terza e ultima parte
“Gli elefanti siano esseri asiatici oppure africani, sono provvisti di una mente squisitamente intelligente. Come le grandi scimmie e il delfino tursiope, sanno riconoscersi negli specchi; hanno inoltre una grande memoria, capacità di ragionamento e una socialità raffinata governata con saggezza dalle femmine“, Danilo Mainardi.

Gli elefanti sono animali estremamente intelligenti e dalla prodigiosa memoria; sono in grado di ricordare non solo luoghi e persone, ma anche eventi, esperienze passate e traumi subiti. Gli elefanti, nei branchi, si tramandano l’un l’altro conoscenze ed esperienze e le matriarche guidano ed insegnano alla famiglia ed al gruppo dove trovare acqua e cibo, come difendersi e soprattutto come evitare il nemico. Gli elefanti comunicano tra loro attraverso una ricca varietà di segnali, non solo suoni ma anche segnali chimici, visivi e tattili come toccare tronchi, sbattere le grandi orecchie o agitare la testa, a seconda di ciò che vogliono esprimere. Gli elefanti “parlano” tra loro utilizzando gli infrasuoni, che hanno una frequenza troppo bassa per l’orecchio umano che non può udirli, e che consentono loro di comunicare a lunga distanza, anche svariati chilometri di distanza; per “ascoltare” questi suoni l’elefante si serve della proboscide, appoggiandola al suolo. Gli elefanti parlano tra loro anche attraverso la voce, una voce estremamente poderosa, nota con il termine “barrito”; questo verso caratteristico è talmente forte e potente da poter essere sentito anche a diversi chilometri di distanza. Il barrito è un suono cupo e squillante, simile a quello di una tromba, attraverso cui l’elefante comunica normalmente con i suoi simili, ma che serve anche a lanciare, secondo la tonalità e la modalità di emissione, messaggi di allarme su possibili pericoli, come ad esempio la presenza di cacciatori. L’intelligenza e le capacità degli elefanti si spingono bene oltre quella di riconoscere allo specchio la propria immagine o l’odore dei nemici; gli elefanti infatti possono riconoscere la provenienza etnica ed il genere delle voci che sentono, utilizzando questa loro straordinaria abilità per fiutare il pericolo e potersi così difendere o mettersi al riparo. “Dicono che in Africa, da qualche parte, gli elefanti hanno un cimitero segreto dove vanno a morire, a liberarsi dei loro corpi grigi raggrinziti, per volare via, finalmente spiriti leggeri” afferma il romanziere statunitense Robert McCammon, ed è così infatti, ma c’è anche qualcosa in più di questo ed è qualcosa di straordinario e profondamente romantico. L’elefante, che già conosciamo come un animale in grado di provare emozioni, empatia, compassione, solidarietà, riesce a comprendere il concetto di morte e di lutto e nella savana celebra i compagni morti con veri e propri funerali. Gli elefanti del branco al quale apparteneva l’animale defunto coprono silenziosamente il corpo del compagno morto con foglie e rami, e gli restano accanto a lungo, vegliandolo e sfiorandolo con la proboscide come in un rituale di morte; rituale che continua nel tempo dato che poi gli elefanti tornano, anche a mesi di distanza, nel luogo della sepoltura per ispezionare le ossa dimostrando di non dimenticare mai il loro compagno. La morte di un elefante del branco ha, su tutti gli altri, un forte impatto sociale. Gli elefanti osservati e studiati in queste particolari situazioni sono stati visti restare immobili per ore accanto al corpo di un compagno morto, toccandolo delicatamente e amorevolmente con la proboscide e, a volte, tentando anche di sollevarlo, sempre con attenzione e cura in un atto di profondo rispetto e riverenza; tutto questo piangendo, proprio nel senso letterale del termine. Molto toccante è il comportamento delle madri che perdono il loro piccolo; appena morto, il cucciolo, viene allontanato e portato in un luogo sicuro e tranquillo dove con ogni cura possibile viene ricoperto di foglie e terra per essere poi vegliato e pianto a lungo. Nei branchi di elefanti asiatici, tutti gli individui partecipano al funerale di un cucciolo; in questa specie i rituali di sepoltura dei piccoli sono davvero incredibili e veramente emozionanti. Tutti quanti gli elefanti del gruppo accompagnano il piccolo dal luogo della morte a quello della sepoltura, che avviene ponendo il cucciolo con le zampe rivolte verso l’alto prima di essere ricoperto; il perché venga messo in tale posizione rimane al momento ancora misterioso. Inoltre, durante il rituale funebre, gli elefanti asiatici, in scene davvero strazianti, non solo piangono, ma intonano lunghi e tristi canti di dolore fatti di forti e profondi barriti.

“Giuba racconta che gli elefanti senza che nessuno li abbia istruiti prima, sono capaci di recitare preghiere in onore degli dei. Essi infatti si purificano nel mare e, sollevando la proboscide come fosse una mano, si genuflettono al cospetto del sole nascente. È come conseguenza di questo fenomeno che l’elefante -come testimonia Tolomeo Filopatore- è l’animale più caro agli dei“. Plutarco, Moralia, II sec.
L’elefante con i suoi comportamenti, come le abluzioni in acqua, di mare o di fiume che siano, la postura particolare, i movimenti lenti, pacati, quasi riflessivi, con il suo restare fermo in piedi, immobile ed in silenzio per lungo tempo con la proboscide abbassata o leggermente incurvata in posa contemplativa, sembra davvero pregare ed essere in profonda connessione col divino e la natura. Per tutto questo si credeva che l’elefante fosse davvero molto caro e vicino agli dei, a volte divinità esso stesso. Sicuramente questo ha reso l’elefante molto importante e di grande valore all’occhio dell’essere umano, nella storia culturale e religiosa di molti popoli per i quali è un simbolo sempre ed estremamente positivo. La simbologia dell’elefante è doppia; è legata sia alla sua imponenza e forza fisica, sia alla sua grande intelligenza, memoria e “qualità morali” che lo rendono al contempo potente, maestoso, saggio e moderato. L’elefante, grazie alla capacità di dosare la sua potenza e la sua forza fisica in modo da non nuocere al prossimo, è diventato in molte culture simbolo di saggezza, una saggezza che si costruisce nel tempo, ed un messaggio e monito di ponderata e sapiente moderazione ad avere sempre nella vita un atteggiamento misurato e giusto a seconda del contesto in cui ci si possa trovare. Gli elefanti sono tra gli animali con il più forte valore simbolico e spirituale di sempre; l’iconografia legata all’elefante è presente in tantissime culture, religioni e tradizioni popolari da oriente ad occidente. L’elefante è simbolo di forza e saggezza, di memoria e pazienza, di moderazione e buona fortuna; è associato alla protezione della famiglia, della casa e contro le energie negative, e in alcune culture, come quella indiana, alla longevità e all’abbondanza. Nella religione, l’elefante, per la sua stazza è stato spesso associato alla forza divina capace di combattere e distruggere il male. Nelle rappresentazioni simboliche la proboscide, a seconda della posizione in cui è raffigurata, può avere diversi significati ma sempre positivi; rivolta verso l’alto è simbolo di benvenuto e buona sorte, rivolta in basso è simbolo di pace ed armonia, mentre arrotolata verso l’interno è associata alla prosperità e alla ricchezza. Nella cultura indiana l’elefante è considerato portatore di abbondanza, fortuna e longevità, protettore della casa e della famiglia; la divinità indú “Ganesh” con la testa di elefante simboleggia l’abbondanza, la saggezza e la perfezione. In Africa gli elefanti sono simbolo di forza, saggezza e felicità. Nel buddismo gli elefanti bianchi sono considerati sacri e simbolo di buona fortuna; il mito narra infatti che la Regina Maya abbia concepito il “Gaumata Buddha” dopo aver sognato un elefante bianco, simbolo di concepimento potente e puro. Nell’immaginario comune l’elefante è grigio, ma come ho appena scritto a proposito del mito e della tradizione religiosa buddista, gli elefanti possono essere bianchi. L’elefante bianco, detto anche elefante albino, è un pachiderma della famiglia Elephantidae assai raro ma non una specie a se stante; è diffuso maggiormente tra gli elefanti asiatici e non è davvero bianco, ma solo di un colore più chiaro del normale, che può variare dal grigio chiaro al rosa, e presumibilmente questa particolare colorazione è dovuta alla scarsità o alla mancanza di melanina che determina il colore della pelle, dei peli e degli occhi, come è per altre specie animali. In Africa gli elefanti bianchi sono alquanto rari e la loro sopravvivenza è sempre a rischio a causa delle condizioni climatiche in cui vivono perché il calore estremo dell’ambiente africano può causare loro gravi malattie agli occhi e alla pelle.

“Ne ho vedute tante da raccontar, giammai gli elefanti volar!”, dal film Disney “Dumbo” – L’elefante volante.
Gli elefanti sono una presenza ricorrente nel mondo dell’arte, in tutte le sue forme ed espressioni, dall’arte più antica delle incisioni sulle rocce nelle caverne, a quella più moderna come la fotografia e la cinematografia; si può infatti affermare che l’elefante è stato raffigurato senza soluzione di continuità nell’arte di ogni epoca. Questo maestoso pachiderma potrebbe addirittura essere il più antico soggetto artistico dell’uomo; sicuramente è tra i più antichi dal momento che il primo elefante raffigurato, non è un elefante “moderno” ma un antico mammuth. Nell’antico Egitto sono stati ritrovati resti di tavolozze per cosmetici in pietra sagomate con la forma stilizzata dell’elefante; in Grecia, ai tempi di Alessandro Magno, si coniarono monete e medaglie con l’immagine dell’elefante. In diverse zone del Mediterraneo sono state ritrovate piccole sculture in terracotta raffiguranti elefanti da guerra; nell’antica Roma l’elefante era raffigurato spesso anche con la tecnica del mosaico. Esistono anche grandi sarcofagi monumentali lavorati in bassorilievo, come il famoso “Trionfo di Dionisio”. L’elefante nell’arte, a differenza di altri soggetti animali, non scompare nel tempo; anzi, considerato una creatura unica e straordinaria, nel periodo medioevale ha riempito pagine e pagine di codici miniati e bestiari. Passato quindi incolume attraverso gli anni e la storia, ritroviamo l’elefante in molte opere di genere rinascimentale e barocco, nell’ Art Nouveau e nell’ Art Decò, nel surrealismo di Dalì, nella fotografia poetica di Greg Colbert, e nella cinematografia classica e d’animazione. Nel mondo artistico culturale l’elefante è rappresentato dal punto di vista simbolico con diversi significati; simbolo di prestigio, saggezza e memoria soprattutto nei contesti classici ed orientali, ma anche di mistero e fragilità in contesti più moderni. Nelle arti visive ci sono molte opere famose con protagonista l’elefante; nella pittura di genere troviamo “L’elefante” di Pietro Longhi del 1774 che ritrae, come in una cronaca figurata di un evento eccezionale, l’arrivo di un elefante a Venezia durante il carnevale; in quella surrealista troviamo l’opera “Gli elefanti” del 1948 di Salvador Dalì dove questi sono rappresentati, mentre camminano verso una nuova era in un paesaggio desolato, con lunghe e sottili zampe di ragno, a simboleggiare la fragilità del potere e del futuro. Anche Leonardo da Vinci trattò gli elefanti nel suo Bestiaro, dove ha dedicato al grigio pachiderma ampio spazio analizzando, documentando e descrivendo anche le sue qualità morali e virtù, paragonabili a quelle umane di solidarietà, equità, prudenza e religiosità. Nella scultura l’elefante rappresenta simbolicamente, oltre le tante qualità positive, anche il peso delle aspettative e delle sfide da affrontare, come nell’opera “Emma e l’elefante” di Stefano Bombardieri, composta da una serie di sculture figurative surrealiste fatte in diversi anni, dove una gracile bambina cerca di sollevare un’enorme elefante, a rappresentare sia il peso delle aspettative che le pressioni della società moderna. Opere scultoree meno recenti ma molto famose sono : la “Fontana dell’elefante di Catania” di Giovanni Battista Vaccarini in basalto nero e l’ “Obelisco della Minerva” a Roma, noto anche come “Il pulcin della Minerva”, opera del maestro Bernini e del suo allievo Ercole Ferrante, nella quale l’obelisco è posizionato su un elefante in marmo. Molto interessanti sono I “Giganti di Pietra di Campana” nel parco nazionale della Sila, due formazioni rocciose, come due grandi sculture megalitiche, composte da una figura umana ed una d’elefante, la cui origine è incerta; c’è chi ritiene che siano frutto dell’opera e dell’ingegno umano e chi invece che siano formazioni naturali modellate nel tempo dai fenomeni atmosferici, ma qualunque sia la loro vera origine, rappresentano da secoli un luogo di grande interesse archeologico per turisti e studiosi. L’elefante è protagonista anche nella letteratura; compare infatti in molte opere letterarie più o meno note, che lo rappresentano in significati vari: forza, purezza, memoria, sacrificio, o come metafora ad indicare problemi ignorati, come “l’elefante nella stanza”, ed anche come raffigurazione della condizione e dell’esistenza umana. Nel romanzo di José Saramago “Il viaggio dell’elefante”, l’autore racconta del viaggio pittoresco e surreale di un elefante da Lisbona a Vienna; nel racconto le “Colline come elefanti” Ernest Hemingway usa il simbolismo dell’elefante per trattare una difficile conversazione tra un uomo e una donna. Non mancano, poi, libri fantasy, come “Il Signore degli anelli” di J.R.R. Tolkien con i suoi “Mumak”, e neppure poesie con soggetto l’elefante, come “I ciechi e l’elefante” di J. G. Saxe. Anche nella cinematografia troviamo gli elefanti, trattati simbolicamente e raffigurati a vario titolo. Gli elefanti sono protagonisti di film d’animazione come il già citato “Dumbo” l’elefantino volante, uno dei personaggi più amati e popolari della Disney, nonché di film fantasy, action movie, film d’avventura, film drammatici e documentari, anche per famiglie e bambini. Tra le tante e famose opere cinematografiche troviamo: “Babar” il re degli elefanti soggetto di diversi film e serie TV basate su libri per bambini, e “Il ragazzo e il grande elefante” del 2017 che affronta la questione terribile, dolorosa ed ancora troppo attuale della caccia illegale e senza fine agli elefanti, attraverso la storia di un ragazzino orfano che trasferitosi in Africa stringe amicizia con un elefante, e poi insieme fronteggiano e combattono spietati bracconieri. Il bracconaggio, legato all’insaziabile ed illegale “fame” d’avorio, ha portato al massacro di migliaia e migliaia di elefanti. Il mondo oggi sta perdendo più elefanti di quanti la popolazione possa riprodurre; per questo nel 2012 è stata istituita dalla canadese Patricia Sims e dalla thailandese “Elephant Reintroduction Foundation”, la “Giornata mondiale dell’elefante” che si tiene il 12 agosto di ogni anno. Questa giornata, attraverso eventi e momenti speciali dedicati al mondo elefante, per voce di singoli individui amanti degli elefanti o di organizzazioni vere e proprie, vuole sensibilizzare e portare proposte per combattere la caccia illegale e risolvere altre questioni, come il problema degli habitat, che minacciano la vita e la sopravvivenza stessa degli elefanti.
Chiudo questo mio lungo articolo dedicato agli elefanti con una frase di Fabrizio Caramagna che ben si addice a quanto scritto finora, alla grandezza fisica e “morale” dell’elefante: “L’elefante sa che lui è il re degli animali, essendo una delle più antiche creature della terra; e anche gli animali che vivono nei suoi dintorni sanno questo. Solo il leone non lo sa. Ma l’elefante, come tutti i re saggi, lascia che si illuda di essere il re della giungla”.
