“Rapidità, rapidità, gioiosa vittoria sopra il triste peso, aerea febbre, sete di vento e di splendore, moltiplicato spirito nell’ossea mole, Rapidità, la prima nata dall’arco teso che si chiama Vita!”. Così il vate Gabriele D’annunzio esalta il mito della velocità, un mito che attraversa in modo indelebile la cultura e l’arte del ‘900 ed entra prepotentemente anche nel mondo dello sport tra gare che vedono impegnati aerei, motori e biciclette ed i personaggi che lo hanno animato tra cui Francesco Agello. Alcuni vecchi raccontano che, da bambino, passava ore ad osservare il volo degli uccelli e con le mani simulava cambi di direzione e planate. In quei momenti di leggiadra spensieratezza forse il suo destino ed il suo futuro erano già stati tracciati, tanto che D’annunzio, suo fervente ammiratore, lo soprannominò “ Augello” parafrasando il cognome per il volo degli uccelli, non sapendo probabilmente di quanto fosse radicata in lui la passione per il volo. Non era ancora quello che tutti i giornali dell’epoca definirono “L’uomo più veloce del mondo”, ma la velocità che aveva nel sangue fin da ragazzino avrebbe contraddistinto l’intera sua vita. Prima in bicicletta da Lodi, dove lavorava nella città bassa come meccanico, a Caviaga, dove si era trasferita la sua famiglia, con virtuosismi degni di un acrobata del circo: pedalando stando sul manubrio con la schiena rivolta alla strada che percorreva, o balzando di sella con uno scatto all’indietro o attaccandosi ai camion in transito per farsi trainare. Poi quando divenne pilota con indiavolati passaggi e prodezze aeree degne della pattuglia acrobatica per salutare dal cielo i suoi amici lodigiani che lo ammiravano a bocca aperta, alzando il naso all’insù dal lavoro nei campi e fermandosi un attimo per sventolare il cappello o il fazzolettone a quadrettoni intriso di sudore che toglievano da attorno al collo in gesto di “Omaggio” a quel “Fiol d’la nosta tera che’l vula in ciel “(Figlio della nostra terra che vola in cielo).

E voli nel cielo della bassa Agello, secondo la leggenda, ne compiva anche sopra la piccola frazione di Borasca di Casalpusterlengo, dove era nato, lanciando rose e bigliettini dal cielo ad un suo amore giovanile. Ma Agello era ben consapevole che le acrobazie aeree: le affondate, le cabrate, i tonneau, le scivolate d’ala ed altro ancora, non avevano il compito di stupire o far sbalordire la fidanzata, il barbiere o gli amici, ma quello di perfezionare il pilota per gli imprevisti che il volo comporta. Sapeva che l’acrobata non è trapezista da circo equestre e l’acrobazia non nasce da arroganza professionale, ma da un inevitabile bisogno di cibo e dal desiderio di riuscire a domarlo sempre di più e sempre meglio. Del resto “Vola solo chi osa farlo” dice il gatto Zorba a Fortunata, una gabbianella che è stata abbandonata quando ancora era nell’uovo a causa della morte della madre, nell’indimenticabile “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepulveda ed Agello osò volare più veloce di tutti.

Ecco quindi l’ingresso alla “Scuola di alta velocità” di Desenzano, sul lago di Garda, voluta da Italo Balbo per conquistare all’Italia il primato nei cieli, dove aveva riunito quelli che ora chiameremmo i “Top Gun” dell’epoca. Luogo di culto visitato anche dal poeta e scrittore Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento futurista. Il 10 aprile 1933 Francesco Agello a bordo dell’M.C. 72, matricola militare 177 con motore FIAT AS. 6 numero 12 matricola militare 165 da 2500 HP, conquistò il primato di velocità dopo aver compiuto cinque passaggi su una base di tre chilometri predisposta sul lago di Garda ad una media di 682,076 chilometri all’ora. Un record che fu ulteriormente migliorato il 23 ottobre 1934 con la velocità di 709,202 chilometri orari che proiettò il casalino, che qualcuno aveva soprannominato “Il fantino dei cieli”, vista la sua piccola statura ed anche “L’aquila di Lodi”, nell’olimpo degli eroi del regime fascista premiato con medaglia d’oro, “omaggiato” da Benito Mussolini con la famosa frase “E chi non conosce Agello?”, mentre la “Domenica del Corriere” gli dedicava la copertina illustrata da Achille Beltrame ed il Vate Gabriele D’Annunzio lo definì “L’uomo più veloce del mondo”. Il grandioso record di velocità per idrovolanti di Agello non sarebbe stato realizzato senza il mitico aereo MC 72, dove M sta per Macchi, l’azienda che lo realizzò, e C per Castoldi, l’ingegnere che lo progettò. Se Castoldi fu importante per la creazione del Macchi MC 72 e la conquista del record non da meno va considerato l’apporto, per quanto riguarda il motore, dell’ingegner Tranquillo Zerbi. Questo mezzo si rivelò infatti un perfetto connubio tra macchina e motore. Linee aerodinamiche pulite, bassa resistenza, peso contenuto, ala in duralluminio a profilo biconvesso simmetrico, impennaggi a croce realizzati in legno, due eliche coassiali controrotanti, un motore da 24 cilindri a V in grado di sviluppare 3100 cv a 3300 giri. Il Macchi Castoldi MC.72 Matricola Militare 181 di Agello, dopo la conquista del record, non volerà più. Rimase l’aereo più veloce in assoluto fino al 1939, e tuttora è il più veloce idrovolante con motore a pistoni del mondo.

Una fama di Francesco Agello valicò i confini nazionali per diventare mondiale ma nonostante questo record sia ancor oggi insuperato Agello è un eroe dimenticato. Un eroe, certo, di un territorio delimitato dal fiume Po di cui un grande cantore padano, Gianni Brera, si dichiarava “Figlio legittimo” e da due dei suoi affluenti più noti: l’Adda e l’Olona. Proprio di Agello, Gianni Brera scrisse “Nessun traguardo è vietato all’uomo di coraggio, nessun limite alla costante ambizione di progresso. Ogni primato, pur grande e inaccessibile che appaia, è dunque superabile nel tempo. Il destino ha voluto però che questa legge trovasse una smentita nell’impresa di un piccolo indomito pilota della bassa lombarda, Francesco Agello. Il suo primato mondiale di velocità per idrovolanti (Km. 709,202) è tuttora valido e insuperato dal lontano 1934“.
