foto di Pietro Marchini
Dopo una bella dormita al rifugio Donegani in val Serenaia, nel più assoluto silenzio, il risveglio non è tra i più concilianti, ma una sbirciatina dalla finestra cancella ogni reminiscenza notturna, compreso i sogni. Un cielo terso illumina tutta la vallata. Una rapida sistemata a quelli che sono i postumi lasciati dal guanciale sul viso del ragazzo, una frugale pettinata alla folta chioma nera e poi giù nella sala a fare colazione. Uno scambio di battute con la proprietaria tanto per mantenere il buon umore, un saluto e via. Un attimo dopo è già fuori con lo zaino in spalla. L’euforia del momento gli fa dimenticare che questa è la sua prima solitaria al Pisanino per la cresta della Bagola Bianca. La giornata è magnifica, il vento di tramontana ha portato via tutte le nuvole ammonticchiate e abbracciate dalla sera precedente alle cime circostanti, un legame durato solo una notte e spezzato dalla brezza notturna. Il bosco circostante, giunto alla fine del suo ciclo stagionale, mostra tutta la propria saggezza e bellezza. Faggi di alto fusto vestiti dall’autunno sfoggiano livree colorate che nessun nobile pennello sarebbe in grado di riprodurre. Emozioni e turbamento stanno per prendere il sopravvento nella sua mente quando, un attimo dopo, il gestore con una pacca sulle spalle, lo distoglie dal suo incanto; tutto bene, risponde il ragazzo ancora meravigliato e, senza esitazione, inizia a scendere lungo la strada asfaltata che conduce alla traccia di percorso che abitualmente si prende per arrivare all’attacco della cresta. È uno stretto sentiero ricoperto dal paleo, dove in alcuni punti se ne perdono le tracce, ma l’esperienza accumulata con gli amici nelle numerose ascensioni non desta preoccupazione, nel volgere di circa trenta minuti è con i piedi ben poggiati sul crinale. Alcune capre, curiose come al solito, dall’alto di uno sperone roccioso hanno seguito tutta la salita. Da questa posizione favorevole la vista comincia ad ampliare la prospettiva guardando panorami mai visti prima.
Quello che dapprima si intravvedeva dal rifugio, da quassù si materializza. Una lunga striscia bianca risalta tra il grigiore della roccia circostante mettendo in evidenza il deturpamento in atto in questa vallata. Tutto il bello visto in precedenza scompare dalla mente di Silvano. Con l’innocenza e la purezza dei vent’anni non è facile comprendere come l’avidità e l’interesse possano aver ridotto la sua amata montagna in quello stato. La distruzione è quasi totale, un’intera montagna smontata a pezzi e privata dei suoi crinali, con enormi colate di sangue bianco abbandonate lungo i pendii.

La montagna, violentata e deturpata, aveva chiesto aiuto e protezione alle nuvole e alla notte, perché la sottraessero alla vista innocente del nuovo visitatore. La sacralità del luogo è stata profanata. Milioni di anni di lento lavoro andati nel vento in trent’anni di escavazione. Recuperate le forze, inizia la salita vera e propria alla vetta. Le capre, dapprima incuriosite, ora scappano impaurite lasciandosi dietro una scia di piccole pietre che iniziano a rotolare lungo il pendio. Superati alcuni tratti affilati di cresta, Silvano arriva all’anticima del Pisanino, un piccolo pianoro roccioso che si affaccia sulla valle. Qui convergono le due creste principali della montagna: quella della Forbice, che si sviluppa nel versante nord-ovest e quella della Bagola Bianca, che risale il versante ovest. Anche se il dislivello fatto dall’ultima sosta è di poche centinaia di metri, il paesaggio cambia ancora in modo deciso. Un’ampia panoramica si apre su nuovi orizzonti. Con la cartina in mano il ragazzo cerca di identificare la sequenza di monti che gli scorrono davanti, e individuata la prima aguzza vetta nel Pizzo d’Uccello, scorre sempre con il dito puntato sulla cartina, tutto il crinale fino ad arrivare all’altro estremo che è delimitato dal monte Cavallo. Voltando lo sguardo verso nord una cortina bianca spicca dal fondo del cielo, lanciando verso l’alto una serie infinita di vette e crinali seghettati che hanno cambiato la vita a molti alpinisti e scritto la storia dell’alpinismo moderno. Appagato da questo mondo nuovo si incammina, con il suo incedere lento, verso il crinale un po’ scorbutico che lo divide dalla vetta principale. L’aerea cresta concede all’escursionista l’unico tratto pianeggiante di tutta l’intera salita, con vista mozzafiato sulla val Serenaia da un lato e la valle di Gorfigliano dall’altro, prima di innalzarsi ancora mettendo sempre di più in evidenza i pericoli oggettivi della montagna. Una breve arrampicata e finalmente la vetta. Seduto sopra una pietra e lo sguardo perso lontano, ricorda di una vecchia leggenda che il nonno spesso gli raccontava. Adesso questo giovane uomo, tutto orgoglioso, sta seduto sopra questa leggenda.

Il Pisanino sovrasta il lago di Gramolazzo
Tanto tempo fa, assai prima della nascita di Cristo, viveva a Pisa un giovane che apparteneva a una importante famiglia. Pisa allora era inscritta in una confederazione di città e aveva per capo un Lucumone, supremo magistrato che la governava da tiranno. Il giovane assieme al padre cercò di opporsi alla prepotenza del Lucumone, ma non ottenendo sufficienti appoggi tra i cittadini, si trovò presto a mal partito e fu costretto a darsi alla fuga. Mentre cercava di raggiungere le montagne al di là del Serchio in compagnia del padre, venne intercettato dai soldati del Lucumone sguinzagliati nelle campagne per catturarlo. Nello scontro che ne seguì il padre restò ucciso e il giovane riuscì a stento a evitare la cattura. Ferito, continuò a fuggire e raggiunte le montagne camminò a lungo, cercando di vincere il dolore della ferita; si inoltrò così nelle valli apuane e risalì aspre giogaie finché, stremato, non si imbatté in un pastore che attendeva al suo gregge. Era ormai sera e questi lo condusse alla sua capanna; era povero, ma gli offri tutto quello che possedeva e divise con lui la magra cena. Adagiato su un letto di pelli il giovane tremava di febbre; la ferita era profonda e bisognava curarla. Il pastore, con le erbe rare che crescevano sulle cime più alte, preparò infusi e decotti secondo antiche formule; vegliò il ferito, lo confortò. Al capezzale stava trepidante la figlia sedicenne del pastore, una ragazza bella, sangue e latte, con grandi occhi e lunghe trecce nere. Ella non abbandonava un istante il giovane infermo circondandolo di ogni attenzione, pregando e sperando che potesse presto guarire. Passarono giorni e notti e la premura della fanciulla si trasformò presto in amore. Lo guardava con immensa tenerezza, tenendogli strette le mani nelle sue mani e gli parlava per ridestarlo dal profondo torpore che l’aveva invaso; si inventò un nome, non conoscendo il suo vero, e lo chiamava Pisanino perché il padre gli aveva detto che proveniva da quella lontana città. Nonostante le amorevoli cure, le preghiere e il gran bene che ormai sentiva per lui, un brutto giorno il Pisanino morì. Piansero il pastore e gli altri che ogni sera erano venuti chiedendo notizie. Pianse e si disperò la fanciulla innamorata. Lo seppellirono ai margini di un bel prato, dove crescevano giunchiglie e primule gialle. La ragazza non si dava pace e non riusciva trattenere le lacrime che le rigavano il viso. Per giorni e giorni bagnò la tomba di pianto e persino gli animali del bosco e gli uccelli dell’aria provarono pena per quel suo grande dolore. E una mattina ecco il prodigio! Per incanto, sul luogo della sepoltura era sorta una montagna, alta e possente, voluta dagli dèi a eterna memoria di quell’amore. La fanciulla riconobbe il volto del suo amato nel profilo di un altro monte vicino che la gente chiamò l’Uomo Morto e più tardi monte Contrario. Poi, per un nuovo miracolo, si innalzò verso il cielo una cima rocciosa e nuda, il Pizzo d’Uccello, dove l’infelice pastorella prese a salire, nelle notti di luna, per guardare di lassù il profilo del suo amato. I pastori da allora chiamarono Pisanino la maestosa montagna e Orto di Donna il luogo dove la fanciulla visse: le sue lacrime sono rimaste imprigionate nel marmo che forma l’ossatura dei rilievi, limpidi cristalli che i cavatori raccolgono e serbano con gelosa cura.
