foto di Silvia Meacci
Il più importante Festival Internazionale di cinema documentario in Italia e il più antico in Europa, giunto alla sua sessantaseiesima edizione, si è tenuto a Firenze dall’1 al 9 novembre 2025, in diverse location della città. Alla base di molti corti, mediometraggi e lungometraggi è risultata centrale l’idea di resistenza: resistere e perseguire i propri ideali anche in condizioni avverse, perseverare nel coltivare e liberare le proprie idee in un contesto di appiattimento culturale e predazione consumistica. Resistere è continuare a vivere e stringere i denti, sperare, non rinunciare a procreare, custodire la natura umana e la memoria anche durante i conflitti, come nei film Paleontology Lesson e Checkpoint Zoo, legati alla guerra in Ucraina o With Hasan in Gaza del regista palestinese Kamal Aljafari, che ha vinto il Concorso Internazionale. Con tematiche multiculturali, il festival si è confermato specchio dell’umanità contemporanea. Sono stati omaggiate anche le donne e l’arte: la regista Marie Losier e Sara Maldoror, i cui antenati erano schiavi e che nell’Africa che filmava voleva mostrare e denunciare. Si è reso omaggio anche a Sandro Pertini, al suo essere integrale, al suo opporsi.

Grande interesse per Post Truth del turco Alkan Avcıoğlu che ha scritto la sceneggiatura di un documentario interamente realizzato dall’IA. Il film è un flusso continuo di immagini create con l’IA, su materiali concreti e in uno stile da saggio audiovisivo che riflette il linguaggio del nostro tempo, in cui tutto sembra diventare fake. Anche la voce maschile — tradizionale, in linea con la vecchia scuola, ma generata dall’IA, porta alla riflessione su cosa sia la realtà. “L’IA può essere uno strumento utile per l’arte, se usato consapevolmente, ma non posso dire altrettanto per le altre sfere della vita” ha detto Avcıoğlu, “Difficile trovare soluzioni per contrastare il riduzionismo che ci circonda. A livello individuale, ognuno di noi potrebbe però scegliere di vivere maggiormente connesso alla natura. Tra molti anni, chissà, l’IA ci libererà dall’obbligo di lavori estenuanti e ripetitivi, e l’uomo potrà tornare ad avere un’esistenza più votata all’introspezione e alla spiritualità”. All’estremo opposto per tema e spirito, si trova TATTI, Paese di sognatori del regista svizzero Ruedi Gerber. Il bellissimo documentario, commovente e pregno di speranza, racconta la storia di Tatti, un piccolo borgo che negli anni Novanta era quasi completamente spopolato.

“Mi sono perso in Maremma per una serie di coincidenze e a Tatti, villaggio fantasma, ho trovato una casa, ha detto Gerber. “Mi sono innamorato del luogo e negli anni ho fatto rivivere il terreno con la coltivazione delle viti”. Come un effetto domino, il paese ha gradualmente ricominciato a ripopolarsi di giovani che si erano allontanati ma che hanno saputo riscoprire il valore della vita autentica, della terra, delle origini e delle relazioni, perfino intergenerazionali. Anche persone di altre origini hanno trovato a Tatti accoglienza e lavoro. Ruedi racconta un microcosmo e inevitabilmente affronta temi universali: lo svuotamento dei paesi, la “restanza” di pochi e il ritorno. Alla proiezione del film al Cinema La Compagnia sono accorsi, con tre pullman, quasi tutti i duecento abitanti di Tatti. Perché il cinema mostra la vita e crea comunità.
