Attratto dalla possibilità di passare una vigilia di Capodanno in compagnia delle canzoni del cinema che hanno contribuito, insieme alla TV e alla musica commerciale, alla formazione della forte identità culturale pop che permea la mia generazione, ho deciso di uscire dall’isolazionismo ascetico che di solito m’impongo in occasioni come questa, e acquistare due biglietti per assistere dello spettacolo “The Night of Musical”, in scena il 31 dicembre a partire dalle ore 22, al Teatro Cartiere Carrara di Firenze, con successivo brindisi collegiale a celebrazione benaugurante del nuovo anno. Costo totale 110 euro.
I posti che siamo riusciti ad accaparrarci grazie a questa modica spesa, sono in platea, leggermente spostati, ma comunque ottimi. La visuale è perfetta, mentre la comodità delle seggioline in stile sala d’attesa di studio dentistico, lo è un po’ meno. La compagine teatrale che ha allestito lo spettacolo si chiama “La Compagnia delle Formiche”, in omaggio al brano “Una formica è solo una formica” che chiude il primo atto della commedia del 1974 “Aggiungi un posto a tavola”, il primo musical prodotto in Italia. La sala è piena e il teatro è bellamente illuminato da una rivisitazione moderna di due grandi lampadari in stile teatro classico, che generano la giusta atmosfera. Alle dieci e un quarto, le luci si spengono e lo spettacolo inizia. Da quello che avevo letto, il meccanismo drammaturgico che innesta lo spettacolo, è il racconto di un anziano signore, appassionato di cinema musical, che ricorda i film che ha amato di più e che hanno fatto la storia di questo genere, dando il “la” ad ogni performance. Ma quando si apre il sipario, ancor prima che appaia il capocomico che interpreta l’anziano, capisco che lo spettacolo sarà una delusione senza appello. Il palco è completamente deserto. Non c’è alcuna scenografia, e sarà così per tutta la durata dello show. Non c’è nemmeno una band, e quindi gli artisti canteranno, bene che vada, su delle basi preconfezionate. Le luci sono quelle in dotazione al teatro, quindi non c’è nemmeno una vera e propria regia luci. La qualità audio delle basi risulta poco più che amatoriale, senza attenzione all’equalizzazione e al giusto mix con chi canta. I brani si avvicendano secondo il medesimo canovaccio: un interprete canta un brano in un costume che richiama vagamente quello originale e dietro di lui o lei scorrono, raramente, le immagini del film, oppure qualcosa che assomiglia ad una coreografia. Il più delle volte l’artista si esibisce su un fondale neutro dove appare il titolo della pellicola da cui è tratto il brano che sta eseguendo, e nient’altro. Nei casi in cui le immagini scorrono, le luci così mal gestite rendono la visione sbiadita, togliendo allo spettatore anche quell’unico piacere. Così il pubblico non può emozionarsi per davvero, ascoltando “I will always love you”, perché c’è troppa luce sul palco e le immagini in cui potremmo ammirare la straordinaria chimica fra Kevin Kostner e Whitney Houston in “The bodyguard”, risultano quasi prive di colori e non sono montate sufficientemente bene da farci commuovere all’idea che quel miracolo di bellezza, eleganza e talento, non sia più con noi. Lo stesso succede con “New York, New York” o “Il Re Leone”. Delle performance coadiuvate da spezzoni dei film di provenienza, si salva il buon duetto di “Aladin”, e “La pillola va giù” tratto dal classico dei classici Disney “Mary Poppins”. Tra le peggiori performance senza immagini a supporto, invece, inserisco senza riluttanza “Singing in the rain”. Che cos’è questo brano senza le sublimi movenze di Gene Kelly che, con l’aiuto di un semplice ombrello e della sua grazia infinita, danza e gioca con la scenografia originale che riproduce una strada di New York degli anni ’20, sotto un diluvio d’acqua? D’accordo, non hai Gene Kelly in squadra, e nemmeno il budget per ricreare un qualcosa di vagamente simile all’originale, ma della serie “dacci una gioia”, almeno i tre minuti e cinquanta del film si potevano proiettare, visto che sono fruibili su YouTube. E se questo non era possibile a causa dei diritti di riproduzione, allora era doveroso inventarsi qualcosa, oppure lasciar perdere, per rispetto dell’arte. Le poche coreografie proposte risultano quantomeno “improbabili”, con il “ballerino” del passo a due di “Time of my life” che è più basso della “ballerina” che si lancia tra le sue braccia e che non rovina a terra solo per un miracolo, nell’infelice riproposizione della famosa scena di “Darty Dancing”, o con un “Grease” che è più vicino ad una parodia di Mel Brooks, che ad un reale tentativo di emulazione. Ogni tanto, dalla sala si leva addirittura qualche “braviiii” adulatorio, e voglio credere che lo si debba a qualche grado di parentela intercorrente fra chi siede in sala e chi sta sul palco più che ad un reale entusiasmo verso quello che si sta guardando.
In conclusione, lo spettacolo è risultato clamorosamente povero di contenuti, banale e affatto coinvolgente. Non sollevo dubbi sulla professionalità dei cantanti/ballerini, né sul loro impegno per rendere lo spettacolo degno di essere chiamato tale. Ma il risultato finale si può porre, senza tema di smentita alcuna, a livello di un’ottima recita scolastica e niente più. Un po’ troppo poco per 55 euro, una sedia scomoda, un flute di spumante e un assaggio di pandoro al ritmo degli Abba, dopo il brindisi di mezzanotte.
