Eppure, quella sera, la nebbia non c’era e il Po, di cui si era dichiarato “figlio legittimo”, era lì vicino, per un ultimo saluto in quella terra padana, un tempo ricoperta dalle acque paludose del lago Gerundo ed ora feconda grazie al duro lavoro dei monaci benedettini e cistercensi e di migliaia di paisan ingobbiti sulle vanghe ed i badili. Certo Gioânnbrerafucarlo, come amava talvolta firmarsi, non avrebbe mai pensato di finire i suoi giorni terreni proprio su una strada di Codogno, anziché sulle rive del Po, mentre guardava lo scorrere lento, ma ingannevole e traditore della sua corrente. Non avrebbe, di sicuro, associato la sua dipartita proprio a quella bassa di nebbie ed umido, neppure tanto lontana dal suo paese natio San Zenone Po. Quella nebbia spessa, lattiginosa e umida che ti penetra nelle ossa, qualsiasi cosa tu possa indossare, che crea una atmosfera rarefatta, ovattata, che fa parte della tua stessa vita, perché sembra uscire dalle viscere di quella terra padana, rimossa e solcata dagli aratri dei contadini, prima del riposo invernale, in attesa del rito della semina, quasi un fantastico amplesso che brama la nuova vita. Altra terra, altri luoghi, altri mondi. Che ne sanno i giovani di oggi del piacere sonnacchioso di un camino accesso, il mezzo toscano, un bicchiere di Barbacarlo e la Lettera 22 sul tavolo, accanto al piatto unto del risotto appena consumato.

Non avrebbe certo associato la sua dipartita proprio a quella bassa di nebbie ed umido, ma anche di brasati e di intingoli (la pucia) e di cacciagione, di rossi corposi, ma al tempo stesso briosi, importati del vicino Oltrepò, che evocano ricordi di miti come il Buttafuoco ed il drago Tarantasio o il cane a sei zampe dell’Eni dei pozzi di metano di Caviaga o di quelli di petrolio di Cortemaggiore o di lontane storie di catechesi, come il Sangue di Giuda, o l’amato Barbacarlo di Lino Maga, tra il ragò d’oca ed un bicchiere di tosto e robusto barbera ad accompagnare il salame, tra tutti quello “Gentile” caratterizzato dal budello utilizzato che è la parte terminale dell’intestino retto del suino, rigorosamente tagliato a fette grosse almeno un dito. “La feta del salam l’ha gà da stà in pe”, cioè, “la fetta del salame deve avere uno spessore tale da stare in verticale da sola”.

La notte del 19 dicembre del 1992, fra venerdì e sabato, Gianni Brera, il più famoso dei giornalisti sportivi italiani, ebbe un drammatico incidente sulla strada che collega Codogno a Casalpusterlengo. Aveva trascorso la serata con gli amici al ristorante “Sole” di Maleo, poi, con il titolare, si era fermato a fare quattro chiacchiere davanti al camino, fra ricordi e aneddoti di una vita. Alla fine, intorno alle tre, si era messo in macchina con gli amici Vittorio Ronzoni e Pierangelo Mauri. Pochi minuti dopo, il tragico schianto: una Lancia Thema uscita da una discoteca, e condotta da un giovane, sbandò vistosamente e finì contro la loro auto che viaggiava in direzione opposta. Uno scontro violentissimo che non lasciò scampo a Brera e ai suoi amici. Brera se ne andò in un amen, come aveva sempre desiderato, per fuggire gli oltraggi dell’“orrida vecchiezza”.



Un addio forzato in quel territorio che ben conosceva, sia per le frequentazioni enogastronomiche, che per aver raccontato le gesta di tre eroi “dimenticati”. Eroi, miti e leggende che affondano le loro radici nella notte dei tempi, partendo dal lago Gerundo ed il suo drago Tarantasio, per proseguire con Tito Fanfulla da Lodi, protagonista della bisfida di Barletta tra tredici guerrieri italici con altrettanti francesi, per arrivare all’incredibile record mondiale su velocità per idrovolanti, a quello “illegittimo” in bicicletta sul chilometro da fermo in pista, fino al rombo del Cavallino Rampante delle rosse Ferrari. Eroi accomunati da un destino che li vorrebbe dimenticati, immagini sbiadite di un tempo che fu. Eroi e mitiche storie che sarebbe bello far rivivere e far conoscere alle nuove generazioni, decantandone le gesta sia nel territorio Ludesan, sia in quello a noi vicino dei pasgat piacentini, dei boriosi milanesi fino alla patria dei motori modenesi e poi in su, alle sponde del Benaco ed a quelle loveresi del lago Sebino, dove incrociano Mario Stoppani e Gabriele d’Annunzio, ed in quella terra Camuna, dove i nostri avi fumettarono sulla roccia disegni e simboli che ora ci rappresentano regionalmente e dove l’arte pittorica religiosa di Callisto Piazza ha fatto scoprire, oltre cinquecento anni fa, che i Ludesan non sono solo “Larghi de buca e streti di man ” ( Di tante parole ma gran tirchi) . Occorre quindi cercare tra storie vissute e leggende per celebrare gli eroi dimenticati: il casalese Francesco Agello, che a Desenzano sul Garda con un idrovolante MC72 conquistò il record mondiale di velocità il 23 ottobre 1934 con la velocità di 709,209 chilometri orari, record tuttora imbattuto, ed anche il record mondiale “Giallo” del ciclista secugnaghese Anselmo Morandi, atleta predestinato a correre il chilometro da fermo alle Olimpiadi di Londra del 1948, ed infine, terzo, ma non ultimo di questo percorso della memoria il lodigiano Eugenio Castellotti, scomparso il 14 marzo 1957 mentre sul circuito di Modena provava la sua Ferrari, a soli 26 anni.
Quel gran cantore padano che è stato Gioann Brera ha raccontato anche le gesta di questi eroi e, proprio con questi personaggi storici lodigiani, sarà per sempre accomunato da un sottile, ma indelebile ed invisibile filo: quello della jella nera, la malasorte che li ha colpiti in un determinato momento della loro vita privandoli della stessa, come Castellotti, Agello o Brera, o del meritato trionfo e della fama perpetua come Morandi. Tragedie e sfortuna maledetta che lega in quel lembo di pianura padana questi quattro grandi personaggi sulle cui storie è scesa una coltra di nebbia della memoria, il lenzuolo bianco dello scorrere del tempo che, come la nebbia mattutina, aspetta di essere dissolto, bucato, volatilizzato da quel primo raggio di sole.
