Comincia nel Cimitero delle Porte Sante di Firenze la mia passeggiata alla ricerca di Pellegrino Artusi, scrittore e critico letterario, autore del primo ricettario italiano, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Sulla sua tomba si erge il busto commemorativo, realizzato da Italo Vagnetti. Fu un omaggio del suo paese natale, Forlimpopoli, a cui Artusi lasciò in eredità tutti i possedimenti. Nato nel 1820 nello Stato Pontificio, morì nel 1911 a Firenze. Dei novantun anni vissuti, sessanta li trascorse a Firenze e, di questi, gli ultimi quarantuno li passò come uomo libero, appassionato dei classici e prolifico nelle lettere. Scrisse su Foscolo e su Giusti, ma soprattutto cominciò a raccogliere ricette di cucina da tutta Italia. Viveva di rendita nella bellissima piazza D’Azeglio, con due gatti e due domestici, ai quali lasciò i diritti d’autore del suo libro più fortunato, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, autopubblicato nel 1891. Proprio insieme a Francesco Ruffilli, cuoco di Forlimpopoli, e a Maria Sabatini, detta Marietta, di Massa e Cozzile, aveva sperimentato e provato tutte le ricette, nel Villino Puccioni. Lì, in piazza D’Azeglio al civico 25 (attualmente 35), si era trasferito intorno al 1870, nel periodo di Firenze capitale. È emozionante leggere la lapide a lui dedicata sulla facciata della casa, elegante e sobria. Io me lo immagino, Pellegrino, uscire dal portone, tutto impettito, per andare al Vieusseux, a frequentare le lezioni del Museo di Storia Naturale, oppure in libreria a fare acquisti.

Ma che cosa aveva portato Pellegrino Artusi nel Granducato di Toscana? Tutta la sua famiglia vi si era trasferita circa vent’anni prima, nel 1851, in seguito a una terribile esperienza per mano della banda del Passatore, il temuto brigante. La casa era stata razziata, lui picchiato, una sorella ferita e un’altra violentata (quest’ultima, successivamente, perse la ragione, finì in manicomio e morì). Gli Artusi, in cerca di maggiore sicurezza e protezione, avevano preso dimora a Firenze, in via dei Calzaiuoli 2–12, a Palazzo Bombicci, un’imponente costruzione che fa angolo con via Condotta e con piazza della Signoria. A pochi portoni di distanza, si trovava la fonte di guadagno della famiglia: avevano infatti rilevato un punto vendita di seta, importavano bachi dalla Romagna, vendevano stoffe e facevano buoni affari. Pellegrino lavorò lì fino al 1865 e, dopo cinque anni, si ritirò in piazza d’Azeglio per dedicarsi alle sue passioni. Per lui, sin da quando era giovane, il padre aveva previsto un futuro nella drogheria di famiglia. E così era stato, a Forlimpopoli. Da ragazzo aveva studiato irregolarmente, in seminario, ma la sua formazione si era costruita soprattutto durante i suoi viaggi di commercio.

Il libro di Artusi oltre a raccogliere per la prima volta un numero considerevole di ricette (790) da tutte le regioni italiane, si dimostrò elemento fondante per la trasmissione della lingua italiana. Fu anche il frutto, nelle successive edizioni aggiornate nella lingua e nelle ricette, di uno scambio continuo con i lettori che gli scrivevano per complimentarsi o per condividere suggerimenti. Se andassimo a Forlimpopoli, non vedremmo più l’abitazione di Pellegrino: è stata distrutta, ma troveremmo Casa Artusi, nata nel 2007 per volontà della Città di Forlimpopoli e della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì. Comprende un centro di cultura gastronomica, una cantina, un ristorante, un museo e la Biblioteca comunale “Pellegrino Artusi”, nella quale sono conservate le quindici edizioni curate direttamente dall’autore dal 1891 al 1911, oltre a numerose traduzioni del libro in altre lingue, l’ultima delle quali in giapponese. Poiché il 10 dicembre scorso la cucina italiana è stata riconosciuta come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO, la Fondazione Artusi ha annunciato la nascita dell’Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiani, con l’obiettivo di monitorare, studiare e valorizzare questa nostra ricchezza.
Grazie, Pellegrino!
