Riprende il nostro viaggio attraverso le arti marziali in Lunigiana, oggi incontro il maestro di Kick Boxe Piero Pasquali, cintura nera 5° grado nella palestra Dragon Kick Boxing di Aulla, per scoprire qualcosa di più sulla disciplina che insegna e sul suo personale percorso:

Maestro, quando ha iniziato ad appassionarsi alla kick boxe?
Sono lunigianese puro, nato a Fivizzano e cresciuto ad Aulla. Subito dopo il servizio militare ho cominciato a fare pesistica e poi sono passato alla kick boxe con Clyde Parenti (noto istruttore locale, n.d.r.). La prima disciplina che ho affrontato è stata il semi contact, una versione a punti con protezioni, caschetto e parapiedi, una versione leggera sulla distanza delle due riprese. Dopo è stata la volta del light, sempre una versione leggera ma senza punti e sul tatami. Vedendo che rispondevo bene sono passato poi alla full, che si disputa su un ring vero e proprio a contatto pieno.

Che livelli ha raggiunto?
Ho combattuto dal 1988 al 1997 nella categoria mediomassimi cioè al limite degli 81 chili. Una volta si partiva dalla categoria esordienti per poi salire a quelle superiori. Ho vinto i campionati italiani esordienti, per due volte sono arrivato secondo ai campionati di seconda serie e nel 1994 ho vinto i campionati italiani di prima serie, al Palalido di Milano, che rappresenta l’ultimo step nel dilettantismo, dopo viene il professionismo.

La suddivisone delle categorie è uguale a quella della boxe?
Sì, ci sono le categorie di peso, si combatte su un ring per un massimo di tre riprese.
Come ha continuato?
Dopo la vittoria agli italiani del ’94, ero già istruttore e sono passato alla low kick, una disciplina che prevede anche i calci alle gambe: nella full, al contrario, si possono dare calci solo dalla cintura in su. Nel 1996 a Livorno ho vinto i campionati italiani di low kick. Da questa vittoria è arrivata la convocazione in nazionale per disputare gli europei a Budapest alla quale non ho potuto partecipare per motivi burocratici. Questo è un mio grande cruccio! Ho concluso la mia fase agonistica nel 1997, conquistando con un’altra federazione, al limite dei 79 kg, i campionati italiani, combattendo proprio qui ad Aulla. Ci tengo a dire che facevo parte della WAKO che adesso si chiama FederKombat. Ho preso la cintura nera nel 1991 ed ho raggiunto ad oggi il 5°grado.

Come è strutturata la Kick Boxe in Italia?
Una volta c’erano solo la WTKA e la Fiam, oggi sono più numerose. Le cinture si ottengono attraverso stage nazionali, l’istruttore ti porta fino alla marrone, nel mio caso è stato Clyde Parenti, poi quella nera ed i successivi gradi si ottengono attraverso la valutazione di una commissione nazionale.
Kick Boxe, full contact, low Kick, per chi non è del mestiere e sente parlare di queste discipline, ci dice in poche parole qual è la differenza?
Lo sport si chiama kick boxe e si divide in due specialità: light, leggera, ovvero con un contatto leggero senza limiti di target, dove il colpo non prevede di essere affondato a pieno, e non è previsto il KO, si va a punti. Poi c’è la full, ovvero a contatto pieno, dove si combatte su un ring, si possono affondare i colpi e naturalmente esiste il KO. La full si divide poi in low kick, dove come la muai thai si possono colpire anche le gambe dall’altezza del ginocchio in su, mentre ultimamente è stata introdotta anche la K1 che prevede, oltre l’uso di pugni e calci, anche l’uso delle ginocchia.
Lei hai fondato una sua scuola…
Sì dal 1994 insegno e la mia scuola si chiama Dragon Kick Boxing.

Al di là dell’appassionato della kick, posto che siamo d’accordo sul fatto che non esista una disciplina migliore delle altre, perché un indeciso dovrebbe scegliere di venire da lei nella sua scuola per intraprendere un percorso marziale?
Prima abbiamo parlato del percorso marziale e molto spesso si trascura questa particolarità, anche se la mia non viene spesso riconosciuta come un’arte marziale vera e propria. Per me l’allenamento è una forma di marzialità perché vige il rispetto per il maestro, i compagni, il tatami e la scuola in generale. Io mi ispiro molto ai principi del karatè kyokushinkai, che è la disciplina del karate più a contatto pieno. Detto questo, io lavoro molto sul fisico delle persone perché spesso arrivano ragazzi che non sono capaci a fare un esercizio di stretching o di ginnastica. Abbinando le mie esperienze della pesistica e del combattimento, sono in grado di seguire una persona sia nella fase atletica che in quella dell’alimentazione. Quello che insegno lo vivo nella mia persona: ho 58 anni e sono l’esempio di ciò che insegno.

Prima ha parlato di rispetto verso il maestro, gli avversari, i compagni. Si può dire che la sua è anche una scuola di vita? Cioè che gli insegnamenti imparati qui si devono riflettere anche nel mondo esterno?
Spesso mi fanno dei complimenti per quello che insegno, ma ciò che più mi inorgoglisce, da parte dei mei allievi è quando mi chiamano maestro di vita. Cerco di trasmettere dei valori nel mio corso. Càpitano persone diverse, ognuna con la sua personalità, la sua fisicità, il proprio vissuto. In palestra siamo tutti uguali e tutti hanno le stesse possibilità di imparare come gli altri, si rispettano le persone e la disciplina. Ci tengo a dire che, da me, sono venuti tanti ragazzi e molti sono diventati bravi, ma a tutti ho sempre detto di non utilizzare mai quello che imparano al di fuori della palestra altrimenti, per loro, le porte si chiudono. Si usa la kick per difendersi se è necessario, ma non per fare i prepotenti fuori, questa è una regola cardine
L’arte marziale che lei insegna è adatta a tutti, senza limiti di età, sesso, corporatura?
Io ho cominciato verso i vent’anni, dopo il servizio militare ed ho raggiunto i miei obiettivi allenandomi tanto. Questa è una disciplina che può essere intrapresa a qualsiasi età, ma, chiaramente, pensare di iniziare a fare agonismo a quarant’anni non è concepibile anche se esistono categorie riservate. Si lavora comunque a seconda del fisico e dell’età che si ha, però come nel mio caso, cominciando a vent’anni si possono raggiungere dei grandi obiettivi, non per forza iniziando da bambino.

L’arte marziale è sacrificio?
Assolutamente sì, se vuoi ottenere risultati, non esistono scorciatoie, non ti regala niente nessuno, devi lavorare e basta. Cosa che tanti oggi non capiscono, ciò che uno ottiene col sudore alla fine non glielo leva nessuno, la cintura è nulla se non è guadagnata con il lavoro, lo dico spesso ad alcuni allievi che magari arrivano da altri sport, una volta che te la sei guadagnata non te la leva più nessuno
Come si concilia la kick con la difesa personale?
Nei miei corsi ho delle ragazze a cui insegno delle tecniche di difesa personale mutuate dalla kick boxing. Penso che la guardia della boxe occidentale sia una delle migliori per la difesa personale perché copre tutto il corpo. Si usano le gambe e le ginocchia, si colpiscono anche le cosiddette parti basse, cosa proibita in palestra, per cui per me è un’ottima a forma di difesa personale. È completa e poi non scordiamoci che in caso di difesa c’è la vita in gioco per cui non esistono regole per strada.

Dicevamo prima che ha avuto tanti ragazzi e ragazze e molti sono diventati bravi…
Sì, è vero, ma tra tutti, non me ne vogliano gli altri, mi piace ricordare Alessio Rossetti che ha vinto due volte il torneo mondiale a Carrara nel 2006 e nel 2007/2008. Abbiamo girato tutta l’Italia portando il piccolo paese di Fivizzano a vincere il campionato italiano. Di questo purtroppo se n’è parlato poco, negli anni tra il 2000 ed il 2002. Alessio ha vinto dei trofei importanti, così come feci io al mio tempo, ha fatto una stage con la nazionale, è arrivato secondo due volte ai campionati italiani assoluti ma a livello locale non ha avuto a mio parere la giusta considerazione. Anche ad Aulla ho avuto dei ragazzi, tra il 2013 ed il 2020, con i quali ho avuto dei bei risultati nel contatto leggero.
Chiudo con una domanda secondo me importante: come si insegna alle persone a combattere? La preparazione fisica e tecnica sono importanti, ma sul ring, per strada, come si fa a non cedere alla paura?
È una domanda molto giusta e intelligente. Non tutti sono portati a fare agonismo con contatto fisico, solo pochi salgono sul ring. Io l’ho vissuto, altri miei allievi l’hanno fatto: è difficilissimo. A livello mentale devi essere fortissimo, devi vincere le tue paure, é una lotta con se stessi. Se riesci a vincere le tue paure, anche nella vita avrai dei vantaggi. Sai, però, che lì davanti hai uno che vuole farti male, ma hai una preparazione sia fisica che mentale molto dura per cui sei conscio di avere la possibilità di farcela. Devi essere predisposto, però, perché, lo ripeto, non è per tutti.
Va bene, ma per strada, nella vita reale, come gli insegna a tirare fuori tutto quello che ha, perchè ne va della sua vita?
Questo è ancora più difficile, perché, ad esempio, una ragazza, non ha la forza fisica per competere con un uomo, per cui puoi avere il fenomeno in palestra che, in situazioni reali, prende botte. La differenza tra la kick boxe ed altre arti marziali risiede nel tipo di allenamento. Ci mettiamo guanti, protezioni, caschetto e sperimentiamo cosa voglia dire prendere un colpo o darlo. In questo modo diventiamo avvezzi al contatto fisico, capiamo cosa vuol dire prenderle e darle per cui sappiamo cosa ci aspetta per strada. Alla fine poi entrano tante altre circostanze che non si possono elencare qui. Come ti ho detto prima magari uno in palestra è forte ma fuori non riesce a reagire, così come, al contrario, in palestra è nella normalità mentre per strada diventa incontenibile. Diciamo che però l’allenamento è fondamentale anche sul piano mentale.
