Chantal Balestri è una pianista e una maestra di pianoforte ed è la madrina del Lunigiana International Music Festival, una manifestazione musicale per cantanti e musicisti classici, che ottiene successi da ben otto anni a Fivizzano e richiama artisti di fama internazionale da tutto il mondo. Anche quest’anno il Lunigiana International Music Festival ha attirato l’attenzione di oltre 750 spettatori dal 17 al 27 di luglio. Abbiamo incontrato Chantal Balestri nel corso del Festival 2025:
Chantal come è nata la sua passione per la musica e come si definisce?
Io sono principalmente una pianista. Mia mamma è svizzera di origini lunigianesi, mio nonno materno era di Sassalbo, per la precisione e in Lunigiana sono cresciuta. A cinque anni ho cominciato a studiare privatamente musica, in un corso che si teneva a Fivizzano. A sei ho preso lezioni da un maestro ad Aulla e a dieci sono entrata in Conservatorio e da lì ho studiato nelle Accademie private di Roma e di Bergamo. A 18 anni mi sono diplomata e ho continuato a studiare in Germania e Stati Uniti, dove sono rimasta per cinque anni. È cominciata così la mia carriera da pianista, ho fatto i miei primi concerti da adolescente, ora insegno al conservatorio di Palermo, dove vivo e continuo a fare concerti, alcuni dei quali per la Steinway pianoforti.
Come mai ha scelto di formarsi all’estero? È stata una scelta voluta o dovuta al caso?
Principalmente per due motivi: il primo perché ho sempre amato le culture diverse dalla mia: sono molto ambiziosa e mi piace vedere realtà diverse, scoprire nuovi paesi e conoscere i loro modi di vivere. Il secondo è perchè sapevo che se avessi voluto intraprendere questa carriera, rimanendo ferma qui, non necessariamente sarei riuscita a raggiungere i miei obiettivi. Il periodo in Germania, a Friburgo, è stata l’esperienza più bella della mia vita, dal punto di vista strettamente didattico. I casi della vita poi mi hanno portata negli Stati Uniti; ho conosciuto il mio insegnante Jeffery Swann in Italia, un pianista molto celebre qui e all’estero, che mi ha invitata a fare l’audizione. Ho dunque vinto una borsa di studio per la New York University, che mi ha poi offerto una posizione da docente aggiunto, avevo 23 anni.
Che differenza esiste tra la docenza in Conservatorio e quella nell’Università?
Nessuna, praticamente sono la stessa cosa, solo che negli Stati Uniti esiste solo l’università di musica: il Conservatorio non ha valore di Laurea, consegui un diploma, ma segui solo dei corsi specifici”
Come è arrivata a essere la madrina del Lunigiana International Music Festival?
Diciamo che è stata un’idea del Maestro Andrea Rossi che mi ha scelta per collaborare con lui e per iniziare insieme questo percorso.
Il Festival è una manifestazione con un ampio seguito: ho visto ragazze e ragazzi veramente entusiasti di parteciparvi e altrettanto felici quando hanno conseguito dei riconoscimenti. Come siete riusciti a far venire docenti di rilievo e ad ottenere un alto tasso di partecipazione qui a Fivizzano che comunque è un paese quasi sconosciuto al mondo rispetto alle grandi capitali della musica?
Prima di tutto abbiamo selezionato dei musicisti docenti con un curriculum importante e questo crea già una forma di promozione importante. Poi abbiamo usato le piattaforme online, che sono molte, per fare pubblicità. La chiave soprattutto è stata quella di promuovere un festival di qualità, che non comprendeva solo lezioni singole, come solitamente avviene in Italia, ma tante altre attività. Ogni giorno del Festival c’è un concerto, ognuno dei quali con un tema specifico secondo uno schema concettuale ragionato -musiche per pianoforte solo, sperimentazione, orchestra, barocco e contemporaneo. Abbiamo fatto dei seminari, lezioni personalizzate su come gestire la performance, sulla carriera del musicista e poi ancora uscite di gruppo, lezioni di italiano per chi era interessato. Insomma abbiamo arricchito la permanenza dei partecipanti con molte attività parallele per distinguerle da quelle che erano le lezioni vere e proprie col proprio insegnante.
È stato motivo di arricchimento professionale?
Sì. Poter mostrare nel proprio curriculum di aver fatto lezioni con insegnanti di rilievo è importante per la loro carriera, specialmente quando emerge che hanno suonato con orchestre di un certo spessore, magari con l’opportunità di fare una parte da solista.

Tornando a quanto detto prima allora possiamo dire che anche la presenza del maestro Rossi ha avuto la sua importanza? Come è nata questa esperienza?
In realtà tutto ha avuto inizio da lui perché è in Lunigiana da anni, ed ha anche una profonda conoscenza del territorio. È stato lui a propormelo perché aveva una lunga esperienza nazionale ventennale e voleva ampliarla grazie anche ai contatti internazionali che avevo, conoscendo anche la mia esperienza in ambito manageriale. Entrambi abbiamo sempre voluto migliorarci. Io gliene sarò sempre grata perché avevo 23 anni quando me l’ha proposto ed ero molto stupita a riguardo, in quanto qui in Italia avviene spesso che la parola giovane venga ingiustamente accoppiata con inesperto. Lui ha visto oltre e ci siamo trovati subito bene a lavorare insieme
Come è stata accolta la manifestazione dai fivizzanesi e dai lunigianesi in generale?
Ancora una volta la presenza di Andrea è stata importantissima perché aveva già organizzato numerosissimi eventi nel territorio e all’inizio vedevano lui come punto di riferimento. C’era ancora il sindaco Grassi, non avevamo contributi ma grazie a lui siamo riusciti ad ottenere gli spazi. Una volta iniziata la manifestazione ha preso piede attirando la sponsorizzazione dello stesso comune, unita ad altri comuni e di fondi privati ma devo dire che io anche in questa edizione ho visto persone che erano presenti già dalla prima volta, lunigianesi e fivizzanesi che da otto anni vengono a sentirci. È una cosa bellissima.
Ho notato che ci sono stati diversi volontari che vi hanno aiutato nella parte organizzativa…
Ecco una cosa di cui vado orgogliosa è che ci sono diversi giovani locali che si sono prestati e non solo loro, anche stranieri che ci aiutavano specie per quanto riguardava la lingua. È stato un modo anche per coinvolgerli ed aiutarli ad integrarsi nella loro nuova comunità.
La musica classica, nella quale includo anche il canto lirico, attrae ancora i giovani o è una cosa di nicchia? Uno stile per pochi?
No, attira tantissimo, al di là di quello che si è visto qui al festival, lo posso confermare con le attività che faccio, tra cui giurie in vari concorsi in cui ascolto tanti giovani. Il problema non è tanto se i giovani vogliano far parte o meno di questo mondo, quanto come fare in modo che lo possano conoscere e capire. Bisogna introdurli alla bellezza di questo mondo e guidarli dentro di esso.
Quindi secondo lei è sbagliato il modo con cui il nostro paese promuove la conoscenza della musica lirica?
Sì, credo sia sbagliato anche se esistono buone realtà. Dovrebbe essere normalizzato all’interno del sistema educativo scolastico. Certi progetti dovrebbero essere resi obbligatori in tutte le scuole.
Dovremmo uscire fuori dall’idea del flauto a scuola…
Esatto, quella è una cosa terribile (Ride, n.d.r). Se io avessi dovuto iniziare la mia esperienza con la musica in quel modo avrei lasciato dopo poche settimane. Io non lo sopportavo, non lo strumento in se’, sia ben chiaro. Penso che quel metodo sia ormai sorpassato e debba essere integrato con altri progetti per renderlo più interessante ed appetibile.
Secondo le sue esperienze, all’estero come viene affrontato l’insegnamento della musica?
Posso dirti come avviene negli Stati Uniti dove ho insegnato, oppure in Germania o in Svizzera. Lì ad esempio è sistematico l’insegnamento di uno strumento. Non esiste l’indirizzo musicale, tutti sono potenzialmente ad indirizzo musicale, così come quando vado a scuola ed imparo l’a, b, c imparo anche uno strumento. Io credo che al pari di materie come storia, matematica o geografia nelle scuole dovrebbe essere inserito anche lo studio di uno strumento.
Secondo lei, si può vivere di musica classica in Italia?
Sì: io ne sono un esempio, come tantissimi altri colleghi, assai più di quelli che si possono immaginare.
Voi siete un esempio vincente, rappresentate un’eccellenza. Al di sotto di quella soglia, visto che non tutti possono raggiungere i vostri livelli, si può vivere di musica?
Ma certo. Tieni conto che ormai in questo mondo la difficoltà è insita in ogni ambito però ho conosciuto persone che studiavano altre materie ed alla fine le hanno lasciate per seguire la carriera da musicista. Il discorso è che si pensa, anche nella musica pop, che solo chi arriva a vette altissime può fare carriera, ma non è vero. Ci sono tanti altri livelli intermedi che si possono raggiungere, il posto c’è. È ovvio che ci vuole tanta preparazione, se uno prende la musica come un hobby senza metterci impegno, non si raggiunge la preparazione adeguata perché la competizione è molto alta.
Bisogna avere una solida formazione…
Sì, ma un’altra pecca del sistema italiano e questo vale anche per altri ambiti lavorativi, è che manca il supporto per l’inserimento nel mondo del lavoro. Tante persone si laureano, escono dalle università e poi si chiedono “Ed ora che faccio?”. Sono persi, non c’è sostegno. Un aiuto può essere proprio partecipare a questi festival, dove si conoscono persone che vengono da realtà diverse, ci si confronta con loro e con professori diversi con cui si parla, ci si scambia idee. Abbiamo avuto esempi di studenti che, grazie al festival, hanno iniziato collaborazioni o hanno trovato addirittura lavoro per il futuro.
Le faccio una domanda che faccio a molti, perchè ogni risposta che ricevo è davvero interessante: quanto è importante lo studio e la disciplina e cosa intende lei con questi termini? E soprattutto, come docente, come la trasmette ai suoi studenti?
È un argomento molto interessante. La musica è una disciplina uguale identica a quella degli atleti. Se vuoi andare alle olimpiadi o vincere una maratona devi fare un percorso che dura ore e ore, fin da bambini perché se non cominci da bambino non riuscirai mai a raggiungere quegli obiettivi. Magari con il canto no, è diverso, perché puoi iniziare anche più tardi, ma lo studio di uno strumento è molto complesso ed è importante iniziare presto. Bisogna dedicarci ore, ma soprattuto costanza, deve essere un lavoro quotidiano, giornaliero. Quello che cerco di far capire ai miei allievi è che la vera importanza risiede nel metodo di studio
Indipendentemente dalle ore?
Esatto, il metodo è essere consapevoli di quello che fai. Devi sapere qual è il problema e trovare il modo di risolverlo, ma se non conosci il problema come fai? Essere estremamente consapevoli e presenti. Tanti ripetono passaggi musicali all’infinito, ma ripetere tanto è fine a se stesso se non si capisce cosa si sta facendo e ad un certo punto il cervello si spegne, quindi bisogna essere in grado di mantenere la concentrazione. Ma più di tutto bisogna amare il proprio strumento. Stiamo facendo musica, una cosa che ti porta gioia, è bello saper suonare, se uno non lo fa con questo intento è finita. Bisogna avere curiosità, investigare, provare a fare un passaggio in maniere diverse, ascoltarsi. Ascoltarsi è difficilissimo, tantissimi giovani musicisti faticano ad ascoltarsi, invece è la cosa più importante
Secondo lei, perché c’è questa sorta di rifiuto ad ascoltarsi?
Quando facciamo musica ci esponiamo, quante persone hanno difficoltà ad ammettere di avere dei difetti, qualcosa che non va? È una questione psicologica, è difficile dire a se stessi che si può fare meglio. Certe persone si lodano da soli, altre invece sono estremamente critiche con loro stesse. Essere onesti con se stessi è difficile, complesso. È vero anche che bisogna insegnare ad ascoltarsi, un bravo docente deve mettere uno studente nelle condizioni di sapersi ascoltare, fa parte di un processo che va iniziato fin dalle prime lezioni.
Secondo lei c’è poca consapevolezza? Questo suo pensiero nasce dall’esperienza di docente o da quello che vede e ascolta?
Un po’ tutte e due le cose, ormai sono dieci anni che insegno e noto molte cose, però penso che in generale sia così.
