seconda parte
“Con la sua proboscide l’elefante può prendere qualsiasi cosa. È strano che non abbia ancora preso una stella” scrive romanticamente Fabrizio Caramagna.
Ma chi è l’elefante? Chi è questa creatura tanto imponente ed intelligente, grigia, con due orecchie grandissime ed un meraviglioso, stranissimo naso che chiamiamo proboscide? L’elefante è stato descritto per la prima volta nel 1811 dal biologo e zoologo tedesco Johan K.W. Illiger. Le caratteristiche distintive degli elefanti sono: la proboscide, le zanne d’avorio, gli arti colonnari e, in alcune specie, enormi padiglioni auricolari. Anche la pelle dei proboscidati è peculiare; è una pelle dura, spessa e ruvida, sovente priva di peli o comunque scarsamente pelosa, ad eccezione del mammut lanoso. Le grandi orecchie sono con la proboscide uno dei tratti più caratteristici dell’elefante, ma non rappresentano, come anche la proboscide, solo un affascinante e curioso elemento estetico. L’elefante usa infatti i padiglioni auricolari per determinate funzioni ed in certe situazioni. Le orecchie sono per l’elefante uno strumento fondamentale per la sua termoregolazione. Questi mammiferi, infatti, privi di ghiandole sudoripare, con una enorme massa corporea ed un ridotto rapporto tra superficie e volume, disperdono il loro calore interno attraverso le orecchie grazie alla loro vasta superficie e all’alta concentrazione di vasi sanguigni. L’elefante usa le sue grandi orecchie anche come linguaggio del corpo, comunicando messaggi e segnali a seconda del loro movimento. Se agitare e scuotere le orecchie serve all’elefante per abbassare la temperatura corporea, distenderle lateralmente mentre guarda con la testa alta e la proboscide sollevata è un segnale di intimidazione.

Alcuni ricercatori ritengono che questi grandi padiglioni auricolari servano all’elefante anche ad incanalare le onde sonore, migliorando così la capacità di individuazione della direzione e della distanza dei suoni. Le dimensioni delle orecchie dell’elefante variano a seconda dell’ambiente nel quale essi vivono; gli elefanti africani che vivono in ambienti con un clima molto caldo hanno padiglioni auricolari molto grandi, a differenza del mammut lanoso che vivendo invece in zone artiche ha orecchie piuttosto piccole. Il nasone dell’elefante, detto correttamente e scientificamente proboscide, è data dalla fusione del labbro superiore e delle narici esterne, è priva di ossa e composta interamente da muscoli, circa 40-50.000 muscoli. La proboscide è estremamente sensibile e potente, serve ed è usata dall’elefante in diversi modi e situazioni: per portare acqua e cibo alla bocca, per afferrare oggetti, come strumento tattile, per scavare, per comunicare e persino per “fare la doccia”, e presenta tante pieghe, talmente tante da rassomigliare ad una fisarmonica. Queste pieghe vanno oltre il fattore estetico e ci possono svelare molto sull’elefante stesso e sulle sue abitudini di vita; ad esempio possono rivelare come preferiscono nutrirsi o se sono destri o mancini. A questo proposito un importante studio è stato presentato sulla “Royal Society Open Science” una rivista scientifica “open access” pubblicata fin dal 2014 dalla Royal Society, società accademica ed accademia nazionale del Regno Unito. In questa pubblicazione si legge che a differenza del genere umano, dove tra gli individui c’è una prevalenza di soggetti destri, negli elefanti la divisione tra destri e mancini è quasi eguale, circa 50 e 50, e che è attraverso la proboscide che si capisce a quale delle due categorie appartiene un elefante; ad esempio gli elefanti mancini, quelli che usano la proboscide per maneggiare e spostare verso il lato sinistro del loro corpo cibo ed oggetti, hanno una proboscide con più pieghe e baffi più lunghi sul lato sinistro, mentre i baffi sul lato destro sono più consumati per il frequente contatto col terreno.

Alla nascita l’elefante ha la proboscide con pieghe simmetriche, è poi nel corso degli anni e con l’uso che l’animale ne fa, che si determina lo sviluppo delle pieghe più da una parte rispetto all’altra. Le pieghe, che si formano già nel grembo materno, servono anche a rendere la proboscide flessibile; a questo riguardo, gli elefanti asiatici hanno proboscidi con più pieghe rispetto a quelli africani e di conseguenza una maggiore flessibilità delle stesse. La proboscide molto flessibile è fondamentale per l’elefante asiatico; infatti mentre l’elefante africano sulla punta della proboscide ha due punte prensili, dette “dita”, che usa per afferrare agevolmente oggetti, cibo ed altro, l’elefante asiatico ha un solo dito e, per prendere saldamente qualsiasi cosa, deve avvolgerla completamente nella struttura che deve quindi essere assai duttile. Recentemente è stata scientificamente confermata l’ipotesi, che finora sembrava essere solo una nota curiosa, ma al contempo logica per le caratteristiche del suo “nasone”, che gli elefanti hanno l’olfatto più sviluppato di tutto il regno animale.

Uno studio fatto da ricercatori dell’Università di Tokio, che hanno comparato diversi genomi di varie specie di mammiferi, ha dimostrato il numero record di recettori olfattivi dell’elefante africano, ben 2000; i cani da fiuto ne possiedono 1000, l’uomo meno di 400. Questo permette all’elefante di avere l’olfatto più prodigioso che esista e di avere anche una grandissima precisione nel captare gli odori. Dalla mascella dell’elefante, all’altezza della bocca e decisamente visibili, fuoriescono le zanne. Queste lunghe e spesse protuberanze, composte di dentina e ricoperte d’avorio, sono gli incisivi superiori ipersviluppati dell’elefante, che possono raggiungere anche lunghezze notevoli e continuano a crescere costantemente nel corso di tutta la vita dell’animale. Le zanne di un elefante possono essere di lunghezza diverse, infatti una zanna può essere più corta dell’altra a causa dell’uso preferenziale che l’animale ne fa, se destro o mancino. Le funzioni delle zanne sono molteplici; servono come arma, per difendersi, per scavare, spostare e sollevare oggetti ed ostacoli vari, per sradicare e rimuovere la corteccia e le radici degli alberi e per estrarre acqua e cibo. Le zanne per la loro preziosa copertura in avorio sono state da sempre, e purtroppo lo sono ancora oggi, oggetto di caccia e bracconaggio.

Un’altra caratteristica dell’elefante sono le zampe colonnari, zampe massicce e molto possenti in grado di sostenere l’enorme peso di questo pachiderma che, non dimentichiamolo, è il più grande animale terrestre vivente. Le zampe dell’elefante sono definite colonnari per la loro struttura dritta e verticale; sono arti poco flessibili e posizionati sotto il corpo dell’animale proprio come colonne di un edificio e consentono all’elefante, nonostante la sua notevole mole, di muoversi abbastanza velocemente. Gli elefanti, per la loro stazza e struttura ossea, non riescono, però, né a correre né a galoppare; durante la normale andatura, detta ambio, l’elefante ha sempre almeno due zampe a terra, mentre nell’andatura più veloce, detta “passo di corsa” o anche “passo veloce” e che può raggiungere circa 24 chilometri orari, le zampe si sollevano ed oscillano simultaneamente, ma a differenza della maggior parte dei quadrupedi, l’elefante, non potendo saltare, mantiene sempre il contatto con il suolo con almeno una delle zampe. Una curiosità è che il piede dell’elefante è molto, molto sensibile; attraverso i piedi, infatti, e poi su attraverso le zampe, le ossa della schiena fino all’orecchio medio, gli elefanti riescono a percepire segnali sismici. Per quanto riguarda le dimensioni degli elefanti, queste variano a seconda della specie, e generalmente gli esemplari maschi sono sempre più grandi delle femmine. Tra le tre specie attuali, l’elefante africano della savana è quello più grande; i maschi di questa specie possono raggiungere i 4 metri al garrese ed arrivare a pesare fin oltre 10 tonnellate. L’elefante africano della foresta ha invece dimensioni leggermente ridotte rispetto a quello della savana; infine, pur sempre nella sua enormità, il più piccolo tra le tre specie è l’elefante asiatico, con un’altezza al garrese di “soli” tre metri ed un peso per i maschi più grandi intorno alle cinque tonnellate.

“Proboscide. Cospicuo ma rudimentale organo dell’elefante, a lui concesso in luogo della forchetta e del coltello che le leggi evolutive tuttora gli negano” affermava lo scrittore, giornalista ed aforista statunitense Ambrose Bierce più di un secolo fa, accennando al modo di cibarsi degli elefanti che, come tutti i mammiferi erbivori, hanno una dieta quotidiana a base di vegetali. Gli elefanti mangiano molto in quantità e per molto tempo nell’arco della giornata; possono passare fino a 16-18 ore al giorno a mangiare, arrivando a consumare 150-170 chilogrammi di cibo che si procurano strappando e raccogliendo in natura con le zanne e con la proboscide. La loro dieta, giornaliera e vegetariana, è varia: rami, cortecce, radici, foglie, erba ed anche frutta, di cui sono molto golosi. Interessante è, come dimostrato e descritto in un importante studio scientifico pubblicato ancora una volta sulla rivista Royal Society Open Science, che una mandria di elefanti, che generalmente comprende fino ad un centinaio di individui, riesce a mangiare tranquillamente in gruppo, facendosi bastare sempre il cibo a disposizione e senza mai litigare per procurarselo. Ogni giorno, infatti, gli elefanti cambiano il loro “menù” adeguandolo alle loro esigenze individuali ed al contempo adattandolo a ciò che il luogo permette, rendendo quindi possibile a tutto il branco di mangiare insieme. Lo studio condotto da alcuni ricercatori dell’americana Brown University, ha anche rivelato che gli elefanti quando mangiano, anche in gruppo, scelgono comunque sempre il cibo in base alle loro preferenze e al gusto personale che, nel corso della vita e col passare degli anni, può cambiare.

“Gli elefanti amano incontrarsi. Essi si riconoscono l’un l’altro dopo anni e anni di separazione e si salutano con selvaggia gioia chiassosa. Barriscono e strombazzano, sbattono le orecchie e sfregano per terra intrecciando le proboscidi” scrive Jennifer Richard Jacobson, autrice pluripremiata di numerosi libri per bambini tra i quali “Small as an elephant”, nel quale si racconta la storia semplice ma al contempo emotivamente coinvolgente, e che ben si ricollega a questa caratteristica unica degli elefanti di appartenenza ad una “mandria felice”. L’elefante è infatti una animale sociale e socievole che vive in gruppi composti prevalentemente da esemplari femmine e dalla loro prole e dove si formano legami familiari e di amicizia molto importanti e profondi che durano per tutta la loro vita. I branchi matriarcali sono altamente sociali; al loro interno gli elefanti condividono un grande senso di parentela e sviluppano anche forti rapporti tra individui non consanguinei, dimostrando l’un l’altro empatia, compassione, solidarietà, ed anche partecipazione affettiva alla vita comunitaria. Gli elefanti quindi, ed in particolare le femmine, tendono a vivere in strutture complesse, famigliari e non, creando anche una forte dipendenza gli uni dagli altri utile a favorire non solo la loro vita ma anche la loro sopravvivenza. Gli esemplari maschi, invece, che ad una certa età escono dal branco, vivono in solitaria o al massimo in piccoli gruppi. Nel branco matriarcale, che è sempre guidato dalla femmina più anziana, gli elefanti si occupano e si prendono cura l’uno dell’altro, specialmente dei più piccoli, si confortano e si sostengono reciprocamente se sono feriti, malati o in lutto. Le madri sono estremamente protettive nei confronti dei cuccioli, che sono curati e protetti anche da tutto il resto del branco; ad esempio durante situazioni di minaccia e pericolo, gli elefantini vengono messi in sicurezza al centro del gruppo per essere protetti da un cerchio di elefanti adulti. I piccoli dell’elefante nascono dopo un periodo di gestazione molto lunga, il più lungo tra tutti quelli dei mammiferi terrestri; la gravidanza di un elefante dura infatti circa 22 mesi. L’elefantessa partorisce un solo piccolo alla volta. Il cucciolo alla nascita ha già un peso notevole, che arriva tranquillamente intorno al quintale, a volte può raggiungere anche i 120 chilogrammi, ed è in grado di mettersi e reggersi in piedi già dopo pochi minuti dalla nascita. Le elefantesse hanno la prima gravidanza e partoriscono il primo cucciolo intorno ai 14-15 anni, e continuano a riprodursi a lungo, anche fino ai 60 anni di età; l’elefante è infatti un animale longevo e, anche se è difficile stabilire con estrema certezza quanto a lungo possa vivere questo pachiderma in natura, dagli studi fatti è stato calcolato che mediamente l’aspettativa di vita di un elefante sia di circa 70-80 anni. Ogni elefante presenta una sua propria personalità, diversa da quella degli altri esemplari, anche dello stesso branco; questa sua personalità è unica in quanto influenzata e forgiata da differenti fattori, come l’ambiente e le esperienze vissute. Una nota curiosa sul comportamento degli elefanti riguarda il sonno ed il modo in cui dormono; l’elefante dorme relativamente poco e generalmente dorme in piedi, sdraiandosi solo raramente e per necessità di un sonno più profondo.
continua…
