terza e ultima parte
– Bene – si disse Eugenio Pautasso – ora verrà ad aprire ed anche se mi trova appeso come un salame ci faremo due risate insieme.
Rimase in attesa, ma dopo pochi secondi vide una piccola ombra saettare giù per le scale mentre un’altra decisamente più grande, si parò davanti al vetro. Tutti e due emisero un urlo che, sicuramente, si era sentito fino al paese, ma Eugenio, dallo spavento, mollò la presa e cadde sulla schiena, con tutto il suo peso, sul prato di casa. Sentì subito una fitta lancinante salirgli fino al cervello, riuscì a malapena a piegare la testa di lato, accorgendosi che nella caduta, il sacchetto con la polvere magica gli era uscito facendo bella mostra di sè, nel bianco del giardino innevato. Avrebbe voluto bestemmiare dal dolore, ma l’unica cosa che riuscì a fare fu quella di svenire, neanche i fiocchi di neve che, copiosi, scendevano dal cielo e andavano a pungergli la faccia, riuscirono a farlo desistere.
Eugenio perse il conto del tempo passato in quello stato di incoscienza, non si rese conto di tutto quello che gli stava capitando intorno. Il dolore alla schiena lo fece risvegliare lasciandolo,, però in uno stato di profondo torpore: anhe se era conscio di avere gli occhi aperti, era come se una nebbia biancastra e fitta gli si fosse parata davanti. Vide delle ombre davanti a sé, alcune blu cangianti altre rosse. Sentì delle voci: non riusciva a distinguerle, gli parevano talmente cavernose e distorte che per un attimo credette di essere morto e di stare ad aspettare Caronte con la sua barca. Poi realizzò meglio, era ancora vivo e quella sensazione di essere in alto, altro non era che la barella sulla quale era sdraiato. La Gigia doveva aver chiamato i soccorsi e stavano per caricarlo sull’ambulanza, lo dedusse anche perché gli era sembrato di sentire sua moglie dire che sarebbe rientrata un attimo a prendere le sue cose. Sapeva di essersi fatto male, ma nel peggio ora poteva accontentarsi del fatto che era ancora vivo e qualcuno si stava prendendo cura di lui. Abbandonò ogni pensiero, ma subito la sua attenzione cercò di riattivarsi quando sentì delle voci indistinte provenire dietro di lui, una donna che non era sicuramente la Gigia, chiedeva informazioni a qualcuno. Forse era la dottoressa, anzi era proprio lei.
– Potuettte darmi le iaiaialalità del pawawawante? – chiese a qualcuno
Eugenio percepì una voce maschile rispondere.
– Wuwuwuwu avvoro fa?- continuò la donna.
– Metrwoowgnakkkktte.
Non capiva bene: le parole sembravano pronunciate da un marziano ubriaco e tutto gli rimbombava nel cervello. Trasse tre o quattro respiri profondi. Era incredibilmente curioso di capire chi stesse rispondendo a quelle domande, dal momento che non poteva vederle. Con uno sforzo enorme cercò di mettere da parte il dolore per capire al meglio le voci e d’un tratto quell’esperimento di training autogeno sembrò funzionare.
– Cosa ci faceva attaccato alla finestra? – chiese la donna.
– Mah… non saprei davvero – rispose un uomo con la voce profonda – forse si era portato avanti coi festeggiamenti – aggiunse abbozzando una piccola risata.
– Non è una ipotesi azzardata – continuò la dottoressa – abbiamo trovato un sacchetto vicino all’uomo quando siamo arrivati. Era pieno di una polvere bianca. Mi chiedo cosa ne verrebbe fuori se la dessimo ai Carabinieri.
La donna diede ai due il sacchetto, facendogli intendere a gesti di farlo sparire. Li guardò attentamente negli occhi e continuò.
– Voi chi siete per l’esattezza?
– Ehhh… noi…uhh… parenti…. venuti – rispose la voce grossa.
– Da lontano … – continuò una voce più piccola e gracchiante.
– A trovarlo per le feste di Natale. Una sorpresa… – chiuse seccamente il primo.
– Vestito in quel modo doveva essere una sorpresa davvero. Avete uno strano accento…
– Ah si, siamo parenti lontani, appunto – disse uno dei due.
– Molto lontani – aggiunse l’altro.
– Anche molto affettuosi direi – continuò sarcasticamente la dottoressa.
Eugenio ascoltava, ma non capiva bene il senso. E poi chi erano quei due parenti lontani? Lui ricordava solo di avere uno zio da qualche parte in America e non è che ci andasse poi così d’accordo.
– Dottoressa – esclamò sottovoce la voce grossa.
– Dite alla signora di vestirsi, se vuole venire con noi. Non è bello entrare in un pronto soccorso in reggiseno e perizoma leopardati- sentenziò con uno sghignazzo il medico accompagnato dal coretto ironico dei portantini.
Reggiseno e perizoma leopardati? Ma… da quando? Eugenio cercò di dire la sua, ma riuscì solo a emettere un flebile lamento. La dottoressa se ne accorse e gli carezzò il viso per tranquillizzarlo.
– Come vi chiamate? – chiese ai due.
– Perchè? – chiese la voce grossa.
– Giusto per riempire i fogli, non vi preoccupate…
– Uhuuu… ehm.. Nicola… ehm… Sant.. Santo! Nicola di nome e Santo di cognome!
– Ma che coincidenza – disse la donna – La notte di Natale incontrare uno che si chiama Santo Natale.
Eugenio socchiuse le palpebre. Non conosceva nessuno che si chiamava così, tantomeno un suo parente
– Infermieri! Carichiamolo sull’ambulanza!
– Posso aiutare? – disse la voce gracchiante.
– Non credo sia necessario…. – rispose seccamente la dottoressa.?
– E perché – ripose adirata la vocina – Solo perché sono basso, pensa che non sia capace ad aiutarla? Questa è una discriminazione bella e buona!
Eugenio tutto a un tratto credette di riconoscere la voce e cercò con tutte le sue forze di girarsi nella direzione da cui proveniva, ma nonostante lo sentisse continuare ad imprecare, non riusciva a focalizzare nessuno.
– Veda di finirla o davvero chiamo i Carabinieri! Non so neanche come si chiama! – inveì in risposta la donna.
– Mi chiamo Krampus! Contenta ora? – rispose quello in tono di sfida.
La dottoressa diede l’ordine. I portantini abbassarono le gambe della barella per incastrarla nelle guide del retro dell’ambulanza. Eugenio riuscì a intravedere avanti a sè l’ombra del nano che aveva incontrato nel bosco e che rapidamente si avvicinò al suo orecchio.
– Te l’avevo detto di usare la polvere, asino che non sei altro!
Il malcapitato emise un forte verso gutturale, col risultato di far accelerare la manovra ai sanitari che, chiuse le porte del retro, partirono a sirene spiegate verso l’ospedale più vicino. L’ambulanza uscì dal cortile di casa, imboccando, con prudente velocità, la statale, lungo la quale pochi minuti dopo, incrociò una Fiat Duna abbandonata con le quattro frecce accese.
– Il solito autista della domenica! – esclamò l’addetto al volante dell’ambulanza, vedendola.
Eugenio iniziò ad agitarsi sulla barella, la dottoressa per calmarlo si sedette di fianco a lui e gli prese la mano.
– Non preoccuparti – gli disse – hai solo qualche osso rotto e nessuno di noi dirà nulla del sacchetto rosso. Vero ragazzi?
– Certo dottoressa. – la rassicurò uno.
Il calmante somministratogli cominciò lentamente a fare effetto, facendolo tornare in uno stato di torpore, Eugenio cercò con tutte le sue forze di rimanere sveglio. Le voci tornarono ad essere confuse, quasi distorte, ma ancora riusciva a percepirle
– Quei due erano davvero strani – mormorò la dottoressa.
– Alla donna non sembravano dispiacere però – rispose un infermiere, ridacchiando.
La dottoressa osservò Eugenio scivolare lentamente nel sonno poi, presa da uno strano istinto materno, gli accarezzò la testa.
– Ci hai fatto passare davvero un bel Natale alternativo stanotte Eugenio – gli disse accostandosi al suo orecchio.
Eugenio era stremato, il dolore stava sparendo, gli occhi gli stavano chiudendo. Fece un gran respiro e, approfittando della vicinanza della dottoressa, la chiamò a sé.
– Dimmi Eugenio – gli disse lei.
– Che Natale di merda!
