Erano ormai diversi giorni che Gino ed i suoi amici aspettavano con trepidazione il via libera da nonno Pepu, che era il depositario assoluto delle più antiche tradizioni legate al Natale, prima fra tutte quella di edificare nelle case il presepio, non solo nella sua casa, ma anche in tutte le altre case dei “Paisan”(i contadini) che abitavano la cascina. L’allestimento del presepe impegnava i bambini per giorni interi con la ricerca nei campi, in riva ai fossi e lungo le siepi del tenero muschio e dell’edera, che forniva la base dell’impianto scenografico del presepe. Gino e i suoi amici avevano già individuato un piccolo fosso dietro la cascina dove cresceva un muschio abbondante, fresco e verde, e dove gli alberi lungo le sponde erano completamente ricoperti di edera. Quando nonno Pepu li avrebbe chiamati loro erano già pronti per rifornire di muschio ed edera. Gino era un po’ il “capobanda” e, dopo la raccolta, spettava a lui portare muschio ed edera in tutte le case dei lunghi filari delle “corti dei paisan”, le case con solo la cucina (cà) e una stanza (desura), qualunque fosse stato il numero dei componenti la famiglia cinque, otto o dieci persone.
Il soffitto con le tegole divelte, da cui, stando a letto, contavano, nelle notti serene, le stelle in cielo; i pavimenti di cotto sbrecciato e sbriciolato dall’usura; gli infissi forse peggiori di quelli di un pollaio, dove l’umidità del grande nebbione della Padania si infiltrava silenzioso, immoto e statico diventando parte della vita del “paisan”. La cascina era tutto il loro mondo con le “madonnine” dipinte sui muri vicino all’entrata dove s’usava pregare, nel mese di maggio e nei giorni di festa. Le stalle lunghe e basse coi filari delle vacche da latte, dove generazioni e generazioni di mungitori (bergamin) hanno trascorso la loro vita a mungere, seduti sul “scagn” (il rudimentale sgabello da mungitura monogamba), stringendo il secchio (sedela) tra le ginocchia con la testa appoggiata nel fianco della vacca. Le aie lisce di mattoni o cemento, dove le donne e i bambini tiravano la “ragia” e il “rast’lon” per spianare le granaglie, messe a seccare al sole d’estate. I campi, su cui, d’inverno, al gelo, i “campagnon” infagottati nei loro poveri vestiti, andavano da mattina a sera a spargere il letame (rud); i filari delle “gabade” (salici bassi portati); le rogge, i “traversagni” (canaletti di scolo dell’acqua), fatti a mano col badile più perfetti di quelli che si fanno ora con le macchine.

Ora che il Natale stava arrivando anche in cascina si respirava aria di festa. Una altra procedura-rito era quella dell’apertura degli scatoloni che custodivano, delicatamente avvolte in fogli di giornale, le statue del presepe stesso, ed il successivo lavorio di restauro di quelle rotte, riattaccando braccia e teste staccate e rinfrescando il colore dei personaggi più malandati. A volte lo scorrere lento delle giornate della vigilia veniva interrotto dall’arrivo di qualche suonatore di piva, evoluta come altre cornamuse italiane dalle tibiae utricularis, suonate nell’antica Roma, con le sue malinconiche melodie o dal ” Canto di questua”, fatto dai più poveri davanti alle case di chi aveva qualcosa in più da donare. Questo canto era anche considerato auspicio di futura abbondanza e veniva, per lo più, indirizzato alla “Rasdura” (cioè la reggitrice), la padrona della casa, la quale era normalmente la tenutaria delle chiavi della dispensa. Ma l’evento clou, quelli che tutti aspettavano con una certa impazienza mista ad emozione era la rappresentazione del presepe vivente nel “Stalon” la stalla più grossa della cascina la notte della vigilia del Natale. Ovviamente, per i figuranti, non mancavano nè i pastori, nè il bue e l’asinello, mentre il problema, ogni anno, era trovare chi scegliere per interpretare Maria e Giuseppe tra i giovani della cascina, che fossero noti per virtù (Maria) e laboriosità (Giuseppe). Per il Bambin Gesù invece non c’era che l’imbarazzo della scelta visto che le famiglie contadine della cascina figliavano abbondantemente ogni anno. Vicino alla stalla si accendeva un gran falò e si preparavano bevande calde per la notte della Vigilia. In un angolo della stalla i bambini sonnecchiavano in attesa della mezzanotte ed ascoltavano le storie ed i detti popolari raccontati dai nonni. Per la ricorrenza del Santo Natale e delle festività relative erano molti i proverbi ed i detti popolari. Questi “momenti di saggezza” erano caratterizzati spesso da tentativi di previsioni delle condizioni metereologiche che regolavano un tempo lavoro, abitudini e vita dei contadini bassaioli. “A Nadal el pass d’un gal” cioè le giornate, seppure di pochissimo (appunto il passo di un gallo) cominciano ad allungarsi.
“Nadal al sulon, Carneval a tisson” cioè se Natale è soleggiato il periodo di Carnevale sarà freddo. C’era, poi, un proverbio che univa il sacro al profano “Per Nadal paneteon e turon, sentì tre mèse e mangià per tri dì”, ossia: per Natale mangiare panettone e torrone, sentire tre messe ed abbuffarsi per tre giorni, mettendo così a posto il corpo e lo..spirito. Gino e i suoi amici restavano sempre affascinati da queste storie ma quella che più piaceva a tutti era la vicenda della ricerca di una casa, un rifugio da parte di Maria e Giuseppe per far nascere il loro figlio e di averlo trovato in una stalla dove c’era un bue ed un asinello. Era un po’ come sentire Gesù Bambino simile a loro(in fondo era nato come loro in una cascina) anche se poi non avrebbe fatto il “Paisan” ma avrebbe percorso altre strade nel cammino della vita.
