In un precedente articolo abbiamo visto quale può essere l’origine dei falò che vengono accesi in Lunigiana per festeggiare principalmente Sant’Antonio e San Niccolò, vediamo ora però perché vengono associati proprio a quei due santi. Sant’Antonio abate è stato un monaco vissuto in Egitto a metà del terzo secolo dopo Cristo, ampiamente venerato in tutta Europa per le sua capacità di combattere il diavolo con il quale, durante la sua esperienza mistica, ha avuto un duro conflitto. Come la maggior parte dei santi, è riconoscibile per la sua iconografia ovvero per il modo con cui è spesso raffigurato. I suoi principali attributi grafici sono il Tau, ovvero la croce a T, il pastorale o il bastone con in cima una campanella, il libro delle sacre scritture (spesso in caratteri arabi), il maialino o il fuoco posto sul libro o ai suoi piedi.

La sua raffigurazione con un maialino che ha un campanellino al collo nasce in ambito germanico nel medioevo quando la presenza di tali animali, tenuti allo stato brado tra le vie dei paesi, creava disagio tanto che la loro custodia fu affidata proprio ai frati antoniani, i quali provvedevano a trasformarlo in cibo per i poveri. Il grasso di maiale veniva anche usato per curare alcune malattie della pelle per cui si creò un vero e proprio circuito economico attorno all’allevamento di queste bestie, tanto che rubarne i capi avrebbe provocato l’ira del santo che si sarebbe vendicato affliggendo il reo con qualche malattia. La connessione tra il maiale ed il fuoco si crea anche grazie alle già citate proprietà lenitive del grasso nella cura del fuoco di Sant’Antonio, una malattia fastidiosissima conosciuta oggi con il nome di Herpes Zoster. Non solo però un unguento, i legami alle tradizioni pagane precristiane, sono dovute anche ai falò propiziatori, connessi ai cicli agricoli, che venivano accesi per disfarsi di tutto ciò che era vecchio, naturalmente non parliamo solo di cose materiali ma anche di situazioni e di mali. Era un fuoco purificatore per cui le ceneri di quelle pire sacre venivano usate come medicina o come buon auspicio per il nuovo anno. Non è un caso che i falò dedicati a questo santo vengano accesi il 17 gennaio, praticamente nei primi giorni del nuovo anno, nella ricorrenza della sua morte. Un’altra leggenda sorta per collegare il nostro personaggio col fuoco lo vuole intento a rubare il fuoco direttamente dall’inferno, usando il maialino per distrarre i demoni, mentre col suo bastone raccoglie una scintilla di cui farà dono agli uomini per farne buon uso. Proprio alla stregua di un Prometeo cristiano.

Di san Nicolò, ovvero San Nicola, penso si sia detto di tutto e di più per quello stretto legame che lo affianca alla figura di Babbo Natale. Viene festeggiato il 6 dicembre. Così come con Sant’Antonio conserva un legame particolare col fuoco, anche se leggermente diverso da quello, ma sufficientemente importante da essere festeggiato con dei falò. Gli antichi culti ancora una volta si fondono con quelli cristiani e in quel periodo dell’anno in cui l’oscurità sembra prevalere sulla luce, il grande fuoco rappresenta quasi un invito, un richiamo al ritorno della luce e con esso la bella stagione. Esistono diverse leggende intorno alla figura di questo santo venerato non solo dal mondo cattolico ma anche e soprattutto da quello ortodosso. Una di queste dice che i fuochi accesi servono per indicargli la strada quando deve portare dei doni ai bambini, dei quali è il protettore, o per proteggere le popolazioni. Un altro miracolo, forse quello più noto, racconta di tre ragazze che non avendo i soldi per la dote non avrebbero potuto sposarsi, obbligandole a prendere la strada della prostituzione. San Nicolò per ben tre sere diverse gettò tre sacchetti di denaro, a volte rappresentati come tre sfere dorate, nella casa delle poverelle garantendo loro una degna vita cristiana lontane dagli obbrobri del mercimonio. In alcune versioni questo lancio avveniva proprio nelle vicinanze del camino di casa, luogo dove guarda caso atterra più spesso Babbo Natale. I falò di cui abbiamo parlato finora servivano quindi anche a ringraziare il santo per il superamento dei periodi di carestia, tant’è che spesso si faceva festa con cibi a base di cereali che rappresentano il frutto della terra rinata.
Il fuoco come rigenerazione e purificazione, la gratitudine di un popolo che offriva quello che poteva mescolando riti più antichi con quelli cristiani, questo è ciò che è possibile intravedere nei falò dedicati a questi due santi in questi giorni dell’anno nelle nostre valli, rafforzando un legame con la storia ed i nostri diretti antenati.
