parte prima
Erano almeno vent’anni, se non di più, che Eugenio Pautasso, metronotte per necessità, non riusciva a fare un Natale a casa. Aveva trovato quel lavoro quando la fabbrica era ancora prospera e fiorente. Davanti ad un nastro trasportatore non ce l’avrebbe mai fatta a resistere e quando gli prospettarono la possibilità di fare il guardiano notturno, accettò subito senza alcun tentennamento. La paga era buona e poi c’era quella divisa che gli permetteva di darsi qualche aria di importanza e di superiorità. La notte, durante i fine settimana e le feste comandate, la passava a girare nei capannoni vuoti o intorno al recinto, per evitare che qualcuno si intrufolasse dentro per rubare, mentre di giorno, in orario lavorativo, se ne stava al cancello con un bel sorrisone e il cappello calato sul naso a controllare gli operai che entravano e uscivano dagli stabilimenti. Fu proprio lì che, per la prima, volta vide Luigina, la sua Gigetta, come la chiamava lui, e fu amore a prima vista, nacque una storia come tante altre, fatta di appuntamenti, baci, sospiri e promesse che, dopo poco, finirono in un matrimonio. Una storia qualunque, come tante altre, con i suoi alti ed i suoi bassi, che però seguì le sorti del posto che li fece incontrare. Con gli anni la fabbrica perse terreno: alla chiusura dei reparti seguirono i licenziamenti e Luigina non fu immune da quegli eventi, così, un bel giorno, o forse è meglio dire un brutto giorno, si ritrovò a casa e senza lavoro. Eugenio fu un po’ più fortunato, la sua ditta prese degli appalti nei paesi circostanti e lui fu costretto ad accettare spostamenti sempre più lunghi, sempre più pesanti. I soldi erano sempre meno,ro per cui, per cercare di raggranellare qualche soldo in più prese l’abitudine di fare prima qualche straordinario poi, qualche doppio, triplo turno. Ormai lavorava, dormiva, mangiava e tornava a lavorare e anche le domeniche, le feste comandate e non, si trovava a coprire i turni di chi preferiva starsene a casa con la propria famiglia e i propri figli, quelli che Luigina avrebbe tanto voluto avere e che lui, complice qualche strano caso del destino, non aveva voluto o non era stato capace di darle. Vent’anni senza fare un Natale a casa gli sembravano un’esagerazione, ma questa volta, grazie a un piccolo rigiro della fortuna, poteva riprendersi un po’ della sua vita. Il suo collega di lavoro, tale Sibille Aldo, neo assunto dopo decenni di blocco dei contratti, aveva rinunciato al suo giorno di ferie. Qualcosa aveva organizzato, ma all’ultimo doveva essergli andato storto. Un inconveniente dell’ultima ora, lo aveva chiamato. Per questo lo aveva convinto a cambiare il turno.
– Vai pure a casa per Natale – gli aveva detto – io non ci vado più e poi per me Natale è un giorno come un altro, non fa nessuna differenza se lavoro o sono libero. Vai, vai! Vai pure da tua moglie. Falle una sorpresa, vedrai le farà piacere.
A Eugenio l’idea era piaciuta subito e non se lo fece ripetere due volte. Luigina gli aveva detto che, come al solito, sarebbe andata alla Santa Messa, un rapido scambio di auguri con le amiche sul sagrato della chiesa e poi a nanna. Ad aspettare Babbo Natale, gli aveva detto sorridendo. Questo anno la sorpresa gliel’avrebbe fatta lui di sicuro. Il regalo glielo aveva già fatto, per cui non doveva arrabattarsi all’ultimo momento come le altre volte, avrebbe atteso che si fosse infilata nel letto e poi, piano piano nel tepore delle coperte sarebbe andato a svegliarla. Il piano non faceva una grinza. Era la notte della vigilia, Aldo arrivò con una buona manciata di minuti di anticipo a dargli il cambio
– E’ una notte da lupi, per la miseria. Comincia anche a nevicare. Come faranno le persone ad essere così contente lo sanno solo loro. Qui c’è solo da bestemmiare…
– E’ Natale Aldo, dai! Che Natale è senza neve?
– Sai quanto me ne frega a me del Natale. Tu piuttosto… son venuto prima apposta: vai a casa, dai, che se aspetti ancora un po’ non si cammina più
– Grazie Aldo, io non so come…
– Ma che cosa ti ringrazi. Io mi son portato un bel termos di tè caldo, un paio di film buoni e per me possono venire a rubarsi quello che vogliono che tanto io da questo casottino non mi muovo neanche morto. Con questa neve poi! Scommetto che anche i ladri sono a casa accanto al fuoco
– Allora io vado… grazie ancora.
– Ancora? E’ tutto a posto qui? Devi dirmi niente?
– No nulla – rispose Eugenio tutto contento infilandosi giacca e berretto.
– E allora fora da i ball! E dai un bacio alla Gigetta da parte mia.
Aldo si sperticò in altri mille ringraziamenti, poi finito di vestirsi, corse veloce dal posto di guardia verso la sua macchina nel parcheggio. La neve cominciava a cadere copiosa, sospinta da un vento che sembrava aumentare di intensità di momento in momento. La sua vecchia Duna beige, forse la macchina più brutta che sia mai stata messa in commercio dalla Fiat, fece un po’ i capricci, ma al terzo tentativo si mise in moto e con un rumore che la faceva assomigliare più ad un carro armato smarmittato, passò orgogliosa il cancello automatico della ditta. Aldo si prostrò per l’ultima volta al finestrino all’indirizzo del collega e ricevuto in cambio un goliardico insulto, iniziò la sua festosa marcia verso casa. Per arrivare dalla Luigina, Aldo doveva percorrere all’incirca venti chilometri, attraversando prima un piccolo centro urbano, poi un tortuoso e lungo pezzo di strada nel bel mezzo di una zona boscosa, per riuscire poi nuovamente in una zona urbana. La sua Duna sembrava soffrire un po’ il freddo, ma, procedendo a velocità bassa e costante, calcolò che non avrebbe dovuto avere alcun problema ad affrontare la strada, pure se la neve avesse dovuto ricoprire velocemente il manto stradale. Guardò l’orologio mentre le ultime abitazioni del primo centro urbano sparivano nello specchietto retrovisore. Le 23.50! Poco male, a quella velocità avrebbe avuto tutto il tempo di percorrere in sicurezza la strada arrivando a casa rispettando appieno la sua tabella di marcia. Vent’anni, non ci poteva credere. Vent’anni che non passava il Natale con la Gigetta e tra poco sarebbe potuto stare con lei sotto le coperte a guardare la neve dalla finestra. La nevicata si era trasformata velocemente in una violenta bufera e tutt’intorno il bosco era buio, rischiarato solo dalla luce dei fari della sua vecchia Fiat, che forse non era temprata per situazioni come quella, infatti dopo pochi metri cominciò a sbuffare e nonostante le inutili manovre di emergenza e le numerose imprecazioni, con un sinistro rumore finale, quella baracca si fermò senza dare più segni di vita.
– Merda! – urlò sbattendo i pugni sul volante – Merda, merda, merda, merda, merda!!!
Eugenio non poteva credere a quale immensa botta di sfortuna lo aveva colto. Un’occasione d’oro dopo vent’anni e la macchina decideva di mollarlo proprio in quel momento. Provò e riprovò a rimetterla in moto, ma la vecchia carcassa non voleva più saperne di ripartire. Perdipiù faceva un freddo boia e rimanere nell’abitacolo non sarebbe stato la scelta più saggio per cui, dopo aver esaminato mille possibili alternative, decise di tapparsi per bene sotto la sciarpa ed il cappotto e di continuare a piedi. Pensò che magari poteva chiedere aiuto in qualche casa lungo la strada, anche se non ricordava ce ne fosse una in quel tratto. Conosceva bene quella strada, la faceva tutti i giorni da anni ormai. Fece alcuni passi in avanti ma, un po’ il vento freddo, un po’ la poca voglia di avventurarsi al buio gli fecero cambiare idea per cui si ritrovò a girare in tondo attorno alla macchina, sperando che quella strana danza voodoo permettesse all’auto di tornare in vita da sola. Provò anche ad aprire il cofano anteriore per vedere se poteva provare ad aggiustare il guasto, qualsiasi esso fosse, ma lo richiuse subito perché era inutile raccontarsi le bugie, lui di motori non ci capiva nulla e non aveva la minima idea di dove mettere le mani. Rimase tremante a guardare il buio avanti a sé, cercando di trovare il coraggio di affrontarlo, ma di sicuro in quelle condizioni, non gli sarebbe piovuto in mano dal nulla. Tirò giù una sequela di insulti al vento quando, deciso a tornare nell’auto per qualche incomprensibile motivo, avvertì un rumore provenire dal profondo del bosco. Il suo cuore si mise a battere a mille e l’adrenalina lo congelò all’istante, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno. cercò di aguzzare un po’ la vista ma non notò nulla di starno all’interno della vegetazione. Si convinse della bontà di quel rumore, dopo tutto in un bosco è normale sentirne e il silenzio in cui si trovava non faceva altro che amplificarne la portata. Avrebbe potuto anche essere stato un animale, il bosco è un luogo pieno di animali per antonomasia, anche se questi in realtà dovrebbero trovarsi in letargo. Non tutti. Magari le volpi. E le lepri. E i caprioli. E certo i caprioli, che male ti può fare un piccolo, tenero capriolo. Magari si trattava davvero di un capriolo che cercava di brucare qualche piccolo ciuffo d’erba ancora non bruciato dal freddo, o che magari scorazzava di qua e di là, perché… perché… perché magari un lupo gli stava alle calcagna. Cavoli ma i lupi non vanno in letargo? Gli sembrò abbastanza chiaro che i lupi, davvero, non vanno in letargo e di nuovo la paura gli mutò l’afflusso sanguigno. Si infilò in macchina velocemente, chiuse lo sportello con la sicura, dal portaoggetti dall’auto tirò fuori una vecchia torcia, abbassò il finestrino e puntando il fascio di luce da una parte all’altra cercò di osservare con più attenzione. La neve aveva già creato un sottile strato bianco, per cui anche se fuori era davvero buio pesto, la luce riflessa sulla neve gli permetteva di scrutare una buona parte del bosco. In quel punto la vegetazione non era ancora molto fitta anzi, gli abeti, i pini e le betulle conservavano per una buona profondità, una certa distanza tra loro, prima di formare un muro più compatto e impenetrabile nel profondo della lontananza. Osservò per bene il fondo della selva e con le orecchie ben tese, di tanto in tanto, percepiva qualche fruscio, ma nulla che lo potesse impensierire più di tanto, dentro la sua macchina si sentiva ben al sicuro. Stava per spegnere la torcia quando una piccola lucina rossa catturò la sua attenzione. Puntò il suo fascio di luce in quella direzione, ma da quella distanza era impossibile capire di cosa si trattasse. Tentennò un pochino, poi convintosi che i lupi non potevano avere dei fari di stop, si incamminò molto lentamente verso l’oscura profondità. Tutta quell’attenzione lo distrasse dal rendersi conto, che in poco tempo aveva già percorso quasi un centinaio di metri. All’improvviso sul manto erboso ormai coperto da un buon strato di neve, riconobbe delle tracce ben visibili di animali. Avevano la forma di due piccoli ovali accostati l’uno all’altro. Caprioli, ci aveva preso bene. Seguì le strane traiettorie fino ad imbattersi in orme decisamente più grandi, come di scarpe alcune grandi, alcune più piccole. Pensò a qualche bracconiere, ma la notte di Natale! E poi quelle piccole erano davvero… piccole per essere quelle di un cacciatore. Rifletté a lungo su questa strana cosa finché non si ricordò il motivo di quella strana camminata e, puntando la torcia in basso, si rimise a cercare la luce rossa di poco prima
– Hai intenzione di illuminarmi il culo ancora per molto? – sentì dirsi da davanti a sé
Eugenio sobbalzò, il cuore per poco non gli scoppiò dalla paura.
– Chi… chi sei? – chiese stringendo tutto tremante la torcia
– Togli quella luce e fami finire in pace.
L’altro non capì ma obbedì all’ordine senza fiatare. Davanti a sé c’era un omino molto basso di statura, apparentemente scuro di carnagione, con dei vestiti laceri in mezzo ai quali si intravedevano chiaramente delle pelli di animali. Guardava fisso una betulla fischiettando un motivetto improvvisato. Gli guardò i piedi. Aveva degli stivali di pelle consumati che affondavano per metà della suola nella neve, lasciando orme molto piccole. Quelle che aveva seguito erano senz’altro le sue.
– Oh per la miseria! – esclamò a voce alta – davvero non ce la facevo più.
Intuito il motivo per cui era fisso a guardare l’albero, Eugenio diventò leggermente rosso cercando di dissimulare una certa nonchalance
– Mi dispiace, io non avevo capito…
– Di che ti scusi, quando scappa, scappa.
– Ha ragione – ridacchiò svampando – quando scappa, scappa.
– Beh… a meno che tu non sia un guardone o un cacciatore di frodo, che diavolo ci fai nel mezzo di un bosco a quest’ora… la vigilia di Natale… mentre nevica.
Enfatizzò le ultime parole, accompagnandole con ampi gesti delle mani e lunghe pause tra una frase e l’altra.
– Beh io…
– Sei un guardone!
– Cosa?
– Allora sei un bracconiere!!! – urlò fingendo di cercare un’arma nella tasca.
– Ma quale bracconiere? – ripose subito l’altro indietreggiando di scatto quasi cadendo all’indietro.
– Hai un’arma sotto quella giacca… la vedo! – insistette il nano brandendo un bastone raccolto da terra
– Ma qual arma? Cioè sì, ma è perché… oh ma tu chi sei piuttosto?
– Come chi sono io?
– Certo – rispose Eugenio riprendendo un po’ di terreno e di coraggio – anche io potrei chiederti la stessa cosa. Chi sei e che ci fai qui, con quel… quella… quel berretto così strano in testa. Sembri quasi…
– Sembro quasi cosa? – chiese stizzito l’ometto.
– Un, sì… insomma, sembri… uno. Vabbeh dai lascia perdere! chi sei e che ci fai qui?
– Cazzo, ma davvero me lo stai chiedendo?
– E certo, perché cosa c’è di strano? Siamo nel mezzo di un bosco mica in un centro commerciale.
– Ma che caz…
L’assurdo battibecco fu bruscamente interrotto da uno strano mugugno proveniente da una zona del bosco non troppo lontana da loro.
– L’hai sentito anche tu? – chiese spaventato Eugenio.
– Ora perché sono basso devo anche essere sordo? Tu discrimini..
– Ma che discrimino?
– Perché non avrei dovuto sentirlo allora?
– Ma era per dire…
– No tu discrimini. Tu mi vedi nano per cui secondo te io sono anche sordo.
– Ma che vai dicendo? Era solo una domanda per sapere se avevi sentito anche tu…
– Lo vedi che insisti? Pensi che, perché sono basso, le onde sonore mi passano sopra la testa?
– Amico mio tu non stai bene, credimi…
– Ecco lo vedi!
– Lo vedi cosa?
Ma ancora una volta il loro litigio fu interrotto da una specie di lamento seguito da strani rumori, poi il silenzio ed infine come dei rantolii sommessi. Il tizio col cappello strano guardò fisso negli occhi Eugenio, che non ebbe il coraggio di dire nulla, poi si girò di scatto fece pochi passi dietro gli alberi e salì su una specie di portapacchi che fino a quel momento la nebbia aveva tenuto nascosto. Prese qualcosa dal suo interno e si incamminò in direzione dei rumori, togliendosi però la soddisfazione di girarsi un’ultima volta in cagnesco verso il metronotte.
– Fai attenzione – gli disse quasi sottovoce quest’ultimo.
L’omino lo mandò chiaramente a quel paese.
Eugenio rimase un po’ imbambolato, ma restando ben fisso sulle sue posizioni, cominciò a chiedersi se quel tizio strano non avesse per caso un paio di cavetti di avviamento in quella che doveva per forza essere un mezzo di trasporto. Magari sarebbe riuscito a riguadagnare un po’ di tempo per realizzare il suo progetto natalizio. Con i piedi che ormai cominciavano a congelarsi, rimase lì di fronte a quella betulla aspettando che quel tipo tornasse, possibilmente vivo e tutto intero. Dopo qualche istante lo vide riaffiorare dal buio, con la stessa smorfia cagnesca con cui l’aveva lasciato poco prima.
– Allora cos’era? – chiese dissimulando sicurezza.
– Secondo te? – ripose altezzosamente l’altro.
– Non so, un animale…
– Un animale…
– Un cinghiale ?
– Un cinghiale?
– Un orso? – chiese più cupamente.
– Un orso! Qui?
– Un… un?
– Un dinosauro!
– Mi prendi in giro?
– Tu discrimini e io non posso prenderti in giro?
– Ancora con questa storia? Insomma cos’era?
– Era… è il mio capo.
– Il tuo capo?
– Si il mio capo, non ci senti? Eppure da lassù dovresti sentirci bene.
– Allora siete in due?
– No! In uno e mezzo!
– Senti finiscila con questa storia perché mi stai irritando…
Improvvisamente la sagoma di un grosso uomo comparve dal bianco scintillare della neve, che aveva preso a cadere più fitta.
– Oh mio Dio, pensavo di morire!
continua…
