Tra gli animali più organizzati per affrontare i rigori della stagione fredda in letargo c’è, la già citata, marmotta “Marmota marmota“. Questo animale, che vive in montagna, oltre i mille metri d’altitudine, dove gli inverni sono gelidi, si prepara ad affrontare il freddo già da settembre mangiando più del consueto, cibandosi specialmente di vegetali molto ricchi in zuccheri ed azoto, e di larve di insetti ed alti invertebrati, per accumulare quanta più energia possibile. Contemporaneamente si occupa di ripulire la sua tana e di riempirla di erba secca per renderla più confortevole e calda. La temperatura corporea della marmotta nel periodo di ibernazione si riduce drasticamente passando dai 35 gradi della normalità, ad appena cinque gradi, e per aumentare il calore all’interno della tana, un rifugio chiuso all’estremità da terra e pietre, le marmotte svernano in una sorta di camera condivisa da più esemplari tra adulti e giovani.

Questo comportamento è lo stesso adottato dal ghiro “Gliss gliss“, emblema del letargo, che dorme, non solo con altri ghiri, ma anche abbracciato alla propria coda per tutto il periodo delle letargo, che per questo mammifero dura circa sei mesi. Il letargo del ghiro è caratterizzato da un sonno ininterrotto per tutto il periodo, ed avviene all’interno di cavità che si possono trovare negli alberi, in fessure di muri e rocce, a volte anche nelle soffitte.

Queste modalità di letargo animale sono tutte straordinarie, ma davvero stupefacente in quanto ad adattamento a condizioni estreme, è quella del pesce “Notothenia coriiceps“. Questo pesce, una specie di merluzzo, vive nelle gelide acque antartiche. Nel 2008 è stato scoperto che in inverno, per poter sopravvivere, riduce talmente tanto il suo metabolismo ed il battito cardiaco da arrivare quasi a livello di ibernazione totale; i ricercatori ritengono che sia probabilmente questo il motivo per cui questo pesce ancora esiste e resiste in un habitat tanto ostile, da circa 30 milioni di anni. Fra gli endotermi vanno in letargo anche i pipistrelli, e lo fanno in una maniera che si potrebbe definire collettiva; infatti questi piccoli mammiferi formano vere e proprie colonie dentro grotte, cantine e soffitte, e si addormentano tutti insieme.

Di recente un gruppo di ricercatori con a capo il professor Matteo Cerri, dottore di ricerca in neurofisiologia e professore associato di fisiologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, ha dimostrato che il letargo è controllato dal sistema nervoso, nello specifico, da un gruppo di neuroni dell’ipotalamo, la regione alla base del cervello che regola e controlla numerose funzioni corporee, tra le quali la termoregolazione ed il sistema ormonale. Come già accennato la durata del letargo è variabile e cambia in base alle diverse specie animali, alle condizioni climatiche dell’anno in corso ed anche in base alla situazione ambientale, come ad esempio altitudine e latitudine. Una curiosità: il periodo di letargo può variare anche in funzione del delicato equilibrio fra l’esigenza di sopravvivere nei periodi più freddi e la necessità di riproduzione per garantire la continuità della specie; gli animali infatti possono modificare la durata del letargo riattivandosi per la fase riproduttiva.

A tal proposito particolare è il comportamento riproduttivo del pipistrello in letargo; per i pipistrelli il periodo di accoppiamento è tra settembre e novembre e da quel momento fino alla fine del letargo le femmine trattengono nel loro utero lo sperma sino alla fine del letargo, è infatti solo al risveglio primaverile che ha inizio l’ovulazione e la vera e propria fecondazione. Tra gli omeotermi, oltre i mammiferi, ci sono gli uccelli, che però nel periodo invernale non vanno in letargo; semplicemente migrano in aree con clima più mite o rallentano gli spostamenti quotidiani.

L’unica eccezione è rappresentata dal “Succiacapre di Nuttal” un uccello che vive nelle zone centro-occidentali degli Stati Uniti e che nella stagione fredda entra in un vero e proprio stato di quiescenza nelle cavità fra le rocce. Fra gli ectotermi o eterotermi, ovvero gli animali a sangue freddo, non esiste invece il vero letargo; tra questi troviamo anfibi, rettili, pesci ed invertebrati, tutti animali che non sono in grado di autoregolare la loro temperatura corporea che va in base a quella dell’ambiente nel quale vivono. Anche tra gli ectotermi esistono, comunque, forme di vita latente e periodi di temporanea quiescenza.

Gli animali a sangue freddo adottano questa strategia di sopravvivenza per superare periodi di stress, causati da caldo o freddo eccessivi, carenza di risorse e siccità, ma con modalità diverse dagli animali omeotermi. Ad esempio i rettili entrano in uno stato detto “brumazione” che è un periodo di riposo simile ad un leggero letargo e restano comunque attivi anche se rallentano le loro funzioni metaboliche; nelle giornate più calde dell’inverno infatti possono uscire dai loro rifugi per abbeverarsi.

“A lungo ho creduto che il letargo fosse soltanto quell’affascinante ritirarsi invernale, in tane nascoste, la pelliccia ben imbottita di pingue riserve alimentari di certi animali selvatici. Quanto più è misterioso il letargo estivo! In apparenza nulla si cela, tutto è allo scoperto. Gli animali non smettono di ingegnarsi per trovare cibo. Certe piante, invece, quasi si fermano, traspirano meno, non fioriscono, non crescono, insomma: non si muovono. Stanno appunto in letargo“, dice Pia Pera scrittrice, saggista, e traduttrice. La parola letargo, nel pensiero comune, è associata al freddo e all’inverno, ma anche il caldo estremo può essere un ostacolo ad una buona vita o addirittura alla sopravvivenza stessa, così nelle zone più torride del pianeta esiste l’ “estivazione”, un qualcosa di molto simile al letargo. L’estivazione è un fenomeno che si verifica specialmente nelle regioni desertiche tropicali per vari animali e vegetali e permette loro di sopravvivere a lunghi periodi di intenso caldo, riducendo al limite il fabbisogno di acqua e cibo, rallentando il loro metabolismo e le loro attività, e facendoli entrare in uno stato di vita latente. L’estivazione quindi, così come il letargo, è da considerarsi una strategia di autoconservazione fatta di un complesso insieme di reazioni ed adattamenti fisiologici che consentono a piante ed animali di sopravvivere in condizioni ambientali e climatiche ostili. Purtroppo, oggi, il fenomeno diffuso del cambiamento climatico rappresenta un grande problema per le specie la cui sopravvivenza dipende dal letargo. L’aumento delle temperature nelle stagioni più fredde dell’anno e l’irregolarità delle stesse con episodi di caldo anomalo e freddo gelido improvviso può interferire con i meccanismi biologici di molti animali in letargo. Periodi siccitosi, invece, riducono la disponibilità di risorse impedendo all’animale di fare scorte sufficienti in vista dell’inverno; alcune specie ritardano il letargo o anticipano il risveglio ritrovandosi così in condizioni ambientali e climatiche sfavorevoli, oppure a dover competere con altre specie o addirittura con i predatori. Le alterazioni rapide dei processi naturali e i cambiamenti ambientali e climatici, anche se ancora oggetto di studio, destano comunque preoccupazione per il letargo, che è uno dei fenomeni naturali più affascinanti che ci siano. Il letargo, straordinaria strategia di reazione e adattamento alle ostilità della vita ambientale e climatica che garantisce la sopravvivenza a molti animali e vegetali, è una grandissima dimostrazione dell’ingegnosità e della resilienza di Madre Natura.
Chiudo questo articolo dedicato al letargo con un romantico Haiku del poeta e pittore giapponese Kobayashi Issa.
“Ascolto in questa notte
il letargo invernale
Pioggia sui monti”
