foto di Silvia Meacci
Quando ero piccola alcune mie compagne di scuola storpiavano scioccamente il mio nome in una cantilena canzonatoria: “Silvia, Silvietta, salvia, salvietta”. A cavallo tra gli anni sessanta e settanta le salviette usa e getta non erano comuni e loro alludevano proprio alla pianta, alla salvia officinalis. Silvia e salvia suonano simili e del resto afferiscono anche allo stesso campo semantico: il mio nome deriva dal latino silva, ‘selva’, e l’erba dall’aggettivo latino salvus, ‘salvo’, per le sue proprietà benefiche. Oltre a insaporire gli arrosti, ha infatti tante applicazioni in farmacologia perché antinfiammatoria, antisettica e diuretica. So che la si può perfino masticare per combattere l’alitosi e per sbiancare i denti. Personalmente della salvia amo il colore, la consistenza vellutata e pelosa che suggerisce delicatezza ed eleganza, ma anche la sua resistenza.

È una pianta sempreverde che in primavera e in estate è al massimo del suo splendore. Si può coltivare in vaso ma in terra cresce meglio e regala belle foglie grandi.Quando sono a casa mia in campagna, amo friggerla in tempura, vale a dire semplicemente con farina e acqua ghiacciata, meglio se gassata. Foglie croccanti da salare solo dopo averle disposte sul piatto di portata. Uno stuzzichino rustico perfetto se accompagnato da un rosé mosso con sentori di lievito o da un prosecchino. È l’aperitivo dell’ultimo minuto, di quando nella dispensa mancano noccioline o olive. Amo portarla in tavola anche come contorno con una spadellata di rondelle di filetto di maiale avvolte dal rigatino e servite con mirtilli. Con la salvia si prepara anche una pietanza toscana e non solo, di antiche origini: la salviata, di cui ho scoperto l’esistenza solo recentemente. Se ne trova testimonianza scritta già dal 1498, per continuare nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo. È una sorta di tortino a base di uova e salvia sminuzzata, cui si aggiunge, un cucchiaino, rispettivamente di farina, latte e parmigiano per regolare la consistenza e per addolcire il sapore.

Si sbattono le uova, si aggiungono la farina, la salvia tritata, circa 15 foglie, parmigiano, latte, sale. Il composto va versato in una pirofila unta e cotto in forno a 200 gradi per circa 15 minuti.
Ottima. Semplice. L’ho gustata con Verdicchio, vino complesso e profumato. Mentre l’addentavo riflettevo che, crescendo, ho fatto pace con quella vecchia cantilena che mi parla di infanzia e di radici. Anche se, non so perché, mi viene spesso a mente.
