foto di Silvia Meacci
Grandissima affluenza di pubblico a La Compagnia di Firenze — oltre 7.000 presenze totali — per la diciassettesima edizione di France Odeon, il festival del cinema contemporaneo francese che affronta temi pregnanti e attuali come il rapporto tra uomo e macchina, la relativa questione etica o la nuova comunicazione politica. Dopo cinque giorni di proiezioni, convegni e presentazioni, la kermesse si è conclusa domenica 2 novembre con l’assegnazione di più riconoscimenti tra cui il Premio Foglia d’Oro France Odeon 2025 per il miglior film a L’inconnu de la Grande Arche di Stéphane Demoustier e il Premio della Giuria Giovani a Dalloway di Yann Gozlan, un thriller inquietante sull’Intelligenza Artificiale.Tra gli eventi più attesi, la proiezione in seconda anteprima mondiale de Le Mage du Kremlin di Olivier Assayas, film che ha anche valso al regista il Premio Foglia d’Oro d’Onore. Presenti in sala lo stesso Assayas e lo scrittore Emmanuel Carrère che hanno creato la sceneggiatura dal romanzo omonimo di Giuliano Da Empoli.

Potente e spiazzante, il film si presenta come un affresco della Russia: Gorbaciov prima e Eltsin poi non si dimostrano all’altezza del loro ruolo e Putin ( interpretato da Jude Law ) si trasforma da compassato funzionario del KGB in “zar”. Del Putin intimo c’è ben poco, a emergere sono piuttosto la nuova e inquietante forma comunicativa della politica.
Ricalcando la struttura del libro, la pellicola ci mostra due uomini che conversano in una dacia: uno è Vadim Baranov, personaggio complesso e fascinoso ma anche inquietante nella sua flemma, ispirato a Vladislav Surkof, conosciuto come “il mago del Cremlino”, oscuro spin doctor di Putin, vale a dire colui che lo ha influenzato nel trasformare il potere in una versione più moderna e mediatica. “Forse noi lo abbiamo enfatizzato, lo mostriamo in pensione, ritirato dagli affari e non si capisce se abbia lasciato gli intrighi, se sia stato allontanato o se sia in pericolo. È affascinante tanto quanto Limonov, di cui io avevo scritto e con cui, del resto, Baranov si incontra nel film”, ha commentato Carrère.

Il racconto si dipana dall’inizio della Perestrojka fino all’invasione della Crimea, considerata l’inizio della guerra contro l’Ucraina. È ben delineata l’immagine dei passaggi che hanno portato la Russia alla sua condizione attuale. Una visione tragica ma accurata. Negli anni Novanta dieci anni di libertà assoluta, di democrazia — che nella mente dei russi ha tuttavia una connotazione negativa — coincisero con un’epoca di insicurezza, di mafia, di totale “legge della giungla”, di impoverimento del 99% della popolazione, a differenza dell’1% che si arricchì estremamente, condividendo il potere e comprando tutte le imprese. Quando Eltsin si rivelò non adatto, Putin andò al potere e si sbarazzò degli oligarchi a favore dei siloviki, gli “uomini della forza” — ancora più ricchi degli oligarchi iniziali — restituendo espressione a una cultura autenticamente sovietica. Con la consulenza segreta dello spin doctor, freddo e inarrestabile manipolatore, capace di convogliare anche gli istinti del popolo insoddisfatto verso canali da lui controllati, si è arrivati a una cultura politica che lo “zar di oggi”, Putin, ex funzionario del KGB, sembrava ignorare.
Nel film c’è anche un ruolo femminile ben approfondito. La presenza poetica di Ksenia fa infatti da contrappunto alla disillusione e al cinismo del protagonista che invece ha tradito i suoi ideali, preso com’è negli ingranaggi del potere. La ragazza incarna quell’idea di libertà che lei e il paese stesso avrebbero potuto avere. La pellicola tenta — e ci riesce— di portare sul grande schermo ciò che il cinema finora non aveva trattato: il nuovo aspetto della comunicazione politica, la dezinformatsiya, vale a dire informazioni fuorvianti e immagini usate come mezzi manipolativi, per indirizzare deliberatamente l’insoddisfazione dell’opposizione e controllarla. Diaboliche armi. Parlando di questo film non si può non pensare a Trump, alla sua democratura, versione occidentale di ciò che è accaduto con Putin.

Il film è stato girato in Lettonia e non in Russia — e non con attori russi —per ovvi motivi. Durante le riprese si sono incontrate difficoltà logistiche e organizzative per rendere credibile l’ambientazione. Accolto con lunghi applausi al Cinema La Compagnia, il film, lucido e potente, si è dimostrato un interessante spunto di approfondimento e riflessione sul vero volto del potere. Uscirà nelle sale a gennaio 2026.
