La Lunigiana, lo abbiamo detto molte volte, è una zona d’Italia che non ha dei confini ben precisi, perchè ha come punti di riferimento il territorio che faceva capo alla antica città di Luni, alla sua espansione economica, territoriale e, soprattutto, culturale. La Lunigiana nasce dalla fusione della cultura dei liguri apuani con quella dei romani e subì l’influenza della città di Luni, che si estendeva dalle odierne Massa e La Spezia sulla costa, fino a Pontremoli e Fivizzano nelle zone interne. Ripeto però che sono indicazioni geografiche approssimative, perchè gli scambi commerciali e culturali erano frequenti, quindi le zone di confine non erano nette, ma piuttosto sfumate. Tutto questo ragionamento per dire che a volte è possibile trovare tracce comuni della cultura lunigianese sia nelle aree interne, sia in quelle più esterne, di periferia, se mi è concesso il termine. Un esempio classico è la presenza di luoghi che condividono lo stesso nome, spesso di frazioni o località, come ad esempio San Terenzo. Ne esiste uno sotto il comune di Lerici ed un altro sotto quello di Fivizzano. È indubbio che entrambi condividano una radice, una fonte comune che risiede nelle vicende dell’omonimo santo e studiandone l’agiografia, le sorprese non mancano, scopriamole insieme.

Se andiamo a sfogliare un testo diventato ormai una pietra miliare nella conoscenza di questi personaggi: “Santi d’Italia” di Alfredo Cattabiani, scopriamo subito che di san Terenzo non ce n’è uno solo. Il primo che andiamo a scoprire è il patrono di Pesaro ed una passio tardo medievale vuole che provenisse dalla Pannonia, l’odierna Ungheria, dalla quale scappò nei primi anni del terzo secolo, al seguito della madre per effetto delle persecuzioni di un certo re Dagno. Arrivarono ad Aquileia e il bambino, crescendo, cominciò a operare prodigi e conversioni tanto da attirare su di sé la malevola attenzione del prefetto Valeriano che lo arrestò e lo gettò insieme ad altri cristiani in una buia a fetida prigione. Grazie alle sue preghiere i muri della cella si aprirono e tutti riuscirono a scappare. Guidato da un angelo si diresse verso Roma, dove però infuriava la repressione ad opera di Decio per cui, dietro un ulteriore consiglio angelico, si diresse verso Pesaro. Lungo la via un mandriano di porci tentò di rapinarlo scagliandogli una freccia che, per potere divino, gli tornò indietro ferendolo ad un occhio. Riconoscendo nel suo compagno di viaggio una figura grata a Dio, gli si buttò ai piedi ottenendo la conversione e la guarigione. A Pesaro però Terenzo non ci arrivò mai perchè raggiunto da una banda di briganti, nei pressi di una località chiamata “Acqua mala” fu ucciso a suon di percosse. Una matrona locale, udito cosa era successo, si occupò di trasportare il corpo con l’aiuto di un carro trainato da buoi fino a casa sua, ma, ancora una volta, la volontà celeste fece fermare il carro prima di entrare in quell’abitazione. Il Vescovo del luogo Florenzio fece erigere una chiesa nel punto esatto in cui si era fermato il carro e fece deporre all’interno il cadavere del santo, che continuò per molto tempo a fare miracoli e prodigi. La storia, naturalmente, è poco credibile, per lo meno dal lato storico, perchè di re chiamati Dagno non vi è mai stata traccia e l’imperatore Decio salì al trono di Roma due anni dopo la morte del santo.

Il secondo san Terenzo o Terenzio, tradizione vuole che fosse il vescovo di Luni che, celebre per gli atti caritatevoli volti alla popolazione, rimase anch’egli vittima di una banda di briganti che lo uccisero nei pressi del torrente Valenza, un affluente del Magra, mentre distribuiva elemosine. Il suo corpo fu messo su un caro trainato da buoi, che si fermarono dove sorge oggi una chiesa in suo onore. Queste due storie hanno ancora dei vaghi punti di contatto con la storia di san Ceccardo, anche lui legato alla città di Luni, anche lui personaggio caritatevole, assalito da un contadino e ucciso da dei briganti nell’entroterra. Insomma siamo di fronte a tre storie che si scambiano alcuni particolari e che forse nascondono la verità su questo personaggio così importante per la Lunigiana, tanto da essere ricordato in ben due località. Chi era allora il nostro santo? Era davvero un vescovo di Luni martirizzato a seguito di un’incursione saracena? O forse, come suggerisce anche l’amico e storico locale Carlo Francini, era un monaco di origine scota o irlandese? Secondo quest’ultima versione, sarebbe giunto in Italia al seguito di quell’ondata di monaci irlandesi che, sostanzialmente, convertirono mezza Europa, riformandone anche in parte il culto. Questo San Terenzo sbarcò vicino all’odierna Lerici con l’intento di visitare Roma e le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Vittima di un tentativo di rapina, fu ucciso da alcuni briganti (ancora loro) nei pressi dell’odierna Carriona, dove i malviventi scavarono una fossa per occultarne il cadavere. In quello stesso punto nacque una rigogliosa pianta di corniolo, ai piedi della quale iniziarono a verificarsi eventi prodigiosi. Il vescovo di Luni Gualtiero, lo stesso che ritroviamo nella storia di san Ceccardo, ordinò allora di scavare in quel punto dove furono ritrovati i resti del santo che dovevano trovare pace sotto l’altare di una chiesa ancora da edificare. Non trovando un accordo sul luogo dove cominciare i lavori, fu deciso di mettere il corpo su un carro trainato dai buoi e di costruire un tempio in suo onore nel punto in cui si sarebbero fermati i buoi, che, appunto, morirono di stenti lungo il torrente Bardine dove fu finalmente costruita la chiesa. Oggi quel posto si chiama Bardine di san Terenzo nel comune di Fivizzano mentre, lì dove il santo approdò per la prima volta, si chiama San Terenzo di Lerici.
Come avevo detto all’inizio, qualunque sia la verità storica alla base della comparsa del santo in Lunigiana, a seconda di come ci muoviamo assume sfumature e caratteristiche diverse mantenendo evidenti punti di contatto, permettendo agli storici ed agli studiosi del territorio di intravedere quella sottile linea rossa che li unisce.
