seconda parte
“Se non fosse per mia moglie, a quest’ora, saresti già morto” (cit.)
Il metronotte rimase quasi stupito nell’osservare quell’uomo che con passo lento e ondeggiante, avanzava verso di lui appoggiandosi pesantemente ad ogni albero che incontrava.
– Dannati bambini, finiranno per uccidermi con tutte quelle schifezze che mi lasciano sotto l’albero
– Basterebbe non ingozzarsi come un maiale – commentò sottovoce il nano.
– Ah questa è bella! – esclamò Eugenio quando messa a fuoco la figura, si rese conto di come era vestito quel tizio – ci mancava uno vestito da Babbo Natale. Ma allora si può sapere chi diavolo siete?
– Ma ci fai o ci sei? – chiese il nano.
– Chi è quest’idiota? – chiese al nano il tizio vestito da Babbo Natale.
– Io sono Krampus – rispose il nano – oppure Père Fouettard se preferisci, o ancora Hans Trapp, Knecht Ruprecht, Houseker, Klaubauf, Belsnickel, Pelznickel, Schmutzli, Schwarze Piet
– Cosa sei, una specie di ricercato con tutti quei nomi? – chiese Eugenio.
– Sono l’aiutante di Babbo Natale, brutto deficiente. Sono l’aiutante di quel grasso, ondeggiante tizio vestito di rosso che è di fronte a te.
– Se gli spacco il muso le dispiace? – domandò Eugenio al tizio vestito di rosso – la sua volgarità è inaccettabile.
– Ah devi vedere i sui tredici fratelli cosa sono. Questo in confronto è un’educanda del collegio delle orsoline. Tu piuttosto chi sei che ancora non lo abbiamo capito?
– Giusto – rispose sarcastico il metronotte – se quello lì e l’aiutante di Babbo Natale e tu sei Babbo Natale è giusto che mi presenti anche io. E se vi dicessi che sono Batman voi cosa mi direste?
– Che non è possibile – riposero in coro gli altri due.
– E perché mai? sentiamo…
– Perché siamo stati a cena da lui la settimana scorsa e non ci assomigli proprio per niente.
– Oh questa è davvero bella. A cena da Batman… avrei potuto dire anche superman a questo punto.
– C’era anche lui – risposero di nuovo in coro i due.
– Siete Davvero irritanti. Facciamola finita io sono Pautasso Eugenio, guardia notturna allo stabilimento oltre il fiume, in quella direzione e se non fosse che mi si è fermata la macchina lungo la statale, non mi sarei davvero mai avventurato in mezzo al bosco a parlare con due, due pazzi furiosi come voi due.
Al sentire quel nome, il tizio vestito da Babbo Natale cominciò ad accarezzarsi la barba pensieroso.
– Pautasso Eugenio… Pautasso Eugenio… – rimuginò tra sè e sè.
– Pautasso Eugenio! – esclamò Krampus – il metronotte. Hai presente?
– Pautasso Eugenio – continuò Babbo Natale, infilandosi l’altra mano tra i lunghi capelli bianchi sotto il cappello.
– Il metronotte! – esclamò di nuovo Krampus.
– Eugenio Pautasso il metronotte dici… – continuò imperterrito Babbo Natale scrutando dubbioso lo sguardo di Krampus.
– Metronotte. Pautasso! Metronotte stupido ciccione. Il guardiano! – quasi urlò il nano.
– Ahhh! Pautasso Eugenio il metronotte! Il guardiano! Ora ricordo – ripeté col volto illuminato Babbo Natale, agitando le mani in aria.
– Da che clinica siete scappati voi due? – chiese esterrefatto Pautasso Eugenio il metronotte.
– Ora perché io sono basso e lui è grasso, dobbiamo per forza essere malati? Ricominci con le discriminazioni? – lo affrontò Krampus.
– Davvero finiscila o ti faccio del male!
– Caro il mio Pautasso… – riprese Babbo Natale.
– Eugenio il metronotte – terminò il diretto interessato – ricominci con la tiritera?
– Vedo che sei un po’ tardo a capire. Sei più testardo di certi bambini che incontro quando faccio il mio giro a Natale. Hai davvero la testa vuota. Ci sono persone che pagherebbero per vedermi.
– Oh si certo. Io vado al centro commerciale e sai quanti ne vedo? Gratis!
– Quelli sono finti, io sono quello vero.
– Ma certo tu sei quello vero. E magari hai anche le renne che volano vero?
– Krampus! Fagli vedere le renne – ordinò Babbo Natale.
Il nano lo prese per mano e lo portò in una radura a poche decine di metri da loro, semi nascosta da un gruppo di castagni spelacchiati e imbiancati.
– Ora, idiota razzista cosa vedi di fronte a te?
– Quadrupedi, nano malefico! – rispose di tutto punto Pautasso – Te la sei cercata – Aggiunse sottovoce per paura di una sua reazione violenta.
– Quadrupedi? Oh santo cielo. E che tipo di quadrupedi?
– Non si vede una mazza…potrebbero essere asini, come potrebbero essere caprioli. Anzi sicuramente sono caprioli, è pieno di quelle bestie qui.
– L’asino sei tu, sesquipede in uniforme. Hai mai visto dei caprioli con delle corna così grandi?
– Saranno cervi allora…
Krampus lo trascinò vicino ad una delle bestie che stranamente aveva una specie di fazzoletto sul muso.
– E se io ti dicessi…Rudolph! – disse il nano sfilando improvvisamente quella copertura dal naso della renna.
Pautasso rimase di stucco di fronte all’animale che sembrò non gradire molto quel gesto così repentino.
– Ecco cos’era quella luce rossa che vedevo nel buio in lontananza – disse sottovoce.
Krampus ricoprì il naso della bestia, che cercò di calciarlo almeno un paio di volte senza prenderlo, poi riprese per un braccio la guardia notturna e lo trascinò di fronte a Babbo Natale che nel mentre si aggiustava i pantaloni
– Allora adesso ci crediamo un po’ di più?
– Non saprei.
– Krampus è meglio, se riprendiamo il nostro giro, altrimenti non finiamo più.
– Se continui a fermarti ogni cinque minuti non ci basta un mese per fare metà giro.
– Che colpa ne ho se sono diventato intollerante al latte?
– Potrei consigliarti un uso alternativo delle carote che lasciano per quelle scansafatiche delle renne.
– Smettila di rispondere testa quadrata. Dai una mano al Pautasso e poi raggiungimi, io vado a riavviare la slitta.
Il nano scalciò irato la neve in direzione di Babbo Natale e tornò dal metronotte.
– Cos’ha che non va, quel catorcio della tua macchina?
– Non lo so. Si è fermata di colpo e non riesco a farla andare. Non arriverò mai in tempo a casa per fare una sorpresa a mia moglie.
– Senti brutto idiota, io non ci capisco un fico secco di motori, ma posso darti una cosa che può aiutarti.
– Cosa? Il numero di Batman? – rispose sarcastico Pautasso.
– Un numero illimitato di schiaffi, ecco cosa ti darei. Io posso darti la cosa più preziosa di cui tu hai bisogno adesso.
– E cioè?
– Il tempo!
– E come me lo dai, in quattro quarti o sei ottavi?
– Fai delle battute davvero cretine! Tieni, prendi – disse il nano tirando fuori dalla tasca un sacchetto con della polvere biancastra.
– Vuoi che mi faccia di coca? Ecco il perché delle tue paranoie…
– Allora Krampus andiamo? – urlo Babbo Natale.
– Arrivo! – gli rispose il nano che subito tornò a rivolgersi a Pautasso – faccio finta di non aver sentito le tue ultime parole. Questa è una polvere magica che può fermare il tempo. Disperdine un po’ nell’aria ed avrai tutto il tempo che vuoi per cercare di far ripartire quella vecchia caffettiera marcia!
– Polvere per fermare il tempo. E la macchina come l’aggiusto? – chiese il metronotte.
– Quelli sono tutti cazzi tuoi amico mio – rispose di tutto punto Krampus che dopo avergli dato una pacca sul fianco corse verso il suo compagno e con un paio di acrobatiche capriole saltò sulla slitta.
Pautasso osservò la slitta di babbo Natale volteggiare nel cielo, sfidando la gravità e la fitta neve che, come piccoli straccetti bianchi, volteggiava furibonda nell’aria.
– Usa la polvere… ricordatelo…E salutaci la Gigiaaaaa – sentì sghignazzare in lontananza.
Pautasso accennò un saluto con la mano. La Gigia? Ma come faceva? Forse, davvero, quello era Babbo Natale o forse il freddo aveva cominciato a dargli in testa. Eugenio strinse il sacchetto donatogli dal nano, poi rialzatosi il bavero del cappotto a coprire il collo, infilò entrambe le mani in tasca e ritornò sui suoi passi fino alla macchina. In pochi minuti rifece il percorso al contrario tornando alla macchina ormai coperta da un paio di centimetri buoni di neve. Si fermò a guardarla, con una mano liberò il parabrezza dalla bianca coltre, pulì il nottolino della portiera e vi infilò la chiave. La sicura si liberò con un click secco che vibrò lungo tutte le dita. Tirò fuori dalla tasca il sacchetto e lo osservò per bene mentre alcune goccioline di neve sciolta colavano dalla sua mano arrossata dal freddo.
– Ma posso credere a un tizio che mi consegna della polvere magica nel mezzo di un bosco?
Gettò il sacchetto sul sedile passeggero, infilò la chiave nel cruscotto, osservò tutte le spie accendersi. Bene, almeno la batteria non lo aveva abbandonato. Appoggiò entrambe le mani sul volante cercando il display dell’orologio. Mezzanotte e quindici. Se solo la macchina fosse ripartita in meno di dieci minuti, anche a passo di lumaca, sarebbe tornato a casa in tempo. Tornò a fissare il sacchetto sul sedile. Era rosso, chiuso con un nastro argentato.
– Ammettiamo che funzioni – pensò a voce alta – chi chiamo la notte di Natale?
Fissò la neve che cercava di ricoprire il parabrezza appena pulito.
– Vent’anni e quando tutto sembra andare bene, guarda in che situazione mi trovo…
Strinse il volante con rabbia, tirò un pugno sul cruscotto e tutte le spie per un attimo cominciarono a sfarfallare, riprendendo luminosità come se non fosse successo nulla
– No! Per la miseria! Io a casa ci devo tornare!
Prese la chiave tra le dita e la girò con decisione, contemporaneamente schiacciò la frizione e l’acceleratore con tutta la forza della sua rabbia. La Duna per un lunghissimo silenzio non fece una piega poi, improvvisamente si accese con la forza di bomba sganciando dalla marmitta una gigantesca nube tossica nera. Per un attimo, dallo specchietto retrovisore quel mondo magico e fatato del bosco innevato, sparì inghiottito da un gigantesco globo di carburante e olio combusto. Eugenio di colpo riprese a sorridere e dalla gioia incontrollabile, stette un minuto buono a sgasare a più non posso, ebbro di tutto il monossido di carbonio che quella macchina infernale riusciva a produrre
– Ah ah! Altro che polvere magica! Quando c’è il manico… – urlò a voce alta.
Inserì vigorosamente la prima, rilasciò la frizione e riprese a dare gas. La macchina partì come un missile sbandando un po’ sulla strada scivolosa, dopo qualche sterzata decisa prese la direzione giusta, tenendo la strada meglio di quanto il suo autista si aspettasse. Nel giro di qualche ora, di sicuro, la strada sarebbe rimasta abbondantemente coperta di neve ed Eugenio valutò la possibilità di scendere per montare le catene, ma per paura che quell’arnese si fermasse di nuovo, preferì tentare la sorte, conscio del fatto che ormai mancavano davvero pochi minuti alla meta. Passò sotto il cartello indicatore del suo paese, agitando le braccia al vento, come se avesse appena passato in testa, il traguardo della mille miglia, fece un rapido calcolo mentale, senza esagerare col gas, mancava poco più di un chilometro, sarebbe arrivato a casa in breve tempo, doveva solo sfilare tutte le case lungo la strada. La sua era l’ultima, leggermente isolata dalle altre, l’avevano scelta apposta per godere di un po’ di tranquillità e di silenzio, anche se il paesello non era davvero dei più trafficati. Decise di passare ad una marcia più corta, in modo da affrontare il rettilineo in salita, con più grip e meno problemi. Schiacciò la frizione, fece una doppietta giusto per stare più tranquilli e dalla quarta cercò di scalare in terza. La marcia si rifiutò di entrare. Riprovò la manovra una seconda volta, con lo stesso risultato. Il motore cominciò ad andare giù di giri, rimettere la quarta voleva dire rischiare che la macchina si spegnesse, decise quindi di mettere la seconda, ma nulla; su tutte le furie fece l’ennesima doppietta e rischiando di sgranare il cambio, spinse seccamente con tutte le sue forze la leva del cambio in prima. La marcia entrò con un rumoraccio sinistro, il motore andò velocemente su di giri e la macchina cominciò a slittare rimanendo ferma sul posto. La cosa peggiore da fare quando si guida sulla neve è fermarsi, perché si rischia di non riuscire a ripartire più, specie se si è in salita. Questo Eugenio lo sapeva bene e tutta la sua euforia si trasformò presto in rabbia cieca, perché sapeva bene che da lì non si sarebbe più mosso. Emise un urlo sovrumano all’interno dell’abitacolo, poi valutati velocemente i pro e i contro, infilò velocemente il sacchetto in tasca, accese le quattro frecce, estrasse la chiave dal cruscotto, chiuse rabbiosamente la macchina e si avviò a piedi. Oramai mancava davvero poco e in meno di dieci minuti a passo un po’ spedito sarebbe arrivato a casa. La macchina sarebbe tornata a prenderla il mattino dopo, tanto chi l’avrebbe presa. Camminò velocemente, stringendo i pugni nelle tasche del cappotto, ogni tanto gli scarponi perdevano aderenza e lo facevano scivolare un po’, ma lui subito si riprendeva. Da bambino aveva subito imparato che quando si scivola, la cosa migliore da fare è cercare di camminare sulla neve fresca, dove c’è più presa. Il perché non se l’era mai chiesto, ma neanche gli importava di saperlo. Passò rapido e solitario lungo tutto il bordo della statale, si lasciò alle spalle le ultime case e finalmente in lontananza intravide la sua.

La luce al secondo piano era accesa. La Gigia doveva averla lasciata apposta per far credere ad eventuali ladri che c’era qualcuno in casa. Il trucchetto lo usavano un po’ tutti in paese, ma non sapeva quanto fosse davvero efficace e poi pure se fossero entrati i ladri cosa avrebbero mai potuto rubare? La sua Duna? Visto quello che era successo gliel’avrebbe anche regalata. Arrivò davanti al cancello dell’ampio giardino antistante. Lo aprì e si incamminò verso la porta di ingresso. In terra notò delle orme, alcune piccole, alcune grandi. Visto il tempaccio, sicuramente alcuni loro amici erano venuti a prenderla, magari insieme ai loro figli per andare tutti insieme alla Messa di mezzanotte. Ci andava ogni anno. Frugò nelle tasche dove aveva davvero di tutto, tirò fuori una manciata di oggetti tra cui le chiavi di casa. Le mani gli tremavano dal freddo, infilò le chiavi nella toppa, ma non riuscì a girarle. La serratura era chiusa dall’interno. Pensò che sua moglie per sicurezza avesse messo il paletto, uscendo dalla porta del retro. Rimise le chiavi in tasca e fece il giro della casa, si fermò davanti alla porta del retro. Infilò di nuovo le mani in tasca, ripetendo la stessa scena di prima. Alla fine trovò la chiave giusta, ma anche questa non girava. La serratura era chiusa dall’interno. Che cosa strana. Come aveva fatto ad uscire allora? Forse non era uscita affatto, i suoi amici erano venuti a prenderla, ma lei vista tutta quella neve aveva preferito stare in casa, rimandando alla funzione del mattino. Ci stava! Allora se la luce del piano di sopra era accesa doveva essere per forza in casa. Si allontanò un attimo in direzione del boschetto dietro casa per avere una visuale migliore. Per un attimo gli sembrò di vedere una lucina rossa tra gli alberi, ma non ci fece caso, un riflesso strano forse. Faceva un gran freddo e la sua attenzione era rivolta tutta a come entrare in casa, possibilmente senza farsi sentire dalla Gigia. Una sorpresa voleva fargliela comunque. Fece due saltelli, ma non vide nulla, il vetro era un po’ appannato. Quando la stufa è accesa e fuori fa freddo, succede. Sì, doveva essere per forza dentro. Cercò la scala nel giardino, l’appoggiò al muro, ma non era abbastanza lunga e quella era l’unica che aveva. Salì fino in cima, allungò le braccia sul davanzale, con molta fatica riuscì a tirarsi un po’ su, riuscendo a sbirciare dal vetro. Cercò di pulirlo con la manica, ma non ci arrivava bene, per cui non fece altro che sporcarlo di più. Buttò una serie di occhiate veloci, facendo dei saltelli sul’ultimo piolo della scala, ma era tremendamente pericoloso. Gli sembrò di intravedere qualcosa di rosso buttato in terra, rimase appoggiato al muro di casa con la testa ormai tutta bagnata dalla neve. Cos’era quella roba buttata in terra? Cercò di darsi una spiegazione plausibile, ma non ci riuscì per cui decise di fare un ultimo saltello sul piolo, magari un po’ più deciso, uno solo perché nell’ultimo, che aveva appena fatto aveva sentito la scala ondeggiare di brutto. Prese bene le distanze, caricò forte sulle ginocchia, ma nel darsi la spinta andò a sbattere con la gamba sul muro facendo cadere la scala su alcuni vasi, schiantandoli con fragore. Per non cadere in basso si aggrappò al davanzale con tutte le sue forze, riuscì a tirarsi fino sui gomiti e di nuovo dal vetro riosservò più cose rosse sul pavimento. Non aveva il tempo di capire però, si rese conto che l’unica cosa per non rompersi l’osso del collo era quella di battere sui vetri, sperando che la Gigia lo sentisse e lo facesse entrare. Cercò di aderire bene al davanzale bagnato di neve e appoggiato tutto il peso su un braccio, con l’altro bussò più volte al vetro. Vedendo che stava per perdere la presa riappoggiò tutte e due le braccia al davanzale. Dall’interno della stanza sentì dei rumori, segno che sua moglie l’aveva sentito.
continua…
