prima parte
Il programma prevede un’importante e impegnativa escursione sul monte Tambura, bisogna partire di buon mattino, sveglia ore 5,00, colazione, controllo dello zaino, non deve mancare niente, soprattutto quando si devono affrontare neve e ghiaccio. Ramponi, piccozza, ghette e anche un pezzo di corda, non si sa mai; panini e frutta per metà mattinata e per la sosta di mezzogiorno, un termos con bevanda calda. Tutto il resto è sempre presente nello zaino: un coltello, l’apriscatole, una piccola torcia, il necessario per un veloce e non previsto pronto soccorso, guanti, berretto di lana e soprattutto l’amore e la passione per la montagna. La comitiva, cinque compagni molto affiatati, si mette in moto in una fredda e bella giornata di dicembre, percorrendo in macchina la parte del percorso che ti avvicina al punto d’inizio dell’escursione: il piccolo e nascosto borgo di Resceto (485 m) nel comune di Massa. Varrebbe la pena di venire quassù soltanto per vedere e capire cosa ha spinto, molti secoli fa, qualcuno a costruire case e chiese in un luogo nudo e roccioso, sovrastato dallo sperone di Piastra Marina, dalle gobbe del monte Cavallo (1895 m) e dai profili irregolari della Tambura (1890 m). Resceto è il punto più alto di una stretta gola un tempo denominata “le ville dei canali” di cui fanno parte Guadine (185 m), Casania (309 m), Redicesi (248 m) e Gronda ((236 m). Il territorio è suggestivo ed inquietante, in alcuni di questi borghi il sole svanisce ad ottobre per rifare capolino a gennaio. È ricco di corsi d’acqua di cui il più importante è il canale di Renara tributario del Frigido, ma anche di vegetazione come i boschi di castagno e la macchia mediterranea (corbezzolo, alloro, mirto. ecc.) e poi lecci, pini e querce. Si comincia a salire imbacuccati dentro a felpe, giacche a vento, berretti e guanti di lana. Una torcia ci illumina il cammino fino alle prime luci dell’alba. Decidiamo di seguire il sentiero 166 bis anziché la via di lizza (sentiero 166) che porta alle cave del Padulello, per poi proseguire per il passo della Focolaccia. Il percorso è ripido, sassoso, segnato da ciuffi d’erba. Dopo un po’ il corpo comincia a soffrire ingabbiato in tanto vestiario, inizia l’opera di alleggerimento, prima la giacca e il berretto, poi togli la felpa e resti in maniche di camicia, nonostante il freddo intenso che ti graffia le orecchie. Non c’è vento ed è sorto il sole, la giornata è tersa e la roccia ti restituisce i primi raggi caldi dell’astro. L’ascesa si fa più impegnativa e ti costringe a passi misurati, il silenzio sarebbe assoluto se non fosse interrotto dallo scricchiolio degli scarponi sulla roccia e dallo sfregamento continuo nella sempre più rara vegetazione. Oltre ai compagni ti tengono compagnia anche il volo radente degli uccelli e soprattutto le evoluzioni con rapide picchiate e risalite veloci dei rapaci (poiane, falchetti, gheppio). Sulle Apuane è presente anche l’aquila reale, ma in numero molto limitato di coppie, è una grande fortuna poterla osservare. La vallata che all’inizio era molto stretta, ora si apre e consente alla vista di spaziare in alto e in basso, verso la marina che da quassù sembra una distesa immobile e infinita di un metallo che cangia con lo spostarsi del sole. Dopo un paio d’ore di salita, in prossimità del passo della Focolaccia, prima ancora di arrivare a quella caratteristica guglia che chiamiamo Punta Carina, inizia la distesa di ghiaccio che ci accompagnerà per tutta la salita e la successiva ascesa alla vetta della Tambura. Ci fermiamo, per riprendere fiato, per mettere qualcosa nello stomaco (non è prudente restare troppe ore senza cibo), ma soprattutto per mettere i ramponi sotto le scarpe, operazione indispensabile quando si devono affrontare territori tanto scivolosi.
Intanto la mente continua a correre, si sposta negli spazi interminabili, dai fondali marini alle profondità della volta celeste. Un turbinio di sentimenti ti rende inquieto, gli spazi che l’uomo non è mai riuscito a dominare sono ancor più affascinanti, sei piccolo di fronte a tutto, ma sai di aver fatto quanto era possibile per esserci. Ti senti fortunato quando puoi ammirare le opere della natura, in cui la mano dell’uomo ha lasciato segni profondi, ma senza violentarla. Provi sgomento nel capire che questo è riservato a pochi, che molti non potranno mai saziarsi e perdersi in tanto incantesimo. La città attira maggiormente l’uomo, l’asfalto, i grattacieli, i sempre più veloci mezzi di locomozione (ma per andare dove?) L’uomo non è programmato per seguire l’evoluzione della tecnica, non dovrebbe essere questa a seguire le evoluzioni, quelle possibili, dell’uomo?La realtà umana vista da quassù è ancora più chiara, risaltano in modo più distinto le carenze sociali, la divisione fra chi possiede il superfluo e chi manca dell’indispensabile, ti convinci maggiormente che questa è una pianificazione voluta da chi manovra le leve del potere (economico, politico, mediatico), mostri che non si saziano mai, chi possiede ha sempre di più, chi non possiede ha sempre di meno.
Il tempo della riflessione è scaduto, la piccola comitiva si rimette in moto. Le punte dei ramponi si conficcano nella neve ghiacciata producendo un rumore metallico, forse anche un tantino fastidioso per l’ambiente magico e misterioso che ti circonda. Ma poi ci fai l’abitudine, è l’unico mezzo meccanico, non distruttivo, che ti puoi permettere se vuoi raggiungere la vetta. Forse anche l’ambiente te lo consente; il silenzio che ti circonda forse non ti sente ostile, purché tu sia rispettoso; a patto che tu non deturpi o modifichi gli equilibri cha la natura con tanta fatica e grande fantasia ha coltivato.

E intanto raggiungiamo la seconda e suggestiva tappa dell’itinerario: il passo della Focolaccia. 1660 metri sul livello del mare, un ambiente assolutamente surreale, fra la coda del monte Cavallo e la vetta della Tambura, il tutto guardato a vista dalla capanna che gli alpini di una sezione ligure hanno voluto dedicare all’indovino Aronte. Questo antico “strologo” visse ai tempi di Cesare, fu cantato da Dante nella Divina Commedia (Inferno XX), citato come abitante di caverne in mezzo ai marmi “dove ronca lo carrarese che di sotto alberga”. Il bivacco fu inaugurato il 18.05.1902, oggi di proprietà del CAI di Massa, è quindi il più antico e alto delle Alpi Apuane.
E ciò che la natura e l’uomo di buono hanno creato altri uomini hanno distrutto, è l’eterna lotta fra il bene e il male e proprio qui a queste altezze, dove il rispetto del paesaggio dovrebbe essere religioso, i mezzi moderni e distruttivi hanno avuto il sopravvento.
Il magico incanto della purezza, dato dalle linee armoniose dei profili montani, è stato spezzato fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso con l’apertura di cave su cime e crinali. Nel periodo invernale le cave “a cielo aperto” restano inattive a causa dell’inagibilità dovuta alla neve, un piccolo aiuto caduto dal cielo che mette tutti d’accordo, cavatori, imprenditori ed ambientalisti. E’anche l’unico momento in cui la montagna può dormire sonni tranquilli. Qualche volta la natura vede e provvede. Passano i minuti, gli occhi lacrimano dal freddo anche se non abbiamo la certezza che sia proprio questo il motivo, ma ci viene difficile distoglierli da uno smisurato scempio, che sappiamo quando è iniziato, ma non sappiamo quando terminerà e cosa lascerà dietro di sé.La mente corre agli amministratori degli enti locali delle Apuane e a quelli del Parco, una boccata d’ossigeno, una speranza che in futuro le cose cambieranno. Purtroppo, non vediamo ancora uomini coraggiosi che, a parole, ma soprattutto a fatti, affermino che la montagna è un bene comune e nessuno è autorizzato a trasformarla in qualcosa di privato.
foto di Pietro Marchini
continua…
