, soprattutto nell’Italia meridionale, in cui, dietro la statua di questo santo, viene portata un’asta che ricorda la clava di Ercole avvolta da un panno rosso, che rimanda forse alla leontè, la pelle di leone. Quindi l’iconografia di San Michele Arcangelo e di San Donato deriva ‘ab ovo’ in entrambi i casi da aspetti legati alla figura di Ercole.
Quindi la figura di Ercole si trasforma?
Certamente! Non poteva più essere adorato, dato l’avvento del cristianesimo, ma la presenza di Ercole nella vita delle persone non andò perduta e si trasformò nelle prerogative e in alcune caratteristiche di San Donato d’Arezzo e di San Michele Arcangelo.

Ci sono alcune malattie che lei descrive nel libro, sempre legate alle divinità e sempre correlate alle rappresentazioni sulle monete: “Morbo erculeo”, “Mal di luna” e “Mal di San Donato”, tutte riconducibili all’epilessia...
Il santuario di Cetamura, dove è stata rinvenuta una pietra ritenuta oracolare, credo fosse importante per i culti legati alla malattia dell’epilessia e alle malattie legate alla testa. Sul verso della moneta più antica del tesoro di Cetamura è presente la raffigurazione di una divinità: la dèa Diana, che era collegata alla luna, infatti è rappresentata con una mezzaluna sulla testa. Diana era associata alla potenza della natura, ma anche al mondo sotterraneo. Nell’antichità l’epilessia veniva curata nei santuari tramite divinità profetiche legate al mondo sotterraneo. Il sincretismo delle figure e dei culti di San Michele Arcangelo e di San Donato d’Arezzo è molto interessante. La bilancia che San Michele tiene in mano rimanda alla funzione della clava di Ercole al pari del ‘bastone di San Donato’. Ercole, in un momento di pazzia, uccise la moglie e i figli, dopodiché per purificarsi e rendersi un uomo migliore affrontò le famose fatiche. San Donato in alcune raffigurazioni tiene in mano una mezzaluna. Egli viene adorato come protettore degli epilettici e l’epilessia era detta ‘morbo erculeo’, ‘mal di luna’, ‘male di San Donato’.
Quindi le persone si recavano al Santuario e cosa facevano?
In un santuario oracolare i malati di epilessia dormivano per terra affinché gli dèi inferi potessero, attraverso il sogno, dare indicazioni sulle cure. L’epilessia e le malattie della testa potevano essere curate anche con altre modalità ad esempio con la polvere ricavata dalle ossa di cranio ossia in un modo potremmo dire omeopatico.
Un’altra moneta interessante, oltretutto unica nel tesoro delle 194 monete del vaso, è quella raffigurante Medusa, cosa rappresenta?
L’aspetto insolito in questa rappresentazione di Medusa è che la divinità ha una folta capigliatura in cui si non si riconoscono serpenti. Ritengo che la moneta abbia nel tesoro un significato apotropaico. In un contesto militare invocare Medusa aveva significati precisi: ad esempio una sola ciocca dei suoi capelli mostrata all’esercito assalitore aveva il potere di fermarlo.

Quindi, le monete sono state poste dentro il vaso con un criterio preciso?
Secondo me, sì. Quattro monete sono state coniate dopo la battaglia di Azio e sono all’imboccatura del vaso perciò sono state volutamente collocate per ultime. Inizialmente si era pensato che il donatore fosse un legionario romano e che le 194 monete corrispondessero a parte della sua paga annuale: 225 denarii, ma se così fosse stato perché inserire i 16 quinarii? Inoltre, perché un semplice legionario avrebbe dovuto privarsi di quasi tutta la paga di un anno e aggiungere altre monete? Questo fa pensare che il possessore del tesoro non fosse un semplice legionario, bensì una persona importante, un comandante, che ovviamente aveva una paga molto elevata.
E l’altra prova qual è?
La fattoria romana che fu costituita a Cetamura e dintorni era molto grande. Le terre che Ottaviano donò ai legionari veterani di guerra non erano estese, dovevano servire per un podere. In questo caso invece l’estensione della villa rustica è molto vasta, quindi la donazione era stata fatta a un militare che aveva dato un contributo rilevante alla battaglia di Azio. Publio Carisio apparteneva a una ricca famiglia ed era un comandante di legione. Era uno stretto collaboratore di Ottaviano, il quale gli affidò il compito di completare la conquista della Spagna alla guida di tre legioni.
Torniamo al territorio Chianti, patria del vino, in queste monete vi è raffigurata una divinità particolare: il dio Libero. Chi era?
Era il dio del vino. Il culto di Libero soppiantò quello di Bacco. A Cetamura sono stati ritrovati migliaia di vinaccioli, dall’analisi del DNA emerge che gli Etruschi conoscevano l’uva bianca e quindi il vino bianco. Ho voluto spiegare, in un piccolo paragrafo del mio libro, la correlazione fra le monete che raffigurano il dio Libero nel tesoro di Cetamura e l’aspetto delle vigne nel mondo antico, molto diverso dall’attuale.
Professoressa, noi oggi parliamo di questo sito archeologico conosciuto con il nome di Cetamura, da dove deriva il nome?
È un nome di origine medievale che si riferisce alla fortificazione che c’era in questo luogo nel Basso Medioevo. Non sappiamo esattamente quando fu abbandonata, penso che ciò sia avvenuto nel XII secolo. Cetamura vuol dire Civitas murata ossia fa riferimento a una comunità che vive in un luogo fortificato.
E al tempo degli Etruschi e, successivamente, al tempo dei Romani, come si chiamava?
Non lo sappiamo. Alvaro Tracchi avanzò l’ipotesi che potesse chiamarsi Bituriha, toponimo ricordato nella Tabula Peutingeriana, un’antica carta romana che mostra le viae dell’impero romano. Da Cetamura, importante crocevia viario, si diramavano strade che arrivavano anche nel Valdarno. Nelle pergamene della Badia di Coltibuono si trova un altro nome interessante: Gonflenti, derivante dal participio presente latino ‘confluentes’, un toponimo che indica incroci di strade in prossimità di corsi d’acqua. E qui siamo alle sorgenti del Massellone. È possibile che un luogo con questo nome si trovasse vicino a Cetamura.
Quanto di questo passato ci portiamo dietro inconsapevolmente, quanto è custodito dentro di noi senza che se ne abbia consapevolezza?
Si dice che il futuro abbia un cuore antico. È molto interessante guardare al mondo con consapevolezza. Tutto ciò che non conosciamo non esiste, semplicemente, perché non lo vediamo; se invece riusciamo a dare un nome a ciò che incontriamo nel nostro cammino, ogni cosa diventa una presenza, diversamente passa e se ne va. Le faccio un esempio per rimanere sul tema delle divinità: il culto della dèa Diana con l’avvento del cristianesimo fu fortemente osteggiato. Si provò in ogni modo a distruggere questa dèa tanto amata dal popolo senza riuscirci, per questo si operò su di lei una potente trasformazione: da giovane e bellissima qual era divenne bruttissima come una strega, — dato il legame Diana/Ecate — ma rimase, come il popolo l’aveva sempre amata, una figura benevola e portatrice i doni ossia quella che, senza saperlo, chiamiamo la Befana. Quindi cosa resta del passato? Resta tutto, se c’è il desiderio di conoscere e di dare un nome a ciò che incontriamo lungo la nostra ‘strada’.
Foto delle monete esposte al museo ‘Alle origini del Chianti’, gentilmente concesse dal direttore dottor Marco Firmati.
