Saggio di Maria Carmela Mugnano che ha vinto la menzione d’onore al “Premio Letterario Internazionale Selinunte” Sezione “Saggio umanistico – letterario” – Castelvetrano, 18 dicembre 2025
Lucania, altro e originario nome della Basilicata, che in tempi lontani aveva confini diversi dagli attuali, deriva dal latino lucus (bosco consacrato). Ancora oggi rimane preponderante il carattere boschivo di questa terra, con i suoi Parchi nazionali e regionali e le tante Riserve naturali che abbracciano gran parte del suo territorio. È anche vero, però, che la matrice di lucus è lux (luce) e, a questo punto, sembrerebbe crearsi una contrapposizione tra “la luminosità” espressa dalla radice primaria e “l’ombra”, che è la naturale condizione del bosco. L’obiezione può essere però superata da un ulteriore e più profondo significato di lucus, che riguardava una zona aperta e luminosa del bosco, una piccola radura destinata al culto e ai sacrifici. Lo stesso termine, pertanto, richiama l’ombra e la luce, il chiaro e lo scuro, superando antitesi che vengono mediate in un contesto sacro.Si potrebbe pensare che, da millenni, questa terra di boschi e la sua gente abbiano presente già nel loro nome l’immersione in una natura che viene vissuta con religiosità (e di questo danno testimonianza molti riti di origine arcaica legati agli alberi e ai boschi), oltre ad una naturale aspirazione a una luce considerata nel suo aspetto sacrale, in quanto viene dall’alto e richiama verso l’alto: non appartiene alle cose del mondo ma alla sfera celeste.
Pensando al territorio lucano molto ci parla di una sua propensione morfologica verso l’alto, quasi un volersi staccare dalla terra, utilizzata nei secoli per motivi strategici, difensivi o strutturali, ma che di fatto realizza un’elevazione verso la luce del cielo. La stessa città di Potenza, capoluogo regionale, è una città verticale che si dipana in un crescendo di salite e scale mobili che tendono a raggiungere il suo centro storico posto a circa 800 metri s.l.m. E qui l’attesa di chi sale a piedi viene premiata dalla suggestiva vista del prospiciente crinale montagnoso, che talvolta si erge al disopra di un nugolo di nubi basse che sembra quasi di toccare, o dall’aria e dall’atmosfera particolare che si respira nelle sue vie e viuzze intorno al Duomo di San Gerardo o nei tanti scorci caratteristici. Ma, rimanendo su tracce che portino il più in alto possibile, il percorso lucano conduce inevitabilmente a una trentina di chilometri da Potenza, al cospetto delle piccole Dolomiti lucane, uno spettacolare esempio di ascensione del territorio, dove ci si accorge che l’aspirazione alle altezze è declinata sotto importanti aspetti.

Su rocce arenarie dell’era miocenica, sospesi in una dimensione irreale che non appartiene più alla terra, ma che, pure nella sua penetrante tensione, non riguarda ancora il cielo, i due paesi di Castelmezzano e Pietrapertosa si presentano come gemme incastonate nei massi e nei pinnacoli che li incoronano. L’impressione che si trae dall’incredibile scenario naturale che li circonda è che una parte della terra, che quindici milioni di anni fa apparteneva al mare, abbia voluto emergere e trovarsi qui ad aspettare la Storia e quella parte di umanità che le desse un senso vivo e con la quale inscindibilmente congiungersi. Qui viene testimoniata, più che in altri luoghi, la felice e naturale osmosi tra l’uomo, creatura mortale e bisognosa di protezione, e la roccia eterna: una roccia che ripara, abbraccia e gradatamente si fonde con l’abitato e la sua vita, cedendo a questi una parte della sua eternità e assumendone in cambio una parte umana, diventando casa essa stessa.Ed è un senso di eterno che si riflette nel lento e cristallizzato fluire del tempo sulle piccole Dolomiti lucane e nei suoi luoghi incantati.

La prima di queste località è Castelmezzano, un paese di circa 700 abitanti, a pieno titolo uno dei “borghi più belli d’Italia”, e definito da un’ importante rivista statunitense, Budget travel, uno dei posti più belli al mondo tra quelli sconosciuti. Difatti, sulla balconata panoramica davanti alla chiesa di Santa Maria dell’Olmo, l’abbraccio fiabesco del paese alle guglie rocciose, maestose “cattedrali della natura”, fa vivere una sensazione profonda che apre il cuore e vi trasferisce un’immagine che rimarrà indelebile anche nel visitatore più distratto.

Castelmezzano è sorta intorno al 900 d.c. dall’esodo degli abitanti di Maudoro, “mondo d’oro”, un centro fondato nella valle del Basento da coloni greci intorno al VI secolo a.c. Per sfuggire alle incursioni saracene che dilagavano nella valle essi si spostarono in un luogo non lontano, inaccessibile e fortificato in maniera naturale dalle montagne, seguendo l’esempio di un pastore, Paolino, che con il suo gregge fu il primo a insediarsi tra questi fortilizi di pietra. Paolino trovò qui un piccolo paradiso, acqua sorgiva e abbondanti pascoli per i suoi animali, e soprattutto un importante arma contro gli invasori: gli imponenti massi che potevano essere fatti rotolare dai costoni per tenerli lontani. Questa memoria storica, tramandata in maniera viva di generazione in generazione, ha fatto sì che a Castelmezzano le imponenti rocce vengano chiamate “arm” in ricordo della loro funzionedifensiva originaria. Il desiderio di identificare, attraverso il nome dato ai massi rocciosi, l’importante compito che essi hanno svolto in favore dell’antica popolazione, rivela un grande amore per le origini e un alto riconoscimento e senso di gratitudine per queste montagne. Ma il suo nome Castelmezzano non lo deve a quei primi abitanti che vi trovarono riparo, bensì ai Normanni nell’undicesimo secolo, che assicurarono al paese un periodo di pace e stabilità e un rafforzamento delle difese contro i nemici con la costruzione di una fortezza, i cui ruderi oggi dominano l’abitato e sono raggiungibili attraverso uno scenografico percorso naturale: Castrum medianum era il suo nome, da cui deriva quello attuale, cioè “Castello di mezzo” (tra quello di Pietrapertosa e quello di Albano di Lucania o di Brindisi di Montagna).

Dal Castello fortezza, poi, una stretta scala scolpita in una roccia, la gradinata normanna, arriva a un punto di avvistamento e osservazione privilegiato, con un’ estesa visuale della valle del Basento. Il nastro dei gradini, scavati in uno degli ultimi lembi di pietra protesi verso l’alto, può ancora essere percorso con le necessarie protezioni, come se quella scala, anticamente realizzata per motivi strategici, oggi possa costituire un elemento di congiunzione con l’alto, per chi vi sale con i piedi assicurati alla terra e gli occhi e la mente librati nel cielo. Per le sentinelle normanne dell’epoca cos’altro avrebbe mai potuto realizzare la mano dell’uomo per osservare da vicino il volo dei nibbi e dei falconi, oltre a quella stretta salita da cui presidiavano il territorio? Sicuramente nulla, e non avrebbero immaginato che un millennio dopo qualcuno sarebbe stato capace di riprodurre tra queste vette il volo, proprio quello dei nibbi e dei falconi… o degli Angeli.

È dal 2007 che un progetto all’avanguardia offre la possibilità di percorrere in volo, imbracati e agganciati ad un cavo di acciaio, la distanza in aria di un chilometro e mezzo tra una cima di Castelmezzano e una di Pietrapertosa, e viceversa, a circa mille metri di altezza e quattrocento dal suolo, raggiungendo la massima velocità di centoventi km orari. È un volo sopra boschi, rocce dai profili animali, sorgenti e corsi d’acqua, a braccia aperte come un Angelo… “il volo dell’Angelo”, appunto, che qui richiama ogni anno migliaia di presenze. Ma anche altri voli ammaliano i turisti amanti della cultura popolare in un paese magico come questo.

Oltrepassando la Chiesa di Santa Maria dell’Olmo e avviandosi fuori dall’abitato, si scoprono storie fantastiche, tramandate dalle vecchie generazioni, che parlano di creature che condividevano le altezze del cielo con angeli e falconi, ma come presenze oscure e maligne: le masciare, le streghe. In questi racconti si descrive come esse, cospargendosi di un olio magico e pronunciando un’antica formula rituale, spiccassero il volo in groppa a cani bianchi, alla ricerca di uomini e donne da attrarre e fascinare con i loro sortilegi. Con un’operazione culturale molto interessante questa parte vitale delle radici popolari è stata impressa nel territorio, affinché la si possa conoscere o rievocare. Tra Castelmezzano e Pietrapertosa, utilizzando un antico sentiero di collegamento tra i due paesi, è stato realizzato il Percorso delle sette pietre, un cammino sensoriale segnato da suggestive pietre monolitiche e attinto dal libro di Mimmo Sammartino, “Vito ballava con le streghe”, che esprime la poesia e il fascino di antiche leggende raccontate dai vecchi attorno ai focolari.
Sette tappe scandiscono il percorso : Delirio, Ballo, Volo, Streghe, Sortilegio, Incanto, Destini, e ad ogni tappa sono collegati dei sensori fonici che, nel silenzioso del bosco o del paesaggio, diffondono voci arcaiche e suggestive. Sette capitoli di pietra che si dipanano tra alberi, cerchi magici, archi attraverso i quali sembra di superare dei confini, così come, dal passaggio del ponte romano, si attraversa il confine territoriale tra i due paesi… E ancora discese e salite che raccontano una storia :
“… C’è una storia di pietra che è lunga duemila metri e molto di più. Il suo passo porta il fruscio dell’erba, le musiche dei fiori e dei ruscelli e il ritmo di ogni sasso perché questa è una storia impastata di acqua e di terra, di voci e di altri incanti. Per chi vuole ascoltare le pietre raccontano…”
La storia è quella di Vito, un contadino che ha avuto una fascinazione dalle streghe, dalle quali è stato rapito e coinvolto in un ballo frenetico, e conosce la magica esperienza del volo, e altro ancora, andando incontro al suo destino… Alla fine del percorso non possono che tornare in mente gli antichi versi, più volte ripetuti negli incantamenti della storia :
“Haia scì nda nu vosch strem’/ ndo nun si senton’ / né campan’ d’ sunà / né cristian’ d’ passà / né gadd’ d’ cantà.”n(Devi andare in un bosco remoto / dove non si sentono / né campane suonare / né persone passare / né galli cantare.)
Tornando in paese con l’anima piena di suggestione si può comprendere come tanti turisti siano stati richiamati qui dalle bellezze naturali del luogo, dal Volo dell’Angelo, dal Percorso delle sette pietre e da altri eventi tradizionali e spettacolari. E molti si fermino… e qualcuno scelga di rimanere. Nelle strade del paese l’anima castelmezzanese si rivela anche attraverso gli odori e i sapori della tradizione : i peperoni, che, seccati al sole nella bella stagione, poi verranno fritti e diventeranno “cruschi”, indispensabile complemento di tanti piatti locali; o “le crostole”, un dolce di strisce di pasta fritta dai semplici ingredienti… ma che solo mani sapienti sanno rendere in tutta la loro genuina bontà. All’esterno di alcune abitazioni si notano ancora i forni in cui la famiglia cuoceva il pane.
La cultura del grano e del pane era l’elemento portante di questo mondo contadino, imprescindibile anche sulle tavole più povere. Il salario giornaliero del bracciante o dell’operaio veniva commisurato al costo del pane, e nell’immaginario popolare, per indicare gli stati di abbondanza, o di privazione e disgrazia, veniva sempre richiamato il pane. E il pane realizzava anche dei legami nella comunità. Non si pensava solo a prepararlo per la propria casa, ma poiché il profumo del pane cotto si spandeva nelle viuzze e attirava i vicini, si cuoceva sempre qualche pagnotta o qualche focaccia in più… Questi erano i tempi del profumo dei forni.
Si affacciano alla mente i versi semplici e immediati di una poesia di Rocco Scotellaro, scrittore e poeta lucano, che nella sua breve vita è stato vicino ai braccianti, ai contadini, alle classi più umili :
“…Torna, è ora che assaggi molliche di pane, / l’odore dei forni come te lo manderemo?…”.
(America scordarola).
Tornando nella Storia, il pane era anche uno degli elementi della carità di un importante Ordine religioso cavalleresco, nella cui Regola era prescritto di dare la decima parte del pane in elemosina, i Cavalieri Templari, che si pensa avessero qui una magione lungo il percorso verso la Terra Santa. In tal senso vi sono importanti testimonianze, come la piccola icona della Madonna della Stella mattutina nella Chiesa di Santa Maria dell’Olmo, Madonna per la quale i Cavalieri Templari avevano un grande culto. Questa immagine di Luce Celeste è racchiusa in una grandiosa cornice su cui è incisa la data del 1118, periodo storico in cui veniva costituito l’Ordine Templare… E, sempre nella Chiesa, si è scoperta un’architrave con una croce attribuita ai Templari che, con questo e altri simboli, testimoniavano la loro presenza nei luoghi. Lo stesso stemma del Comune di Castelmezzano riprende “il sigillo templare” di due Cavalieri sullo stesso cavallo. Alla fine del percorso, si torna alla meravigliosa balconata panoramica, il punto di partenza, da cui si abbraccia con lo sguardo la vista sui pinnacoli delle montagne che si levano al cielo come mani in preghiera.
Viene in mente un passaggio del libro di Mimmo Sammartino:
“… È qui, da queste creste inchiodate al cielo, che spiccano il volo angeli e streghe all’inseguimento dei falconi, principi delle vette, sul confine incerto fra la veglia e il sonno.”
Nel segno di questa visione si conclude idealmente un breve viaggio che sembra riallacciarsi alla dualità richiamata nello stesso nome della Lucania : il chiaro e lo scuro, l’ombra e la luce… sotto un cielo a cui tende da sempre il cuore arcaico e religioso della natura e quello dell’uomo.
