Nello scorso secolo, il sistema economico e bancario era gestito e governato da Mediobanca, al cui vertice c’era Enrico Cuccia. Uno degli uomini più fidati di Cuccia è stato Cesare Romiti. Nacque a Roma il 24 giugno 1923, era figlio di un impiegato delle Poste. Dopo gli studi di ragioneria, si laureò in scienze economiche e commerciali, mentre lavorava presso la ditta di trasporti Pasquetti come contabile. Il padre di Romiti morì a 47 anni e il giovane Cesare si ritrovò a dover aumentare la mole di lavoro per i fabbisogni famigliari. Nel 1947 iniziò a lavorare per il Gruppo Bombrini Parodi Delfino di Colleferro, di cui assumerà la carica di direttore finanziario, insieme a Mario Schimberni, un altro nome legato alla finanza italiana del ventesimo secolo. Cesare Romiti divenne direttore generale della Snia Viscosa, sempre con sede a Colleferro, che si era fusa con la sua azienda precedente. Proprio per seguire la fusione, Cesare Romiti iniziò a frequentare gli uffici di Mediobanca entrando nelle grazie del già citato Enrico Cuccia. L’eminenza grigia del sistema bancario consentì a Romiti di fare il grande salto e nel 1970 lo nominò direttore dell’I.R.I., l’istituto di ricostruzione, che fu un buco nero nel quale scomparve una parte del bilancio dello stato. Dopo qualche mese Cesare Romiti divenne amministratore delegato dell’I.R.I. e poi passò in Alitalia, la compagnia di bandiera che era l’orgoglio dell’aviazione del nostro paese. Arrivò il 1974 e in un periodo molto caldo di lotte sindacali e referendum per diritti, Enrico Cuccia caldeggiò, anzi impose, che Cesare Romiti facesse parte dei quadri dirigenziali FIAT. Nel 1976 Romiti divenne amministratore delegato, insieme a Umberto Agnelli e Carlo De Benedetti, che rimase solo pochi mesi. Sempre sotto gentile consiglio di Enrico Cuccia, il 2 dicembre 1976, al fine di assicurare liquidità alla casa automobilistica torinese, Gheddafi e la Lybian Arab Foreign Bank, acquistarono il 10 per cento del pacchetto azionario per circa 360 miliardi di lire. Erano gli anni del terrorismo, delle Brigate Rosse che avevano nel mirino i dirigenti della FIAT e il comportamento di chiusura di Gianni Agnelli verso qualsiasi trattativa sindacale, portò Cesare Romiti, con la spinta decisiva di Cuccia, al vertice della casa automobilistica, unico amministratore delegato al comando. Al fine di ridurre i costi e rientrare degli sconfinamenti bancari, Cesare Romiti pensò bene di licenziare 14000 dipendenti. I sindacati e l’allora segretario del PCI, Enrico Berlinguer, scesero sul piede di guerra e le manifestazioni bloccarono la produzione della FIAT. Come sempre accade: chi ha privilegi non lotta insieme a chi li ha perduti, quindi i quadri FIAT chiesero di poter rientrare al lavoro. In ogni caso i lavoratori furono licenziati, il ministro del Tesoro dell’epoca, Beniamino Andreatta incensò Cesare Romiti per essere stato l’uomo della svolta FIAT, quello che aveva messo alle corde il sindacato. La FIAT riprese a fare utili e lanciò nuovi modelli, chiuse lo stabilimento del Lingotto e sulla pelle degli operai licenziati acquistò in quegli anni: il Corriere della Sera, la Rizzoli, l’Alfa Romeo, la Snia e le assicurazioni Toro. Furono i “Meravigliosi anni ottanta”, come li definì Gianni Agnelli, quelli con Ghidella, la Fiat Uno, la Lancia Thema, la Y10, la Croma e la 164. Gheddafi e il fondo libico furono liquidati e gli scontri tra Cesare Romiti e Vittorio Ghidella arrivarono a un punto di non ritorno. Il primo voleva che FIAT diversificasse gli investimenti a favore delle telecomunicazioni e l’aerospaziale, il secondo che il focus restasse sulle automobili. Potete immaginare chi vinse la competizione: Vittorio Ghidella fu allontanato e proprio a causa della sua dipartita e della fine dei meravigliosi anni ottanta, il comparto auto ebbe una serie crisi. Nel frattempo lo stato italiano sovvenzionava la casa torinese con la cassa integrazione e Cesare Romiti continuava a fare acquisti, come la Galbani, la Agnesi, la Ferrarelle e l’acquisizione della Chrysler suggerita da Romiti. In quegli anni ci furono delle indagini sui fondi neri della FIAT, con i quali venivano fatte le famose acquisizioni. Nel 1992 Gianni Agnelli dichiarò di voler cedere la guida della FIAT al fratello Umberto, Cesare Romiti annunciò che non sarebbe rimasto al suo posto insieme a , Ancora una volta intervenne Enrico Cuccia che impose un aumento di capitale di 4200 miliardi e che Cesare Romiti restasse al suo posto. Di fronte ad un’offerta che non potevano rifiutare, il consiglio di amministrazione rinnovò gli incarichi per Gianni Agnelli e Cesare Romiti che restarono al comando della FIAT. Paradossalmente Gianni Agnelli si ritirò nel marzo del 1996, mentre Cesare Romiti rimase come solo uomo al comando fino al giugno del 1998, arrivando ad essere il secondo presidente più longevo nella storia della FIAT non appartenente alla famiglia Agnelli. Cesare Romiti ebbe una liquidazione di 105 miliardi di lire e varie offerte di collaborazioni, con altrettante convocazioni nei tribunali per rispondere di alle domande su un periodo di finanza creativa gestito da Enrico Cuccia, che era la mente del potere finanziario e Cesare Romiti che era il suo braccio operativo. Cesare Romiti è morto a Roma il 18 agosto 2020, alla veneranda età di 97 anni e con lui è andata via una parte di storia economica e finanziaria dello scorso secolo, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.
Cesare Romiti: “mi manda Cuccia”
