Parlando delle Apuane il primo pensiero spontaneo è quello di collegarle all’estrazione del marmo nei diversi bacini sparsi del territorio. Ma le Apuane non sono solo marmo: la vera ricchezza sta in tutto ciò che le circonda, nei monti ad un passo dal mare, nei borghi che riempiono di vita questi luoghi, nei boschi e nei torrenti, nelle pievi e nelle chiese, nelle icone marmoree, nella storia nella cultura e nelle tradizioni che hanno radici assai remote, ma, soprattutto, la più autentica ricchezza è nel cuore delle persone che ancora vi abitano e tengono in vita un instabile equilibrio. Conoscere l’ambiente in cui si vive, aiuterebbe a proteggerlo e valorizzarlo. Solo la conoscenza e la cultura sono in grado di far superare questo oscurantismo, voluto da parte di chi avrebbe il dovere di dare un impulso e uno sviluppo maggiore. Per questo motivo chi non lo conosce non può apprezzarne il valore nascosto, e, come effetto contrario, ciò che emerge dal sommerso è sempre e solo il marmo: non molto rispetto a ciò che ci circonda. Prendiamo, ad esempio, le storiche vie delle Apuane: le mulattiere, fondamentali arterie di comunicazione montana e pedemontana. Raccontare di queste strade dimenticate equivale a tornare ai tempi in cui l’uomo antico sentì la necessità di spostarsi per cercare nuovi pascoli e per comunicare con le comunità vicine. Dapprima queste vie, poco più che sentieri, erano atte al solo transito pedonale con grossi carichi sulle spalle e tempi di percorrenza molto lunghi. Numerose di queste ricalcano vecchi itinerari che si perdono nella notte dei tempi, come le arterie secondarie della via Francigena, o vie di crinale e altre che si sovrappongono sopra cammini medievali. Solo successivamente, con il progredire della civiltà e l’aumento degli scambi di mercanzia, vengono introdotti gli animali da soma e conseguentemente l’ampliamento di questi vecchi itinerari per essere in grado di percorrerli con il mulo e i carri. Chi adoperava il mulo come animale da soma era nominato mulattiere o mulattiero, ovvero colui che conduce i muli, e da questi la via prende il nome. Il mulattiere aveva molta cura dell’animale che, nella struttura familiare, era considerato un componente; una ferita oppure una malattia avrebbero potuto mettere in crisi l’intera economia domestica. Tra i prodotti più commercializzati tra le varie comunità, merita una citazione il carbone, prodotto finale della combustione della legna.
Le carbonaie, utilizzate per tale scopo, venivano costruite su piccole radure naturali del bosco oppure, se il pendio del monte fosse stato ripido, sarebbe stato creato un terrazzamento opportunamente sorretto da muri a secco. Al termine della carbonizzazione del legname, il cui processo durava circa 15 giorni, il prodotto ultimo veniva insaccato e caricato sopra i muli e trasportato verso valle per poterlo scambiare con il sale della marina o altri prodotti. La maggior parte di queste strade, sorte tra i secoli XVI e XIX, richiedevano per la costruzione manodopera esperta e un gran numero di personale impiegato nella raccolta e nella lavorazione di sassi e pietre levigate adatte alla posa del fondo stradale; in questo modo veniva creato un selciato idoneo al passaggio di animali e carri, e nel contempo il lastricato impediva il dilavamento del terreno. L’asprezza del territorio apuano imponeva di frequente un supplemento di lavoro: venivano infatti costruiti ponti per l’attraversamento di canali e torrenti, muri a secco a protezione delle frane e terrapieni di sostegno costruiti in pietra, con altezze che spesso superavano i venti metri. L’allargamento di queste vie semplifica dunque la vita delle popolazioni, e soprattutto gli scambi commerciali tra i vari borghi togliendoli di fatto da un opprimente isolamento. Le più importanti mulattiere erano quelle a lunga percorrenza che mettevano in comunicazione, attraverso valichi appenninici e apuani, diverse regioni come la Lunigiana e la Garfagnana, oppure il ducato di Massa con quello di Modena. Nel tracciato di queste vie è frequente incontrare le marginette, utilizzate da viandanti e mulattieri durante il loro cammino. Sono piccole costruzioni in pietra con tetto a doppio spiovente, usate come occasionali punti di riposo o di riparo durante i temporali. Davanti all’ampio ingresso è posta una icona marmorea raffigurante una scena del vangelo, oppure un santo protettore che aiutava il passante, attraverso una preghiera, a trovare un po’ di conforto per proseguire il viaggio. Queste importanti arterie superavano valichi che in inverno presentavano difficoltà legate alla neve e al freddo. Il pellegrino o viandante che le percorreva poteva dunque trovare riparo all’interno delle marginette, oppure conforto negli hospitali, nome che deriva da “ospes” (ospite). Questi potevano essere attigui ad una chiesa mantenendo l’originario carattere religioso, altri invece erano semplici ricoveri per viandanti.
Tracce di entrambi sono ancora visibili in alcune di queste mulattiere: al passo di Tea, lungo la via per il Volto Santo, si trovano i resti della chiesa di San Nicolao con annesso l’hospitale; superata la foce di Petrosciana, e prima di raggiungere Fornovolasco, in località “chiesaccia”, emergono dalla vegetazione le vestigia di un antico hospitale dedicato a Santa Maria Maddalena fondato dai frati agostiniani; questa importante via collegava la Versilia alla Garfagnana. Lungo un’altra importante arteria, che in seguito prese il nome di via Francigena, in località la Maddalena, si trovano i frammenti di un ospizio “locus dominorum piscopana” del XIII secolo. Oggi molti di questi itinerari sono ancora praticabili, per quanto la moderna viabilità li abbia relegati nell’oblio; alcuni si trovano in buono stato, altri accusano il trascorrere del tempo. A percorrerli si intuisce quanto il passato e il presente non siano poi così distanti. Il presente che guarda verso il futuro è e sarà sempre una lenta evoluzione del passato, scrigno questo al cui interno non sarebbe inopportuno leggervi le istruzioni.
