“Gattità: essenza del gatto nelle qualità che gli vengono attribuite da sempre, come indipendenza, eleganza, misteriosità” dal dizionario Treccani.
Gattità è un termine recente, un neologismo presente dal 2014 nel vocabolario Treccani, il dizionario della lingua italiana che è opera di riferimento edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. La storia delle origini del gatto, della sua conquista del mondo e del suo rapporto con l’uomo è intrisa di gattità. Qualsiasi storia che lo riguardi è particolare, straordinaria, quasi magica, così come particolare, straordinario, quasi magico è il gatto. Nessuno studio è riuscito, e probabilmente mai riuscirà, a svelare completamente la vera storia ed essenza del piccolo felino. Eleganza, intelligenza, indipendenza, agilità, scaltrezza, superiorità, mistero, fascino, bellezza, passo felpato, udito amplificato, eccezionale visione notturna… il gatto è una creatura meravigliosa, tutta da scoprire. Studiare, fare ricerche, indagare per conoscerlo un po’ meglio è entusiasmante, intrigante, stimolante e molto arricchente. Nonostante il gatto sia il più diffuso animale da compagnia al mondo, è da considerarsi un animale domestico “facoltativo” e “a modo suo”.

Molti studiosi ritengono, infatti, che il micio non abbia mai davvero completato del tutto il passaggio da felino selvatico a gatto domestico, da qui, anche e probabilmente, l’alone di mistero sulle sue origini, sul suo processo di domesticazione e sul suo legame con l’uomo. In base ad approfondite ricerche, la mansuefazione del gatto e la sua successiva addomesticazione sono state una trasformazione molto lunga nel tempo. Sono iniziate in Medio Oriente nella regione della Mezzaluna Fertile, circa 12.500 anni fa nel periodo Neolitico, durante una delle prime grandi rivoluzioni umane e mentre per alcune specie di animali la domesticazione durò solamente qualche secolo, per il gatto invece ci vollero migliaia di anni. Carlos Driscoll dell’Università di Oxford che ha studiato la domesticazione del gatto anche dal punto di vista genetico, si riferisce alla prima fase dell’avvicinamento del gatto all’uomo con il termine “taming” che significa addestramento, sostenendo che tutto è cominciato per esclusivo volere del piccolo felino. Si potrebbe quasi dire che il gatto si è addomesticato da solo, o meglio che abbia concesso che questo avvenisse, dal momento che è lui a scegliere sempre e su tutto ciò che lo riguarda, lasciando all’uomo solo l’illusione della scelta. “Non si possiede mai un gatto, semmai si è ammessi alla sua vita, il che è senz’altro un privilegio” come disse l’attrice britannica Beryl Reid.

Nel periodo neolitico i vari animali addomesticati, erano tenuti lontani dai loro antenati selvatici, per il gatto invece questo non era possibile. I gatti,, infatti andavano e venivano a piacimento dai villaggi ai territori circostanti e viceversa, cosicché, nella Mezzaluna Fertile, per molto tempo, ci fu uno scambio genetico continuo fra i gatti che frequentavano l’uomo e quelli selvatici e ciò ha fatto sì che il gatto domestico fosse molto simile, spesso addirittura geneticamente indistinguibile, dai suoi antenati, e ha reso complicato ricostruire la storia delle sue origini poiché i resti scheletrici, per altro assai rari, ritrovati nei siti archeologici non consentono sempre una distinzione certa fra esemplari selvatici, addestrati e domestici. Una certezza sull’origine del gatto comunque c’è ed è estremamente interessante e curiosa. Approfondite analisi genetiche hanno dimostrato che il DNA mitocondriale del piccolo felino, ossia il DNA che si trasmette esclusivamente per via matrilineare, appartiene solo a cinque aplogruppi diversi che corrispondono ad altrettante linee evolutive, ne consegue che decine di migliaia di anni fa solo cinque femmine generarono tutti i gatti che esistono oggi nel mondo. Questo, assieme ad un altro fatto certo, e assai curioso anch’esso, evidenzia sempre di più l’originalità e la singolarità del gatto rispetto agli altri animali addomesticati dall’uomo nel corso del tempo.
Gli animali in genere, venivano addomesticati solo, o per lo meno inizialmente, perché utili, talvolta assolutamente necessari alla vita dell’uomo stesso, alla sua sopravvivenza, quotidianità, sicurezza, e diventavano successivamente, neanche sempre e neppure tutti, più stretti, familiari ed intimi dell’essere umano. Per il gatto invece non è stato così. Molti studiosi ritengono che il rapporto uomo-gatto non sia mai stato solo una relazione di convenienza e che con una certa probabilità furono la bellezza, l’eleganza e il fascino del gatto, delle sue particolari caratteristiche e del suo comportamento, che spinsero l’uomo a rispettarlo, avendo così la possibilità di accostarsi a lui e da questi poi essere accettato e coinvolto in legami più o meno stretti, profondi, familiari e di convivenza. L’unico tornaconto nella relazione uomo-gatto era il fatto che quest’ultimo fosse un abilissimo predatore e cacciatore di topi e che quindi riuscisse a tenere i roditori lontani dai raccolti. E fu così, grazie a questa sua abilità, che il gatto conquistò il mondo.

A seguito di lunghi ed importanti studi, Eva-Marie Geigl dell’Institut Jacques Monod di Parigi, ha stabilito che fu proprio grazie alle loro grandi capacità predatorie che, in due ondate migratorie successive l’una all’altra, le popolazioni feline si espansero verso il resto del mondo, riuscendo, poi, a crescere e svilupparsi praticamente ovunque. Inizialmente, a partire da 12 mila anni fa, i gatti, ormai considerati i guardiani dei granai, si mossero dal Medio Oriente verso il Mediterraneo con le prime comunità agricole, alle quali furono molto utili anche durante i vari spostamenti, preservando le loro provviste dai topi.

La seconda ondata migratoria fu migliaia di anni dopo quando i gatti originari dell’Egitto, complice lo sviluppo dei traffici navali e commerciali, si spostarono velocemente in Africa ed Eurasia. Questo ci è noto perché una stessa linea di DNA mitocondriale presente in mummie egizie di gatto databili tra il IV secolo a.C. ed il V d.C. è stata ritrovata in resti felini dello stesso periodo in Turchia, Africa subsahariana ed in Bulgaria. La stessa linea di DNA mitocondriale è stata rinvenuta anche in un sito vichingo dell’ VIII- IX secolo nella Germania settentrionale. Furono infatti i navigatori vichinghi a portare i gatti nel Nord Europa trasportandoli nelle stive delle loro imbarcazioni a protezione delle vettovaglie dalla possibile presenza di roditori.

A proposito di mummie feline egiziane, le prime testimonianze iconografiche del gatto risalgono proprio all’antico Egitto dove iscrizioni, oggetti e monumenti che lo raffigurano dimostrano la grande importanza che il piccolo animale aveva presso il popolo egiziano, che addirittura lo venerava sia nella sua forma naturale, sia nella sua personificazione con corpo umano e testa felina: la dea Bastet, simbolo di amore, gioia, femminilità e fertilità che proteggeva, la casa, la famiglia, il parto ed i bambini.

Allora in Egitto la considerazione rivolta al gatto era veramente tanta: “In tutte le case degli Egiziani si aggirano gatti, che loro chiamano Miú o Emu, oppure Mau. Si muovono per le case e le strade, eleganti, guai al cocchio o carro che li travolge, che ne può derivare al conducente grave disgrazia; se poi qualcuno fa loro del male volontariamente, può essere punito anche con la morte” dalle Storie di Erodoto (480-430 a.C.). Nelle case egiziane la morte di un gatto era motivo di dolore profondo ed i familiari del felino defunto, si radevano le sopracciglia in segno di lutto, poi trasportavano il piccolo corpo imbalsamato a Bubaste, la città consacrata ai gatti e meta di pellegrinaggi durante le feste celebrative in loro onore.

Si narra che il gatto non abbia mai dimenticato la grande importanza che ha avuto nella vita e nelle tradizioni religiose di questo popolo e, come disse lo scrittore inglese P.G.Wodehouse: “I gatti come categoria, non hanno mai completamente superato il complesso di superiorità dovuta al fatto che, nell’antico Egitto, erano adorati come dei”. La gattità, come detto, ha da sempre influenzato ed influito anche nel rapporto tra l’uomo e il gatto, tanto in passato quanto oggi. Infatti quello uomo-gatto è un legame molto particolare, unico, diverso rispetto agli altri legami uomo-animale. Il rapporto col gatto è peculiare, non semplice chiaro e lineare come quello che l’essere umano ha con il cane ma è comunque un legame fantastico, affettuoso ed amorevole, profondo ed intenso, fatto a volte di luci ed ombre, di fascino e mistero che vale sempre la pena di essere vissuto per tutto ciò che di straordinario ed unico il gatto riesce a dare e a trasmettere all’uomo.

Scriverò poi della relazione speciale tra il gatto e l’uomo in un articolo appositamente dedicato, perché l’argomento, come del resto tutto ciò che riguarda il gatto e il suo mondo è più che mai interessante, ma ora vi lascio con una frase di Fabrizio Caramagna che la dice tutta su quanto il gatto sia un animale dalla bellezza unica, irresistibile, seducente, misterioso, enigmatico, forse davvero l’animale più affascinante che esiste: “Quando carezzi il pelo del gatto, stai carezzando un’onda misteriosa. E anche se l’uomo conosce il gatto da migliaia di anni, ha la sensazione di toccare qualcosa di selvaggio e ignoto dentro quell’onda”.
