13 marzo dell’anno primo, nuova era. Così era ribattezzato il corso degli anni da una voce stentata e fortemente disturbata che avevamo captato con la nostra ricetrasmittente di dotazione. Pochi altri spezzoni di frasi comprensibili: “Guerra totale…milioni…morti…distruzione …contaminazione…” poi il silenzio assoluto. Per giorni interi avevamo cercato di metterci in comunicazione con qualcuno, di captare qualcosa…niente! Fintanto che gli accumulatori elettrici non si esaurirono questo era stato il nostro ultimo legame con il resto del mondo. Da più di nove mesi ormai non avevamo notizie e tra noi si era formata la convinzione che qualcosa di enorme, di terribile, fosse successo: lo spettro a lungo balenato della guerra atomica si era concretizzato all’improvviso, anche se non imprevedibile. Forse l’ambizione di qualcuno, forse un tragico errore, avevano messo la parola fine alla storia dell’umanità. A nulla erano servite le dichiarazioni congiunte di pace, di ricerca di comuni ideali, di riduzione di armamenti. Le parole, che già suonavano false e vuote, avevano lasciato il posto al terribile evento.
Io e gli altri due componenti della spedizione ci trovavamo a diecimila metri di profondità sotto il livello del mare, per una prova di possibilità di vita a lungo termine sul fondo marino. Da tempo ormai la ricerca scientifica si era orientata verso questa via, nella speranza di trovare nuovi spazi vitali per l’umanità sempre più compressa in megalopoli di acciaio e cemento dove ogni forma di vegetazione era scomparsa. Eravamo ormai allo stremo delle nostre riserve energetiche e vitali e ci preparavamo da giorni per il ritorno in superficie. Frequenti ci balenavano dinnanzi agli occhi immagini di morte e di distruzione che cercavamo di scacciare rifugiandoci nella speranza. Nessuno di noi voleva credere che gli uomini, al di là delle loro credenze politiche e religiose, fossero tanto ottusi da scatenarsi come belve feroci in un duello mortale per la stessa umanità.
Riemergemmo, mentre quelle brevi parole spezzettate, che mesi prima avevamo captato, ci ronzavano nella testa come un tarlo impazzito. La vista reale di quello che era successo ci sconvolse più di ogni altra cosa. Tutto quello che avevamo immaginato era lì, davanti ai nostri occhi, moltiplicato per mille. I nostri incubi erano diventati realtà! Nessuno di noi, potè trattenere le lacrime di fronte a quel crudo, barbaro spettacolo. Non una parola usciva dalle nostre labbra. I nostri pensieri erano tutti di solitudine e morte.
Era il 24 dicembre, vigilia del Natale, un Natale che avremmo passato senza familiari, amici, parenti. Istintivamente e quasi contemporaneamente il nostro pensiero corse a loro. Ci inginocchiammo e facendoci il segno della croce cominciammo a recitare una preghiera “Padre nostro, che sei nei cieli…”. Nel silenzio che ci circondava quelle parole risuonarono come sassi scagliati contro un muro. Improvvisamente un bagliore illuminò il cielo: era una stella, una stella cometa. Sembrava andare verso oriente, sembrava indicare una strada, forse una nuova strada per l’umanità. A distanza di millenni la storia si stava ripetendo. Ci veniva offerta un’altra opportunità, forse l’ultima. La possibilità di ricominciare un nuovo cammino per l’uomo, un cammino difficile che dovrà tener conto di tutti gli errori commessi in precedenza, nella speranza di un futuro migliore in cui l’odio lasci il posto all’amore, in cui tutti saremo liberi di vivere come fratelli dimenticando finalmente barriere, egoismi e rancori.
I nostri volti si illuminarono del sorriso della speranza mentre, forte, ci abbracciavamo. Quel silenzio che quasi sembrava avvolgerci, freddo, tagliente come la brezza di una mattina di primavera sembrava “sciogliersi” squagliarsi nel sole della nuova speranza.
