Per raccontare questa storia dobbiamo partire dalla tarda mattina del 12 febbraio 1980. Al termine di una lezione presso la facoltà di scienze politiche della Sapienza di Roma, un commando delle Brigate Rosse colpisce con sette proiettili calibro 32 Winchester il professor Vittorio Bachelet, che muore praticamente sul colpo. Accanto a lui c’è una giovane assistente che si chiama Rosy Bindi, che diventerà una politica di grande spessore. Andiamo con ordine. Vittorio Bachelet nacque a Roma il 20 febbraio 1926 da una famiglia torinese di origine francese. Nel 1934 si iscrisse all’Azione Cattolica presso il circolo parrocchiale di S. Antonio di Savena a Bologna, dove si era trasferito con la famiglia per seguire suo padre, ufficiale dell’esercito. Tornò a Roma durante gli anni del conflitto e frequentò la Congregazione del Cardinal Massimi. Vittorio Bachelet si diplomò presso il liceo Tasso e nel 1943 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, iniziò parallelamente la militanza nella FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Nel novembre del 1947 Vittorio Bachelet si laureò con una tesi in diritto del lavoro, in particolar modo sui rapporti tra lo stato e le organizzazioni sindacali. Lavorò come assistente del professor Zanobini e, sempre nello stesso periodo, Vittorio Bachelet divenne redattore capo della rivista di studi politici Civitas, perché, allora, per fare politica bisognava studiare. Nel 1951 Vittorio Bachelet sposò Maria Teresa de Januario, dalla quale ebbe due figli nati nel 1952 e nel 1955. Nel 1957 pubblicò un volume sull’attività di coordinamento nell’amministrazione pubblica che sarà importante riguardo alla legislazione nazionale e comunitaria. Vittorio Bachelet nel 1959 divenne vicedirettore del CIR, il Comitato Interministeriale per la Ricostruzione e della Cassa del Mezzogiorno, uno strumento che poi si rivelò un altro inganno per sfruttare il Sud Italia e poi lamentarsi dell’emigrazione verso il nord degli italiani, ma questa è un’altra storia. Sempre negli anni cinquanta dello scorso secolo, Vittorio Bachelet divenne docente di diritto amministrativo presso la scuola della Guardia di Finanza e professore nella Facoltà di Giurisprudenza degli Studi di Pavia. Grazie alla sua militanza attiva nell’Azione Cattolica, dove era diventato uno dei principali dirigenti, papa Giovanni XXIII lo nominò vicepresidente nazionale e papa Paolo VI, presidente nazionale nel 1964. Vittorio Bachelet fu incaricato dai due papi di rinnovare l’Azione Cattolica per arrivare al Concilio, discostandosi dall’impegno politico degli eredi di Don Sturzo, anche se negli anni seguenti il collegamento tra Chiesa e politica è stato sempre molto attivo. Vittorio Bachelet era molto amico di Aldo Moro, che in quegli anni stava tentando la via del compromesso storico con il Partito Comunista, al fine di rendere il paese più governabile e stabile. Bachelet era iscritto alla Democrazia Cristiana e, nel dicembre del 1976, fu eletto come membro laico alla carica di vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. La sua elezione fu suffragata da un’ampia maggioranza in Parlamento, Vittorio Bachelet era un docente apprezzato e un uomo di altrettanta considerazione. Nel marzo del 1978 avvenne il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse o magari di qualcuno contrario al compromesso storico, non di certo la sinistra. Vittorio Bachelet fu molto segnato dalla tragica scomparsa del suo amico e sodale e tornò al suo ruolo di professore presso La Sapienza di Roma. Tornando al 12 febbraio 1980, alla morte di Vittorio Bachelet e con essa una delle ultime speranze speranza di un vero compromesso storico, che dopo la scomparsa di Enrico Berlinguer terminerà per sempre. Vittorio Bachelet è stato un uomo che ha dedicato la sua esistenza al diritto, alla giustizia sociale, alla formazione delle nuove generazioni al mondo che stava cambiando. Riposa nel cimitero Flaminio e il suo nome riecheggia ancora nelle aule dell’università La sapienza di Roma.
«È urgente formare generazioni nuove a un senso della società, non certo per avere “riserve” per le future formazioni ministeriali – per cui ci sono anche troppi aspiranti – ma per continuare piuttosto con una diffusione nel corpo sociale, quel servizio che, almeno in parte, è già stato offerto per il vertice; per formare cioè una “classe dirigente” come si suole dire, intesa però non in senso solamente politico, ma come guida cristianamente ispirata dell’opinione, della stampa, dei costumi, dell’educazione non solo scolastica (ma anche – ad esempio cinematografica), delle relazioni di lavoro, della vita professionale in genere.» Vittorio Bachelet – Studium 1952
