Prima parte
“L’uso comune della lingua si esplica allo stesso livello dell’uso comune di ogni oggetto che si trovi attorno a noi nella società in cui siamo nati e viviamo.” (Ferruccio Rossi-Landi, 1970)
Una piena integrazione linguistica del soggetto sordo passa necessariamente attraverso il bilinguismo? E, se sì, di quale bilinguismo si tratta? Il termine evoca una condizione complessa: non è chiaro se il “bilinguismo bimodale” del sordo possa davvero essere paragonato al bilinguismo dell’udente per il quale la nozione nacque. Di che tipo di bilinguismo si tratta, dunque: precoce, equilibrato, funzionale, ascendente, discendente, additivo, sottrattivo, o biculturale? E concetti come diglossia o dilalia possono davvero descrivere questa condizione? La domanda più radicale è se sia corretto applicare tout court le categorie della linguistica tradizionale alla condizione del soggetto sordo, che si colloca in un territorio di confine tra biologia e cultura. Non è una questione meramente teorica: tocca il cuore delle conseguenze sociali, cognitive e identitarie della sordità.
Negli anni Sessanta, quando William Stokoe cominciò a studiare la lingua dei segni, l’obiettivo fu dimostrarne la piena legittimità linguistica, sottolineandone le somiglianze con le lingue vocali. Questa strategia, necessaria per vincere pregiudizi secolari, finì però per oscurarne le specificità. Solo con il tempo la ricerca ha liberato le lingue dei segni dalla sudditanza verso il modello vocale, riconoscendone la complessità autonoma. Oggi sappiamo che le lingue dei segni possiedono strutture proprie e che elementi un tempo considerati “anomali”, come l’iconicità, ne rappresentano invece un tratto costitutivo. L’iconicità non è più vista come una deviazione dalla norma, ma come una forma naturale di rappresentazione. Studiosi come Christian Cuxac hanno insistito sulla necessità di abbandonare ogni approccio assimilatorio e di analizzare queste lingue nei loro contesti d’uso, come sistemi semiologici specifici e fragili, spesso trasmessi in modo discontinuo e non garantito.
Le lingue dei segni condividono infatti le difficoltà delle lingue minoritarie — la scarsa visibilità e la negazione istituzionale — ma ne aggiungono altre: una diffusione frammentata sul territorio e una trasmissione intergenerazionale rara e complessa, poiché avviene quasi sempre tramite segnanti non nativi. Casi come quello di Martha’s Vineyard, dove la sordità era ereditaria e condivisa, restano eccezioni nella storia linguistica dell’umanità. Di qui la necessità di superare anche il pregiudizio implicito che il soggetto sordo debba “tendere” alla non-sordità, come se la sua condizione fosse una mancanza da colmare. Il bambino sordo non è un udente incompleto, ma un essere linguistico a pieno titolo, che merita di essere compreso nella sua specificità. Per il bambino udente, la lingua si acquisisce naturalmente: basta la presenza di adulti parlanti. Per il bambino sordo, invece, questa spontaneità va costruita, offrendo un ambiente di esposizione precoce e naturale alla sua lingua nativa, quella segnica. La lingua vocale, per lui, è sempre una seconda lingua, da apprendere con consapevolezza e fatica, anche se le moderne tecnologie uditive (protesi e impianti cocleari) stanno ampliando le possibilità di accesso al mondo sonoro.
LA COMUNITÀ SORDA: IDENTITÀ, TRANSCULTURALITÀ E LINGUAGGIO
Quando si afferma che i soggetti sordi costituiscono una “comunità”, è necessario chiarire bene in che senso. Per lungo tempo ho provato disagio di fronte a questa definizione, che mi sembrava riduttiva, quasi una forzatura concettuale. Temevo che parlare di “comunità dei sordi” potesse generare una nuova forma di etichettamento, con il rischio di trasformare un riconoscimento in un recinto, e l’appartenenza in una forma di isolamento. Temevo, cioè, che la legittima aspirazione a una propria identità culturale potesse sfociare in un’autoesclusione, alimentando la separazione da altri gruppi sociali e riducendo la complessità delle identità individuali. Come ricorda Amartya Sen, ogni persona è portatrice di molteplici appartenenze – linguistiche, sociali, culturali, professionali – e nessuna può definirla in modo esclusivo. Ridurre la persona sorda a una sola identità rischia di ignorare tutte le altre. Col tempo, tuttavia, ho compreso che il concetto di “comunità dei sordi” non implica necessariamente chiusura, ma può rappresentare una forma di solidarietà transculturale. I sordi, infatti, costituiscono una comunità globale e transnazionale, uniti da una condizione linguistica unica: quella di non poter accedere in modo naturale alla lingua madre vocale della società in cui nascono. È una comunità che trascende confini geografici e linguistici, come dimostra la facilità con cui segnanti di lingue dei segni diverse riescono a comunicare tra loro.Questa sorprendente intercomprensione non deriva solo dalla componente gestuale non linguistica, ma dal modo in cui il segno gestuale – in quanto immagine visiva – produce un contatto diretto con l’immagine mentale. In altre parole, il segno “mostra” ciò che significa. È proprio nei segni astratti che emergono con forza le radici corporee della cognizione: la mente e il corpo si riuniscono nell’atto linguistico. Si pensi al segno capire in LIS: il movimento della mano riproduce metaforicamente l’atto di “afferrare” un concetto, rivelando visivamente ciò che nella lingua vocale resta implicito. L’iconicità del segno rende tangibile la metafora alla base del pensiero, come se la parola ritrovasse la sua origine sensoriale. Il corpo diventa così non solo mezzo, ma materia del significato.
Questo aspetto ha implicazioni profonde per la riflessione sull’integrazione linguistica e culturale. L’espressione idiomatica, per esempio, è sempre radicata nella cultura che la produce. Nella lingua dei segni, la rappresentazione figurativa permette al soggetto sordo di accedere in modo diretto a tali contenuti culturali, traducendo nella dimensione visiva la struttura senso-motoria del pensiero. Le neuroscienze confermano che i concetti si fondano su processi corporei: le parole, i segni e perfino le frasi riattivano esperienze sensoriali attraverso un meccanismo di simulazione interna. Da questo punto di vista, il segno gestuale non è soltanto un mezzo espressivo ma una finestra sulla genesi dei significati. È nel linguaggio gestuale che le radici corporee della cognizione trovano la loro manifestazione più diretta: il corpo è insieme strumento e sostanza del linguaggio. Come scriveva Marcel Jousse, l’uomo è un “mimatore”, un essere che conosce il mondo attraverso la propria capacità di rappresentarlo. L’iconicità, dunque, non compromette la natura linguistica del segno: il segno gestuale è un’unità complessa che unisce un concetto e un’immagine visiva. Ciò spiega anche la straordinaria creatività dei segnanti, visibile ad esempio nel baby talk gestuale, in cui l’adulto enfatizza l’iconicità dei segni per favorire la comprensione del bambino. È un comportamento parallelo all’enfatizzazione prosodica del baby talk vocale, e mostra quanto la modalità visivo-gestuale sia capace di modellarsi in funzione dell’interlocutore.
La comunicazione segnica, inoltre, intreccia linearità e simultaneità in un equilibrio inedito: il gesto ha una dimensione temporale, ma può rappresentare più informazioni nello stesso istante, sfruttando la tridimensionalità dello spazio. Il corpo diventa grammatica, lo spazio sintassi. Tutto ciò porta a riconoscere che i sordi non sono semplicemente bilingui in due modalità, ma appartenenti a un’esperienza linguistica radicalmente diversa. Non sono “aspiranti udenti”, ma soggetti che costruiscono la propria competenza linguistica in modo originale, attraverso una lingua che visualizza il pensiero e ricompone, in un’unica forma espressiva, linguaggio e percezione.
continua…
