prima parte
Il libro di Isabella Poggi “Occhi che parlano” uscito nel 2023 per Carrocci editore, non è incasellabile facilmente perché si rivolge, con profitto, contemporaneamente a un pubblico di esperti e a un pubblico di studenti, non diversamente dal suo recente “Psicologia della comunicazione”, di oltre 600 pagine, edito da Mondadori. Il testo ci conduce, all’interno del complesso ambito della multimodalità comunicativa, nello studio della “optologia”, neologismo semantico da lei coniato sul modello di fonologia, per approdare all’OCCHIONARIO, e lo fa (s)muovendo considerazioni teoriche e di metodo che coinvolgono inevitabilmente specialisti di vari settori disciplinari, ma soprattutto i linguisti che difficilmente non troveranno, in queste pagine, molti spunti di riflessione e di approfondimento. A partire dal suo approccio essenzialmente olistico, riproblematizza infatti consolidate dicotomie concettuali come quella di parlante-ascoltatore, centralizza la componente corporea sensoriale e materiale dell’interazione umana, svolge un ruolo delicatissimo che combina una parte destruens e una parte construens, al contempo consolidando e destabilizzando i confini disciplinari, in accordo con quella parte della ricerca che mette in discussione la necessità di una distinzione radicale, di una linguistica autonoma, proponendo invece una più generale concezione multimodale e integrativa del linguaggio verbale, scandagliando le strette interrelazioni. L’attenta analisi dei dati che presenta – come suo solito, del resto -, convince sulla genuina natura dei gesti: non tanto un aiuto (mnemonico, organizzativo, genericamente cognitivo) alla produzione verbale, ma soprattutto portatori di una funzione linguistica, partecipi di una unità significativa multimodale.
È un testo sicuramente seducente sul piano della lettura ed esaustivo sul piano espositivo nel suo obiettivo dichiarato di trovare le regole e le modalità di combinazione dei tasselli della comunicazione, dove l’occhio (peraltro la parte del corpo, nel panorama generale, finora meno analizzata nella sua articolata e minuta complessità) porta un proprio specifico contributo alla costruzione del significato. Grazie alla descrizione che IP ne fa, secondo la strada parametrica inaugurata da Stokoe per i segni delle lingue dei segni, la zona degli occhi ci si presenta come una finestra spalancata sulla genesi di concetti/significati, con un radicamento esperenziale e corporeo, un’identità formale tra segno e figura di significazione: per citare Marcel Jousse, corpo sia materia sia “materia significante”. Un primo risultato dell’attenta e minuziosa descrizione dell’area dell’occhio è proprio a favore dei linguisti: individua funzioni che ricordano quelle che, in modo strutturato, questa parte del volto svolge in molte LS, tra cui la LIS, e confrontabili con gli elementi soprasegmentali, prosodici, a lungo negletti nell’indagine linguistica delle lingue vocali. Una considerazione non inaspettata né, tanto meno, bislacca, soprattutto se prediamo sul serio il continuum semiogenetico di Kendon. Ritengo che notevole sia il contributo che offre alla comprensione della comunicazione multimodale, e non solo relativamente agli aspetti meno indagati fino ad ora, cioè la funzione comunicativa dell’occhio, di cui erano state evidenziate quasi esclusivamente le funzioni informative e i suoi effetti (con qualche eccezione per le sopracciglia, colte nella funzione conversazionale e di enfasi), ma anche, e soprattutto, per il contributo a livello del dibattito teorico. Benissimo fa IP a tenere presenti i segni delle lingue dei Segni, nel suo caso soprattutto la LIS, perché, grazie ai crescenti dati della ricerca linguistica delle lingue segniche sulle componenti soprasegmentali, emerge una interessante continuità tra segni e gesti. E il contestuale accresciuto interesse, anche nelle lingue vocali, per gli aspetti meno tradizionalmente studiati perché considerati estranei all’oggetto della linguistica autonoma in quanto non discreti, non segmentali, non lineari, quali appunto le componenti soprasegmentali, favorisce una confrontabilità tra i diversi sistemi di comunicazione. Ed ecco che studi accurati e precisi come quelli di IP sono fondamentali. A questo più recente interesse della ricerca ha contribuito non poco il nuovo paradigma della LC, al cui interno IP ha sempre operato: considerando il linguaggio radicato nelle proprietà percettive e motorie del corpo e nella sua interazione con l’ambiente, indagando i principi e i meccanismi cognitivi che motivano la formazione e l’uso delle unità linguistiche, trova nelle LS la possibilità di cogliere la motivazione semantica delle unità linguistiche: non separando forma e senso, è costitutivamente interessata a metafora e iconicità, elementi importanti nella modalità visiva (gesti e segni), sebbene non assenti nelle lingue vocali.
Una mia prima considerazione riguarda la capacità di IP di liberarsi dell’incrostatura dell’abitudine che solitamente impedisce di cogliere e di stupirsi di ciò che, sempre sotto i nostri occhi, non “vediamo”, non ne abbiamo consapevolezza e, dunque, non ne cogliamo la necessità di spiegazione. La storia della medicina, e della scienza in generale, del resto, ci consegna “scoperte” proprio dovute alla capacità di cogliere, di stupirsi di fatti semplici e di interpretarli. Ovviamente, occorre essere pronti e preparati a ciò. Cosa c’è di più naturale, non marcato di muovere occhi e sopracciglia, segnali biologicamente codificati e biologicamente determinati?
Una seconda considerazione riguarda il piacere quasi estetico per la grande quantità di dati. Non sono così ingenua da non escludere alcuna connotazione intrinsecamente negativa al formalismo dei modelli teorici del linguaggio di cui talora non è univoca neppure la delimitazione dell’oggetto di indagine, mancando una definizione condivisa di quella facoltà che associa un contenuto (di per sé non visibile) all’espressione, con la finalità di manifestarlo (e di “comunicarlo”). Sono dunque lontana dal senso di estraneità come di fronte a una linguistica formale, autonoma, interna, distante dall’esperienza dei parlanti-ascoltatori, ben diversi da quel parlante-ascoltatore ideale, protagonista dei modelli teorici in cui il linguaggio, soprattutto con la svolta generativista (ma già a partire dalla linguistica tassonomica statunitense) viene spiegato con un apparato formale che prevede un unico insieme di elementi primitivi e di operazioni combinatorie di base che, interagendo con alcuni principi, variazioni atomiche, genera un sistema complesso, e dove perfino il dato fisico-acustico dell’ordine lineare sembra essere irrilevante anche nel processo acquisitivo, dal momento che gli infanti risultano sensibili alla strutturazione gerarchica non manifesta, rendendosi così necessario un equipaggiamento innato, autosufficiente, che permetta di recuperare quella “dipendenza dalla struttura”, neurobiologicamente fondata, considerata la proprietà distintiva del linguaggio. Infatti, lo “stimolo” cui l’infante è esposto non è “povero” se solo consideriamo l’atto linguistico nella sua totalità di significazione, delegata non alla sola sua manifestazione lineare e discreta, ma anche alla sovrasegmentalità, alla multimedialità complessa, alle interrelazioni sociali e culturali. Il grande linguista francese E. Benveniste, più o meno a metà del secolo scorso, sosteneva che molte nozioni della linguistica appariranno sotto una luce diversa se le si riformula “nella cornice del discorso, cioè della lingua in quanto assunta dall’uomo che parla e nella condizione di intersoggettività, che sola rende possibile la comunicazione linguistica”. E l’interesse di IP è rivolto proprio al parlante/ascoltatore: interesse, dunque, non solo per il parlante, peraltro considerato nella complessità delle sue manifestazioni di emozioni, stati d’animo, atteggiamenti, intenzioni, ma anche per l’ascoltatore “interpretante”, per colui cui si rivolge il parlante e il cui feedback è la conditio perché l’interazione abbia successo. Ancora Benveniste, nel passaggio sopra ricordato, prosegue affermando che solo nel linguaggio l’uomo si costituisce come “soggetto”, ma “la coscienza di sé è possibile solo per contrasto”, cioè solo rivolgendomi a qualcuno che nella allocuzione sarà un ”tu”, “condizione di dialogo che è costitutiva della “persona”. Ecco che lo studio di Isabella Poggi, chiamando in causa pragmatica e multimodalità dell’atto comunicativo, perché il senso è trasmesso sia dal canale vocale (e non solo nella sequenza lineare, segmentale, ma anche nella prosodica, nella paralinguistica), sia da altri canali concorrenti al processo di significazione, offre materia di grande interesse.
“Parlare con gli occhi” è il coerente risultato delle ricerche che, da 40 anni, Isabella Poggi conduce ininterrottamente, dall’inizio della sua attività di studiosa – inizialmente come linguista applicata -, del complesso processo della comunicazione. Le è sempre interessato indagare la centralità della significazione, afferrabile con il ricorso a un modello ermeneutico che non escludesse il mondo condiviso da chi parla e da chi ascolta, fatto di credenze, di scopi, di conoscenza del mondo. A partire, alla fine degli anni 70 del secolo scorso, con un approccio influenzato dalla struttura teorica della linguistica cognitiva sviluppata da Domenico Parisi, suo “capo carismatico”, si è dedicata in particolare alla gestualità coverbale: per prima, in Italia, ha proposto una seria e sistematica analisi semantica degli emblemi, confrontati con unità lessicali dell’italiano parlato. Ha messo in evidenza come alcuni di questi emblemi, precisamente quelli portatori di informazione sullo stato mentale del parlante, possiedono una sola funzione, quella olofrastica, pertanto associabili, morfologicamente e funzionalmente, alle interiezioni, e dunque equivalenti a completi atti comunicativi. Le interiezioni erano già state oggetto, di una sua precedente monografia. Non è un caso che, nella sua iniziale fase di linguista (1981, “Le interiezioni. Studio del linguaggio e analisi della mente”), si sia occupata proprio delle interiezioni, argomento poco studiato dai linguisti, considerato un topic marginale, alla periferia del sistema linguistico perché sfugge alla natura articolata del segno linguistico (e anche la resa grafica spesso ne evidenzia la extrasistematicità), presentandosi come una sorta di gesto vocale, secondo alcuni linguisti “lessico del corpo”, una “voce degli affetti e dei moti dell’animo”, “scagliata nel discorso”, ma non di meno atto comunicativo intero.
continua…
