La parola labirinto deriva dal greco labýrinthos (λαβύρινθος), coniata per indicare il labirinto di Cnosso, è usata, generalmente, come metafora di un problema al quale non c’è via d’uscita. La genesi della struttura del labirinto è narrata nel mito del Minotauro. Minosse, il re di Creta, era sposato con Pasifae, una donna abile nelle arti magiche. Poseidone inviò a Minosse un bellissimo toro bianco per poterlo sacrificare in suo onore, il re cretese, però, vedendolo così bello disubbidì e lo lasciò in vita, sacrificandone un altro al suo posto. Il dio, com’era da aspettarselo, non la prese bene. A suo vantaggio giocò la passione sempre più crescente di Pasifae verso l’animale, unita al fatto che il marito non poteva avere rapporti sessuali perché, a causa di un incantesimo, giunto al culmine dell’atto sessuale invece di produrre sperma faceva fuoriuscire millepiedi e scorpioni uccidendo chiunque si accoppiasse con lui. Sfruttando la genialità di Dedalo, Pasifae si fece costruire una mucca di legno dentro la quale potè nascondersi per potersi accoppiare col toro. La copula diede vita al mito del Minotauro, mezzo uomo e mezzo toro, che, non potendo essere cresciuto alla luce del sole, fu confinato in quella costruzione intricata e dalla quale era praticamente impossibile uscire, che prende appunto il nome di labirinto. Molti secoli dopo, i romani si appropriarono del labirinto cretese e divisero il cerchio, che era il perimetro del labirinto, in quattro zone, seguendo la suddivisione delle città che, nella loro opera di conquista, andavano spesso a fondare secondo uno schema preciso e funzionale. Se andiamo ad analizzare i significati che nel tempo ha assunto il labirinto, potremmo davvero discutere per delle giornate intere sulla sua simbologia, sul concetto di viaggio attraverso i vari percorsi della mente umana o sul percorso iniziatico delle varie religioni, che a ben donde se ne appropriarono. Il cristianesimo non fu da meno: attribuì a labirinto un potere spirituale, simbolo della vita del fedele che attraverso un percorso meditativo di preghiera riesce, non senza pericoli e difficoltà, a raggiungere Dio, posto al centro dell’impianto. Anche il disegno del labirinto di Creta venne rielaborato tanto che, a parte la croce posta in mezzo, chiaro richiamo alla vicenda di Cristo in terra, le volute da sette dello schema cretese diventarono undici, cifra a metà tra i dieci comandamenti e i dodici apostoli. A volte il labirinto viene raffigurato a forma di otto, simbolo dell’infinito e della rinascita spirituale della vita eterna. Questa versione del labirinto interpretato dai cristinai esiste anche in Lunigiana e la si può ammirare nella chiesa di San Pietro a Pontremoli. Si tratta di una lastra di arenaria di poco più di 60 per 80 centimetri, esposta in una chiesa che, durante la seconda guerra mondiale, è stata distrutta dalle bombe alleate, per cui avulsa dal suo contesto storico originario. Similarmente a quanto detto sopra, il labirinto qui raffigurato è composto da dodici volute ed è sovrastato da due cavalieri speculari, anche se non sono perfettamente identici. Queste due figure sono poste una di fronte all’altra a simboleggiare la lotta tra il bene ed il male. Vicino ai due cavalieri è presente un uroboro, ovvero un serpente che, formando un circolo, si morde la coda per rappresentare la ciclicità della vita, la sua circolarità, il simbolo dell’uno e del tutto. Esiste anche una figura, ormai impossibile da decifrare a causa dei danni subiti dal tempo, ma in basso è leggibile una scritta che recita “sic curate ut comprehendatis”, tratto dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi, che tradotta vuol dire “affrettatevi per poter capire”, un chiaro invito a sbrigarsi ad affrontare il percorso per poter godere del premio finale, cioè la presenza di Dio che,, non a caso viene rappresentato al centro con la scritta IHS. Questo trigramma, o cristogramma, significa Iesus Homini Salvator, anche se qualcuno lo associa invece al celebre motto costantiniano In Hoc Signo Vinces. Venne assunto da san Bernardino nella sua rappresentazione della figura di Dio attraverso un sole con al centro le tre lettere, ma, per il timore di cadere nel peccato di idolatria, vennero aggiunti dei particolari come i tre chiodi della croce o, come in questo caso, una croce sulla lettera H. Aggiunte postume, probabilmente, visto che questo bassorilievo è databile dopo la metà del XIII secolo. Il fattore più importante è quello che vuole la sua presenza a Pontremoli, ovvero lungo una delle direttive della “Via Francigena” di cui abbiamo parlato già altre volte e che univa Roma a Canterbury. Un strada percorsa da pellegrini, per cui il labirinto stesso si riveste anche di quel significato: un percorso che il penitente o il fedele affronta per raggiungere l’espiazione dei peccati, così come rappresentato in molte delle più importanti cattedrali medievali, luoghi dove i pellegrini transitavano nel loro viaggio verso il nirvana cristiano.
Investire qualche minuto nell’osservare questo raro manufatto, ci permette di fare un tuffo nel passato e nella mentalità dei nostri antichi avi, nella loro immagine di fede, nel loro percorso di vita distante da noi solo per una questione anagrafica, ma, in realtà, molto simile per via di quelle angosce e speranze che in realtà sono le stesse di quasi mille anni fa.
