Parte III
IL BILINGUISMO DEI SOGGETTI SORDI: UNA CONDIZIONE PECULIARE
Roman Jakobson definiva il bilinguismo “la questione più problematica della scienza linguistica”, senza pensare al soggetto sordo, per il quale questa “questione” si fa ancor più complessa. Il bilinguismo, già di per sé fenomeno multidimensionale e sfuggente, assume nel caso delle persone sorde caratteristiche del tutto particolari, che riguardano lo sviluppo cognitivo, l’apprendimento e l’integrazione culturale. Molte categorie elaborate per i parlanti udenti — bilinguismo precoce, equilibrato, funzionale, additivo o sottrattivo — si rivelano solo parzialmente applicabili. È difficile parlare di “bilinguismo naturale” o “primario” per chi non ha accesso spontaneo a una lingua materna acustico-vocale. Più realistico è parlare, nel caso dei sordi, di un bilinguismo funzionale: la capacità di muoversi tra la lingua dei segni e la lingua scritta o parlata, usandole in contesti diversi secondo necessità. La lingua scritta, in particolare, assume per loro un ruolo cruciale, in quanto ponte tra la dimensione visiva e quella verbale. Il bilinguismo dei sordi è un traguardo da costruire, non una condizione data. È quasi sempre un bilinguismo verticale, che nasce in modo asimmetrico: la lingua segnica è la più naturale e la più “preferita”, mentre la lingua vocale (orale o scritta) tende a essere la dominante sul piano sociale. Alcuni sordi mirano a un bilinguismo ascendente, avvicinandosi alla lingua vocale per integrarsi nel mondo udente; altri, invece, abbandonano progressivamente la lingua dei segni, in un percorso discendente, spesso dettato dal desiderio di appartenenza o dal peso del pregiudizio.Il pericolo maggiore, tuttavia, è quello del bilinguismo sottrattivo, quando una delle due lingue — di solito quella segnica — viene esclusa o svalutata a livello educativo. Ciò priva il bambino del diritto fondamentale di acquisire una lingua naturale, ostacolando lo sviluppo cognitivo e identitario. È quindi essenziale garantire un bilinguismo additivo, in cui le due lingue si sostengono a vicenda: la lingua dei segni come base del pensiero, la lingua vocale come strumento di partecipazione sociale più ampia. Quando i genitori sono sordi e conoscono la lingua dei segni, può crearsi una situazione più favorevole, paragonabile a un caso di language maintenance (mantenimento linguistico), ma questo non basta. Senza il sostegno della scuola, dei centri di aggregazione e di una politica culturale inclusiva, la trasmissione resta fragile e discontinua.L’obiettivo non deve essere creare “comunità separate”, ma ambienti condivisi, dove la lingua dei segni sia valorizzata senza diventare un marchio identitario esclusivo.
Bilinguismo, identità e cittadinanza linguistica
Accettare la specificità del bilinguismo sordo significa riconoscere anche un dato di realtà: i soggetti sordi partono da uno svantaggio linguistico strutturale. Vivono in una società che discrimina, spesso inconsapevolmente, chi non parla o non scrive nella lingua ritenuta dominante o più prestigiosa. Da qui deriva l’obbligo, per la collettività, di garantire a tutti — sordi compresi — una competenza comunicativa effettiva, cioè la possibilità di comprendere e di farsi comprendere nel mondo sociale. L’integrazione, dunque, non è un processo a senso unico. Deve coinvolgere sia le minoranze sia la maggioranza, educando entrambe alla reciprocità linguistica e culturale. È il principio, oggi più che mai attuale, espresso già da Manzoni e poi da Gramsci: la lingua è lo strumento fondamentale della partecipazione civile. Come ricordava Tullio De Mauro commentando Piero Calamandrei, una democrazia non è tale se solo una parte dei cittadini dispone dell’istruzione linguistica necessaria per essere attori consapevoli della vita politica e sociale. Rendere accessibile la lingua “dominante” non significa svalutare le altre. Al contrario, implica il dovere di creare strumenti, programmi e didattiche che permettano a tutti di accedere a essa senza perdere la propria lingua d’origine. In questo senso, la Lingua dei Segni Italiana (LIS) deve essere trattata come le altre lingue di minoranza, ma con una consapevolezza in più: la sua peculiarità modale e la sua funzione cognitiva insostituibile.
La lingua dei segni nel contesto sociolinguistico italiano
L’attuale panorama linguistico italiano, caratterizzato da una crescente mescolanza tra italiano, dialetti e varietà regionali, offre un contesto favorevole a una visione meno rigida della diversità linguistica. L’italianizzazione dei dialetti ha creato una sorta di continuum espressivo, una zona di fluttuazione tra lingue e varietà che attenua la percezione della differenza. In questo ambiente, la LIS può trovare uno spazio di accoglienza più naturale: può essere considerata una lingua di pari dignità, parte del repertorio linguistico nazionale, e non un segno di isolamento. Continuare a trattarla come un’anomalia significherebbe rischiarne la marginalizzazione o persino l’estinzione. La tutela della LIS deve andare di pari passo con la promozione dell’italiano accessibile e con l’educazione al plurilinguismo: due dimensioni complementari, non contrapposte. Solo così si evita che la lingua dei segni diventi una bandiera identitaria chiusa, e si valorizza invece come risorsa comunicativa condivisa, utile anche agli udenti.
Il ruolo dello Stato e della scuola
L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce il diritto alla piena partecipazione alla vita sociale e politica, e vieta ogni discriminazione basata sulla lingua. Ma tale diritto resta astratto se non si traduce nella possibilità concreta di usare la lingua comune. Spetta dunque allo Stato — e alla scuola pubblica in primo luogo — garantire a tutti i cittadini, e in particolare ai soggetti sordi, l’accesso agli strumenti linguistici necessari. La scuola, tuttavia, fatica ancora oggi a compensare le disuguaglianze di partenza. I dati sull’analfabetismo funzionale in Italia (oltre il 30% della popolazione adulta) mostrano quanto il problema sia profondo. In questo quadro, il compito di assicurare ai bambini sordi un’educazione linguistica piena è doppio: deve integrare l’insegnamento della LIS come lingua naturale e l’apprendimento dell’italiano come lingua di cittadinanza. Garantire al soggetto sordo la padronanza di entrambe non è solo una misura di equità, ma una condizione per l’esercizio reale dei diritti. La lingua è il primo strumento di libertà.
continua…
