Per la prima prescrizione dell’anno vi porto in alto a Radicofani. Non per cercare aria più pulita o panorami consolatori, ma per cambiare punto di vista. L’altezza serve a questo: sposta le proporzioni, riduce il rumore, costringe a una diversa grammatica delle cose. Radicofani appare all’improvviso. È un luogo costruito per chi passa e per chi resta, per chi osserva e per chi vigila. Qui la geografia ha sempre avuto a che fare con il controllo, con la soglia, con il limite. Niente è decorativo: ogni pietra ha una funzione, ogni linea una direzione. La Rocca non veglia, non protegge, non incombe. Sta.
E stare, a questa altezza, è già una presa di posizione. Le case sono strumenti climatici: accumulano freddo, rallentano il tempo, insegnano al corpo una diversa gestione delle stagioni. Vivere qui significa accettare una certa frugalità del gesto, una precisione quotidiana. In questo spazio asciutto e sorvegliato si muove Ghino di Tacco, tra il XIII e il XIV secolo, figura che sfugge alle definizioni comode. La sua storia passa da qui, perché qui passavano merci, pellegrini, potere: lungo la Via Francigena, Ghino intercetta il mondo nel suo punto più vulnerabile, il transito. In un’Italia frammentata, fu brigante, ma non predone, colmando il vuoto lasciato da un’autorità incerta con un proprio codice morale. Non lo ricordiamo per assolverlo o condannarlo, ma perché incarna una contraddizione necessaria: il coraggio come scelta di coscienza quando l’ordine smette di essere giusto. Nel Decameron, Giovanni Boccaccio mette in luce la sua intelligenza e la sua natura di gentiluomo. L’abate di Cluny, malato per una vita di eccessi, viene rapito a Radicofani, mentre si sta dirigendo per curarsi alle terme di San Casciano, e ricondotto a una misura semplice: pane, fave, vino. La sobrietà rimette il suo corpo in equilibrio e, con il corpo, la sua anima e il suo giudizio. Tornato a Roma, l’abate parla di Ghino al papa e ne ottiene il perdono e la riabilitazione, riconoscendo in lui non un bandito, ma un uomo capace di giustizia.
Il vino – Vernaccia di San Gimignano DOCG Riserva Sanice 2022

Nasce da vigneti collocati tra i 250 e i 300 metri di altitudine, su terreni sabbiosi e limoso-marini. Qui la Vernaccia trova un equilibrio naturale tra luce e ventilazione, e sviluppa una struttura che si affida più alla profondità che all’aroma immediato. La vinificazione avviene in acciaio, con controllo delle temperature, seguita da un affinamento di 18 mesi in bottiglia. Il tempo lavora in sottrazione: leviga, ordina, rende il vino leggibile senza semplificarlo. Nel calice il colore è giallo paglierino con riflessi dorati, segno di un’evoluzione già avviata. Al naso emergono pera matura, mandorla, erbe secche, una traccia balsamica e un accenno speziato che rimanda allo zafferano. La componente minerale resta sullo sfondo, presente ma composta. In bocca il sorso è pieno e teso, con una sapidità che struttura il centro del palato e accompagna la progressione aromatica. La morbidezza iniziale lascia spazio a una chiusura asciutta, persistente, con ritorni di pietra e liquirizia. Il finale è lungo, stabile, coerente. È una Vernaccia che si sviluppa per strati successivi, più che per impatto. Richiede attenzione, restituisce continuità. Funziona sulla durata, sulla precisione, sulla capacità di tenere insieme elementi diversi senza forzarli.
L’abbinamento

Un panino con gorgonzola e noci. Il pane deve essere tostato bene, come quello francese: caldo, salato, con una crosta che scricchiola e profuma di forno. È lui che apre il gioco. Sopra, un Gorgonzola DOP dolce, cremoso e pieno, con quel sapore profondo di latte che si allarga lentamente in bocca. Non serve abbondare, ne basta la giusta quantità affinchè il morso sia generoso. Le noci arrivano a sorpresa: italiane, nuove, appena sgusciate, sode, asciutte. Il loro amaro pulito attraversa il formaggio e lo rende più interessante, meno prevedibile. È un panino che chiede un morso deciso, senza timidezze. La Vernaccia, con la sua salinità netta, entra subito dopo: asciuga, illumina, rimette ordine. E quando la bocca è pulita, succede la cosa più semplice e più vera: viene voglia di ricominciare.
La prescrizione

Per questo 2026 vi auguro il coraggio di non avere paura delle vostre opinioni. Il coraggio di dirle, di sostenerle, di metterci la faccia anche quando non sono comode. Il coraggio di fare cose nuove, di scegliere strade non già battute, di accettare persino di stare fuori dal coro. Se serve, di sentirsi piccoli briganti: non per distruggere, ma per portare avanti ideali buoni, con ostinazione e lucidità. Come Ghino di Tacco, che seppe usare l’intelligenza prima della forza, e la fermezza senza perdere gentilezza. Che il nuovo anno vi trovi capaci di difendere ciò in cui credete, senza paura e senza arroganza. Con coraggio, sì. Ma sempre con misura. E con rispetto.
