Degenerazione cognitiva, micro e nanoplastiche: cosa ci insegnano le api
Prima parte
Alexander Parked, i fratelli Wesley Hyatt e Leo Backeland sono universalmente riconosciuti come gli scienziati le cui ricerche ed invenzioni nel campo dei polimeri artificiali hanno gettato le basi della creazione e dello sviluppo di tutti i tipi di materie plastiche ad oggi prodotte ed utilizzate nel mondo. Ma se una notte avessero ricevuto in sogno la visita del fantasma del futuro, proprio come succede ad Ebenizer Scrooge nel celebre racconto “Canto di Natale” di C.Dickens, e l’ectoplasma avesse mostrato loro i formidabili progressi tecnologici, così come i catastrofici effetti sull’ambiente e sull’uomo che si sarebbero generati dal frutto del loro genio, cosa avrebbero fatto il giorno dopo? Avrebbero forse continuato la loro opera incuranti delle visioni apocalittiche? O avrebbero intrapreso studi pioneristici sulla produzione di materiali artificiali bio-degradabili? Ci piace pensare che avrebbero scelto la seconda ipotesi, ma non lo sapremo mai. Quel che sappiamo per certo, invece, è che la quasi totalità di quello che usiamo per vivere è fatto di plastica, contiene plastica o è circondato da involucri di plastica. Non esiste più nessuno sul pianeta – anche considerando i quasi 600mila ultracentenari in circolazione – che abbia conosciuto un mondo completamente senza plastica. È stato calcolato che dal 1950 al 2024 ne sono stati prodotti circa 10 miliardi di tonnellate: una quantità tale da riuscire a ricoprire l’intera superficie del Mar Mediterraneo con uno strato di plastica alto quasi cinque metri. Sempre secondo le stime, la metà è stata riciclata, incenerita o stoccata in impianti autorizzati e controllati. Tutto il resto è stato disperso nell’ambiente sotto forma di rifiuto.

Siamo assuefatti alle immagini di oggetti di plastica abbandonati in un bosco o che galleggiano in mare. A parte qualche epitaffio poco gentile nei confronti degli ignoti colpevoli di tali scempi, esse hanno smesso da tempo di suscitare preoccupazione, in quanto la straordinaria resilienza della plastica all’azione degli agenti atmosferici è percepita come un problema di sporcizia permanente, che impatta sull’ambiente più a livello estetico che biologico. Questa, però, non è altro che una visione parziale del problema. Un sacchetto della spesa finito in mare non si limita ad essere antiestetico o fastidioso per chi si vuole fare una bella nuotata. Con tempi di biodegradazione che vanno dai cento ai cinquecento anni, esso rappresenta un serio pericolo per la salute umana. Questo perché la dinamica degenerativa cui è sottoposto un oggetto di plastica abbandonato nell’ambiente, non è altro che un lentissimo processo di disgregazione ed erosione dell’oggetto stesso in centinaia di migliaia di minuscoli pezzi, di dimensioni variabili, chiamati microplastiche e nanoplastiche. E ben prima che questi frammenti più o meno infinitesimali vengano definitivamente distrutti, essi finiscono nel nostro corpo attraverso quello che mangiamo, beviamo, tocchiamo e respiriamo. Le prime vanno da un micrometro fino ad un massimo di cinque millimetri, mentre le seconde sono visibili solo al microscopio elettronico, essendo lunghe meno di un micrometro. Ne sono state trovate quantità significative in molti pesci, piante e animali che fanno parte della nostra catena alimentare. Ma il cibo, sebbene il più importante, non è l’unico vettore che trasporta le micro e nanoplastiche nel nostro corpo. Per esempio, ogni volta che mettiamo e togliamo il nostro capo d’abbigliamento preferito, se fatto di tessuti sintetici, una piccolissima parte di essi, per abrasione, resta intrappolata nelle porosità della pelle, finendo per essere assorbita dall’organismo. Oppure quando si versa dell’acqua da una bottiglia in PET ad un bicchiere — o peggio ancora quando si beve direttamente dalla bottiglia — una scia di nano plastiche viene portata via dal flusso e finisce nell’acqua che ci apprestiamo a bere. È un nemico invisibile, silenzioso ed inarrestabile, dal quale non si può fuggire perché tutto il nostro mondo ruota intorno alla plastica, e continuerà a farlo per decenni. Basti pensare che, attualmente, la produzione di materie plastiche è di circa 450milioni di tonnellate l’anno, ma nei prossimi trentacinque anni quest’ultima triplicherà, superando il miliardo. Nel 2004, con un articolo pioneristico su “Science”, il biologo marino Richard C. Thompson rivelò alla comunità scientifica che, nei pesci da lui osservati, erano presenti quantità considerevoli di materiale plastico di piccolissime dimensioni, che lui chiamò “microplastiche”, coniando il nome a tutt’oggi in uso. Ma è dal 2016 in poi che lo studio del fenomeno si è intensificato, con esperimenti su altre specie, i cui risultati confermano l’elevata pericolosità di tali materiali una volta penetrati nell’organismo. La lista dei disturbi e delle patologie che sono in grado di causare nell’uomo è lunga, e riguarda soprattutto il feto e il suo sviluppo: aumento del rischio di aborto spontaneo, morte prematura del feto, malformazioni, problemi nello sviluppo dei polmoni, cancro infantile, nonché infertilità in età adulta. Ma c’è un altro pericolo per l’uomo. Forse non è letale come alcune patologie elencate qui sopra, ma non manca di trasmettere una certa inquietudine, perché ha a che fare con la parte più fragile e, insieme, la più sbalorditiva del nostro corpo, l’organo che più ci distingue da tutte le altre specie del pianeta: il cervello.

Molti anni fa, a Londra, mentre era intento a studiare le api mellifere, un brillante biologo ed etologo originario di Firenze fu punto da una di loro, e la gravità delle conseguenze che seguirono quella singola, minuscola iniezione, gli fece scoprire di essere allergico al loro veleno. Il buon senso avrebbe consigliato al giovane scienziato di cambiare, se non il ramo di studi, quanto meno la specie che, fino a quel momento, ne era stato l’oggetto esclusivo. Fortunatamente non andò così, perché oggi David Baracchi è Professore Associato e docente di Zoologia, Zoologia Forense ed Etologia presso l’Università degli Studi di Firenze, ed è sempre nelle api mellifere — e nei bombi — che ricerca le evidenze scientifiche di quella che possiamo chiamare, semplificando molto, l’intelligenza degli animali, nel laboratorio dal lui stesso fondato nel 2018, attraverso lo studio sperimentale del funzionamento e dell’evoluzione dei processi cognitivi di questi insetti altamente sociali, del loro comportamento adattativo, e di come essi reagiscano una volta esposti a fattori ambientali avversi di origine biologica — come virus o malattie — o artificiale, come i pesticidi
.Vengo a sapere di David e del suo lavoro da un articolo antologico uscito sul New Scientist, in cui si parla di come l’esposizione alle micro e nanoplastiche abbia gravi ripercussioni su alcune capacità cognitive degli animali testati, per lo più quelle relative ad apprendimento e memoria, citando un certo numero di esperimenti su specie diversissime tra loro: paguri che sbagliano la dimensione delle conchiglie vuote in cui rifugiarsi, pesci tropicali che non riescono a nuotare fuori da un semplice labirinto anche se attirati da un forte presenza di mangime, topi che diventano incuranti della propria sicurezza davanti al loro predatore principale, gamberi d’acqua che diventano iperattivi, e infine la perdita di memoria delle api mellifere. Quest’ultimo studio trova un maggiore spazio nell’articolo, e ne viene citato anche l’autore: David Baracchi dell’Università di Firenze, appunto. È un’occasione da non perdere. Decido di scrivere subito e chiedergli un’intervista. Nella mail gli spiego che non sono un divulgatore scientifico e che, se dovesse acconsentire, il pezzo non uscirebbe su una rivista di settore, bensì su una rivista generalista on line, Diari Toscani. Giustifico questo mio contatto, apparentemente senza senso, con l’infinita curiosità che mi contraddistingue e con la voglia di misurarmi per la prima volta con l’arte dell’intervista. E quindi, quale occasione migliore di questa? Alla stessa stregua di un candidato che revisiona più volte il proprio curriculum prima di inviarlo ad un’azienda importante, leggo e correggo la mia mail, in cerca di un mix fra brevità, spontaneità e formalismo linguistico, che sia in grado di stuzzicare la sua curiosità, e che lasci trasparire il mio sincero entusiasmo per la cosa, nonché un certo rigore nell’approccio, nonostante che il mio background culturale non appartenga al mondo della scienza, e che nei miei articoli su Diari Toscani, normalmente, mi occupi di tutt’altro. Quando premo il tasto “invia”, mi sento sollevato e soddisfatto. E’ il 22 giugno 2025. C’è una significativa probabilità che al mio bizzarro invito segua un laconico quanto cordiale rifiuto, se non addirittura una mancata risposta, dovuta a qualche prompt di rimozione di email non pertinenti, messo in atto dai firewall del server accademico. La consapevolezza che entrambe le opzioni fossero egualmente plausibili, è una scarna consolazione, ma se non altro potevo dire di aver fatto del mio meglio. Una decina di giorni più tardi, invece, arriva a sorpresa la sua mail in cui dichiara: “ (…) Se ancora in tempo, sono felicissimo di fare un incontro nei prossimi giorni (…) ”. Stordito dalla felicità, lo ricontatto subito ringraziandolo della disponibilità. Segue il canonico scambio di cellulari per attivare whatsapp, accompagnato dalla scelta di darci del tu, per rendere tutto un po’ meno formale. Dopo due o tre messaggi in cui ci scambiamo ognuno le proprie disponibilità, riusciamo a trovare una data utile nel 24 luglio. È fatta. Farò la mia prima intervista.
continua…
