Il 24 giugno 1935, la marchesa Carina Massone Negrone, con un apparecchio Caproni biplano modificato A.Q. (Alta Quota), dotato di un motore Alfa Romeo da 550 hp, conquistò il nuovo primato mondiale di altezza femminile con 12.043 metri, all’aeroporto di Guidonia nei pressi di Roma. Con lo stesso aereo Renato Donati, eroe della Prima guerra mondiale nella 36^ quadriglia da caccia, con cui aveva sostenuto molti combattimenti, abbattendo otto apparecchi nemici, l’11 aprile 1934, all’Aeroporto di Montecelio, aveva conquistato il record mondiale di altezza raggiungendo 14.443 metri, oltre 1.000 più del record detenuto dal francese Lemonine.

Carina Massone Negrone, che era nata a Bogliasco il 20 giugno 1911 ed era moglie del marchese Ambrogio Negrone di Cambiaso, una delle più antiche e importanti famiglie genovesi, all’epoca del record aveva 24 anni. La posizione sociale della marchesa, certamente la favorì e le diede tanto seguito mediatico sulla sua precoce passione per il volo, ma fu il sostegno di un influente personaggio, anche lui amico e pilota, che consentì a Carina di cimentarsi in questa avventura: Italo Balbo, il famoso protagonista delle Crociere Atlantiche e, in quel momento, ministro della Regia Aeronautica. Carina amava lo sport e ne praticava diversi, come il nuoto, lo sci ed il tennis e il volo, che all’epoca aveva una forte connotazione di sfida sportiva, non poteva non attrarla. Fu la prima donna italiana a conseguire nel 1933 il brevetto da pilota rilasciato dalla Reale Unione Nazionale Aeronautica. Il 5 maggio 1934 stabilì il suo primo record, volando ad un’altitudine di 5.544 metri con un velivolo anfibio di categoria Seaplane Class C. Carina si propose di superare il record femminile di volo in altezza, detenuto dalla francese Maryse Hilsz con 11.289 metri.

Per prepararsi all’impresa si era sottoposta a mesi di pesante allenamento attraverso lo stesso iter addestrativo praticato dai suoi colleghi. L’aeroplano che avrebbe pilotato era un Caproni Ca.113, un biplano maneggevole e con eccellenti qualità acrobatiche, modificato con un motore più potente e un semplice impianto per l’erogazione dell’ossigeno. L’abbigliamento era, a dir poco, spartano. Carina indossava una tuta termoelettrica che la proteggeva dal freddo e, sotto il caschetto di pelle, aveva un passamontagna di lana per sopportare il vento alla velocità di circa 200 chilometri l’ora e le bassissime temperature oltre i 10mila metri d’altezza. A questo si sommava un ingombrante paracadute sulle spalle. All’interno del velivolo vennero collocate le due scatole sigillate, affidate agli specialisti: due barografi che registrarono la variazione di pressione atmosferica per mezzo della quale, al rientro, fu possibile calcolare la quota raggiunta. I medici che seguirono la sua impresa prevedevano che non avrebbe superato gli 11.000 metri di altitudine.

Accompagnarono Carina al velivolo, il Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica italiana generale Giuseppe Valle ed un amico pilota, Mario Pezzi. Quand tutto fu pronto, Carina effettuò un perfetto decollo. Salì regolarmente in quota; la temperatura scense fino a meno 35°, l’ossigeno diminuì sensibilmente. Carina cominciò ad avvertire un certo stordimento, uno stato di blanda euforia, ma continuò a salire, finché sentì di aver raggiunto il suo limite; allora livellò il velivolo e iniziò la discesa. Il volo si concluse con un felice atterraggio. I barografi vennero prelevati dal velivolo per l’analisi dei dati registrati. I calcoli dimostrarono che Carina aveva toccato la quota di 12.043 metri, 754 metri in più del record precedente. Il record, per quanto riguarda i velivoli ad elica, è rimasto imbattuto nella storia dell’aviazione. Il titolo è suo. Balbo la definì “signora dei cieli”. Il successo le venne riconosciuto con l’assegnazione di una medaglia d’oro al valore sportivo, ma soprattutto la collocò nel novero di una terna prestigiosa della storia italiana del volo, accanto a Mario Pezzi, che due anni dopo conseguirà il record di altezza per piloti militari, sottraendolo agli inglesi che lo avevano strappato a Renato Donati. Carina Negrone rimase attiva nel mondo del volo per tutta la vita, partecipando a molte altre competizioni internazionali, fondando una scuola di pilotaggio.

Nei vent’anni successivi Carina Negrone collezionò sette primati mondiali ed una grandissima esperienza, con una intensa attività volativa. Nel 1954, si aggiudicò il primato mondiale di distanza per la categoria anfibi, record tuttora imbattuto e probabilmente destinato a restare tale: 2.987 chilometri dalla base militare di Ghedi a Luxor con il suo bimotore anfibio Piaggio P 136 L. ad una media di circa 299 chilometri orari. Restò ininterrottamente ai comandi per 13 ore e 34 minuti. Il precedente record era detenuto dal 1936 dal generale statunitense Andrews. Nel 1951 fece parte di uno dei tre equipaggi italiani, su ottanta complessivi, che parteciparono al giro aereo d’Algeria, volando su 6.000 chilometri di deserto in coppia con Ada Marchelli a bordo di un Aermacchi MB.308. Partecipò a diverse altre competizioni internazionali “Armon Trophy, Diploma Tissandier, gare CONI, Gold Eagle come prima italiana a compiere un giro d’Europa in aeroplano. Fondò inoltre una scuola di pilotaggio che volle intitolare al suo mentore, l’aviatore Giorgio Parodi. Fu collaudatrice dell’industria Aeronautica Rinaldo Piaggio, e, in quel ruolo, consegnò un aereo, un anfibio Piaggio P 136, a un famoso committente: Aristotele Onassis. Ci sono storie su di lei che “sfiorano” la leggenda.

Nel 1955 fu incaricata del trasporto di un aereo Piaggio da Genova al principe di Monaco. Una volta giunta nel principato, si imbatté in un raduno di vespisti ed in una gara di nuoto. Partecipò e vinse entrambe le gare. Sempre nel 1955 Carina Negrone venne eletta alla presidenza dell’Aero Club di Genova, allora confinato nel campo d’aviazione di Novi Ligure. Alla metà degli anni 50 si ricominciò a parlare di aeroporto e Carina Negrone fu tra i promotori dell’iniziativa, perché era inconcepibile una grande città senza aeroscalo e perché contava di riportare a Genova l’Aero Club.
Facendo atterrare i primi aerei dell’Aero Club sul primo embrione dell’aeroporto, fu precorritrice di quello che sarebbe diventato, prima nel 1962 e quindi definitivamente nel 1986, l’Aeroporto Cristoforo Colombo. È scomparsa nel 1991, all’età di 80 anni, nello stesso paese di Bogliasco, sulla Riviera di Levante nel quale era nata. Nel 1996 le Poste Italiane le hanno dedicato un francobollo della Serie “Donne famose di 750 lire su bozzetto di Tiziana Trinca, inoltre, gli è stata intitolata una piazzetta della sua città natale e, nel 2012, i giardini di via Prasca a Quarto.
