I befanini sono biscotti tipici che si preparano nel periodo dell’Epifania nel Lazio e in Toscana: soprattutto in Versilia, in Lucchesia e nell’area pistoiese. In passato venivano preparati in casa con ricette che variavano da famiglia a famiglia; oggigiorno si trovano anche nei forni e in pasticceria e sicuramente sono più ricchi di sapore e sofisticati: con uova, zucchero, farina, lievito, burro, latte, scorza di limone e un goccio di liquore all’anice, tipo Sassolino o Sambuca. Spesso sono ricoperti di codine o palline colorate di zucchero e possono avere l’aspetto di stelle, cuori, palle, calze. Mia madre ricorda che quando era bambina, i suoi avevano la forma di befana stilizzata e di asinello: rudimentali, semplici e duri.


Anche io li infornerò. E siccome siamo nel periodo delle feste, mentre impastavo la frolla, una storia è venuta da sé… un topino, una locanda malandata e enigmi da risolvere. Ecco una favola per i più piccoli e per chi ama giocare con le parole:
Il topino Max e l’enigma della locanda
Max stava rincantucciato sul pavimento, in fondo al bar, vicino alla porta del bagno. Faceva i compiti per l’indomani. “I Tropici, mamma, mi ci porti?” disse Topino Max mentre cercava di ripetere: “…sono i paralleli di latitudine 23°26’16” N e S, corrispondenti all’angolo di inclinazione dell’asse terrestre rispetto alla perpendicolare al piano dell’orbita”. Mamma Miriam non rispose, sospirò alzando gli occhi al cielo, sapendo esattamente che ai Tropici lei non avrebbe mai potuto portarlo. La locanda cominciava ad accumulare debiti ed ora, a fine anno, i creditori sarebbero arrivati. C’era da pagare il caffè alla torrefazione, i sacchi di farina di turacciolo, i vini di mora. Muovendo la codina al ritmo della sua canzone preferita, sciacquò le tazzine e poi le ripose nella lavastoviglie. Non avrebbe mai più lasciato che Max la sostituisse in questo compito. Fatto sta che Ratto Piero, bevendo il caffè, aveva trovato la tazza sporca di rossetto: “E le tazzine, igienizzatele!”. Se si fosse sparsa la voce che il bar era sporco, addio, clienti!
Erano le undici e mamma Miriam si aspettava che di lì a poco topi, ratti e nutrie arrivassero per il pranzo. Si aggiustò con le zampine il grembiule rosa a quadrettini bianchi e afferrò un vecchio barattolo di pelati, lo riempì di acqua e annaffiò le piantine di ciclamino. “Max, aiutami a sistemare le saliere sui tavoli e chiudi i libri!”. “Ma mamma, sto completando gli ultimi esercizi di italiano. Sai che ci sono delle parole o addirittura delle frasi che si possono leggere sia da sinistra che da destra?”.
“Max!!” Ribatté Miriam. “Mamma, senti questa: ‘I topi non avevano nipoti!’ Buffa, no? Anche al contrario si legge itopinonavevanonipoti! Figo! Si chiamano palindromi, come “Anna ama Anna” ! “Figlio mio, devo controllare che il sugo non si attacchi, che le bave di lumaca siano alla temperatura giusta e i fagioli zolfini siano cotti, altro che!”
Arrivò in quel momento Ratto Re Sir da Montebugigattoli, un topo altezzoso con il mento pronunciato e gli occhialini rotondi. “Buondì Miriam, oggi vorrei fonduta di cacio romano su croste di pane e poi del gelato, con le noci, ben si intende! Mi accomodo nell’angolo, sul panchetto mio regale!”. “Sarà servito” gorgheggiò Miriam e subito cominciò a tagliare il formaggio.
Nel frattempo, molleggiandosi negli stivaloni verdi di gomma, entrò la signora Nutria Giorgia, la fioraia dell’angolo. Afferrò il menù sul bancone e con voce squillante disse: “Per me il piatto del giorno, bacherozzi saltati in salsa di ribes e lattughino, però senza ribes e senza lattughino e per dessert cacchette fresche di piccione su frittelle di farina dolce”.
Era dura la vita di mamma Miriam, era single con un figlio. Aveva ereditato, sì, la locanda dai genitori, ma era senza famiglia, ormai. Viveva in una tana dotata di bagno, ma in comune con Topastra Alice, la vicina. Ogni giorno Miriam apriva il suo locale, rassettava e cucinava fino al tardo pomeriggio. Riprendeva il figlio dalla scuola, lo portava a casa e dopo se ne andava in giro per reperire pezzetti di corteccia di pino, foglie di erba cappulincella, funghetti ritorti, cacchette fresche e uova di piccione. I suoi clienti ne andavano ghiotti e così lei poteva pure risparmiare sui conti della merce da acquistare.
Miriam era gentile con i clienti della locanda, porgeva sempre complimenti quando invece avrebbe voluto dire altro. Per esempio, quando fu il momento di servire il gelato a Ratto Re Sir da Montebugigattoli disse: “Ai re solo gelati con noci: tale goloseria!” mentre pensava: “Brutto presuntuoso, tirchio e puzzolente, eccoti il dessert mio più scadente e … ti cascasse un dente! “Mai rimar a Miriam…piacque così tanto. “Sto mangiando troppi dolci! Che ne dite, Madama Miriam?”. “No, macché, Sir Ratto, a voi goloso, tale gelato solo giova!”
Intanto Max, tirandosi su i pantaloni che gli calavano, andò al bancone e si preparò un toast con uova di quaglia, bavetta di lumaca e radicchio rosso. Poi coprì tutto con tanta maionese. “Queste schifezze lasciamole ai clienti, Max! Da domani niente maionese!”. Max sorrise, sapeva che la mamma lo diceva per il suo bene. Poi si sedette all’ultimo tavolino, quello di fòrmica tutta sbocconcellata. Dette due o tre morsi al panino, mentre pensava che avrebbe potuto inventare qualche pamindrolo o come si chiamava? Palindromo, ecco! E poi sfoggiarlo con Miss Beatrice, la sua maestra. ” Ad Anna da…? No, uffa! Non è facile! Non ci riuscirò mai!” E mentre era intento a trovare lettere e parole, la mamma gli disse: “Scendo in cantina a prendere due bottiglie di olio di ghianda! Se entra qualcuno, fallo accomodare tu!”. “Aerea!” Disse ad alta voce Max, felice di aver scoperto da solo una parola palindroma!

In quel preciso istante si aprì l’uscio della locanda e sulla soglia si fermò un topo grandissimo, un armadio! Doveva tenere la testa piegata e, comunque, occupava tutto lo spazio della porta. Teneva gli occhi strizzati, quasi chiusi in una fessura di odio. La bocca era all’ingiù e il naso si muoveva come a fiutare. “Dov’è Donna Miriam?” La sua voce acuta risuonò in tutto il locale. I clienti tuffarono il muso nei loro piatti e Max scivolò dallo sgabello diretto verso il gigantesco Signor Arbustini, il fornitore di legna per il forno. “Arriva s-s-subito!”. “Sarà bene! Mi deve dare ancora un sacco di denaro, i pagamenti di settembre, ottobre e novembre, tutti inevasi! “
“Mamma! Mamma! C’è l’Arbustini e vuole parlare con te” disse Max urlando per la tromba delle scale. “Ma come? C’è un accordo tra di noi. Angelo lo sa, ha solo legna…di scarto per me, anche se gli do i soldi in ritardo non dovrebbe lamentarsi. Erano questi i patti!” gorgheggiò Miriam. Angelo si era nel frattempo seduto sulla panca di mogano incastrandosi letteralmente dietro il tavolo. “Poiché ho appetito, potresti portarmi pietanze prelibate! Poi parleremo del debito, ma, ascolta bene, questa volta non intendo cedere! Voglio i miei soldi e non accetto ma o se!”
Mamma Miriam si dette subito da fare per sbattere sei uova di anatra, ci mise dentro pezzetti di zampe di rana, un velo di farina, sale e paprika. Era l’omelette preferita del rude fornitore. Gliela frisse in una padella unta e la rigirò lanciandola per aria non senza un attimo di esitazione.
O-o-o-plà! Stonf! La frittata atterrò senza rotture! Pfuiii! Perfetta! La topina la scodellò nel piatto più grande che aveva, la spolverò di fili di ragnatela e scaglie di pecorino. Poi la servì al creditore antipatico. Non aveva fatto tre passi che Angelo la richiamò. “Miriam! Ho una proposta da farti! Se riuscirete a risolvere un enigma, beh, allora accetterò che mi paghiate a fine marzo, il mese delle fioriture degli alberi di ciliegio. Ma anche ad aprile, vai. Mi hai tanto detto che il tuo topino è bravo a scuola… Vediamo, vediamo se ce la fa! Vorrei anche un sorbetto di mirtilli con panna acida e funghi. Tra una portata e l’altra vi dirò l’indovinello. Adesso assoluto silenzio, è essenziale assaporare i sughi e le essenze. Shhh! “.
“Quando quel topastro grande e grosso si fissava con le parole o certe consonanti da assemblare nelle frasi…beh! Non lo batteva nessuno” pensò Max incuriosito, ma anche molto in ansia. Sarebbe stato fiero di aiutare sua mamma ad uscire dai guai risolvendo l’enigma e quando ebbe in mano il pezzo di tovaglietta unta che il topone aveva strappato per scriverci il rompicapo si accorse, allora sì, che la sua codina tremava. “Leggete, leggete, però non ne verrete mai a capo!” sghignazzò ratto Angelo. Gli altri clienti avevano terminato di mangiare, ma erano curiosi di capire come sarebbe andata a finire e continuavano a ordinare caffè macchiettati, mirti e liquoretti vari. Quindi Miriam, oltre che infastidita, era molto indaffarata. “Parla di guardie che chiedono ai cortigiani una parola d’ordine per entrare nel castello e c’è una spia che vuole infiltrarsi e cercare di capire il meccanismo, mamma! Allora: i sorveglianti dicono DIECI, una donna che vuole entrare risponde CINQUE e la lasciano passare. Poi arriva un cocchiere: a lui dicono SEI e questo risponde TRE e le porte del castello sono aperte. Più tardi si presenta un cavaliere che risponde QUATTRO dopo che le guardie gli hanno detto OTTO…
Mmmmmm, sembra facile! Però, poi, la spia si traveste da cavaliere. I soldati gli dicono QUATTRO e lui, ormai sicuro, replica DUE. E qui le guardie lo trafiggono con una raffica di frecce! Si vede che hanno capito che era una spia! Ma come è possibile? Come avranno fatto? Cosa avrebbe dovuto rispondere per avere libero accesso?”
Max cominciò a scrivere numeri con il suo lapis verde, quello con la gomma a forma di ramarro con corna rosse e lingua dorata. Gli portava fortuna quando aveva le esercitazioni di matematica in classe. Fece addizioni, prove e moltiplicazioni varie ma le due soluzioni che gli parvero possibili furono subito scartate dal topone Angelo che rideva e cominciava a fargli pressione. “Hai l’ultimo tentativo! Ve l’avevo detto che non sarebbe stato facile!”
Anche mamma Miriam si sentiva scoraggiata e si domandava come avrebbe potuto pagare i debiti: vendendo la collana di corallo che aveva ereditato dalla nonna Topazia? Togliendosi il dente d’oro? Intanto Max, dopo aver bevuto tutto d’un fiato un bicchiere di succo di mela leonina, si era avvicinato al topone, che sorseggiava il caffè — in cui Miriam aveva sputato di nascosto — e gli chiese: ” La spia avrebbe forse dovuto rispondere SETTE per avere via libera?”.

Angelo Arbustini sbuffò e quasi rigurgitò il caffè da quanto era sorpreso, ma disse: “Sì, lo ammetto! Però, topastro che non sei altro, mi devi dire il perché”. Allora Max si mise in punta di piedi e si fece forza e gli bisbigliò qualcosa nell’orecchio. Con un’espressione di rabbia digrignò i denti ed esclamò: “Madama Miriam mi rammarico per me medesimo. Mi dovrete mandare mille monete, ma ormai a marzo! Commmmplimenti!”. Si alzò di scatto, facendo rovesciare il tavolino e uscì abbassando la testa per passare dalla porta. Senza pagare, naturalmente!
E voi ragazzi avete capito la soluzione? E inoltre riuscite a trovare tutti i palindromi che ho nascosto nella storia? Buon divertimento!
