• Gio. Lug 18th, 2024

Diari Toscani

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Passeggiata nel Chianti con Claudio Bonci: Barbischio

DiSilvia Ammavuta

Lug 15, 2023

prima parte

Barbischio è un piccolo paese in provincia di Siena, dista tre chilometri da Gaiole in Chianti. In inverno, guardando verso la collina, sembra un piccolo presepe; in estate, quando è illuminato dai raggi del sole, le pietre delle sue case brillano sullo sfondo dei boschi che lo circondano. Appena passata l’insegna, in cui viene annunciato che si è arrivati, ci sono due strade, una che sale verso la parte alta del castello, e una che scende verso la parte bassa. Conta meno di 20 anime, sei cani, e 15 gatti. Quando la notte scende, il silenzio che lo avvolge, per chi vive in città, pare quasi irreale; gli animali che popolano i boschi circostanti sono le uniche voci che si odono e il canto del gallo che preannuncia il nuovo giorno è lo stesso canto che, di generazione in generazione, ha destato i contadini che andavano a lavorare nei campi. Quel canto porta in sé la storia, la traccia del passaggio dell’uomo sulla terra. Ma perché Barbischio e non un altro paese o borgo italiano? La scelta è obbligata: il piccolo paese medievale arroccato in collina è la terra natia di mia madre, quella dove mia nonna giunse, all’età di cinque anni, adottata da una coppia, e da qui arriva una parte dei miei cromosomi. 83 passi mi conducono per la strada leggermente in salita che mena dall’uscio di casa mia alla piazzetta antistante quella che fu la vecchia bottega del paese e che da qualche decina d’anni è un ristorante, l’ “Osteria il Papavero”.

La strada è asfaltata dagli anni ‘80 circa, prima di allora era sterrata, lo sanno bene le mie ginocchia e i miei gomiti perennemente con le croste per tutto il periodo che trascorrevo qui,  buona parte di ogni estate da ragazzina. Ogni passo mi porta indietro nel tempo e ancora più indietro desidero andare e lo farò in compagnia di Claudio Bonci, uno dei proprietari dell’Osteria il Papavero. Claudio abita a Barbischio ed è un amante della storia che lo porta a studiare, fare ricerca e curiosare in compagnia di quei “perché” bramosi di risposte. Il cammino che faremo partirà da Barbischio, ma non si fermerà qui ci sono tante storie da narrare, molteplici luoghi da visitare e… non ci resta che dare inizio a questo viaggio.

“Partire da Barbischio è corretto perché fu uno dei primi luoghi “castellizzati”, ma, come ben sappiamo, per costruire una storia sono necessari più elementi, dobbiamo fare quindi un cenno storico che ci riporti qui, partendo, però, dal primo castello storico del circondario: il castello di Montegrossi, che ha dato il nome alla stirpe Firidolfi Ricasoli. Questa stirpe nasce proprio con la costruzione del castello di Montegrossi che deriva da Montegrossoli e prima ancora da Monte di Grossolo. E chi fu Grossolo? Fu uno dei primi sassoni scesi dal nord Europa e fece edificare una fortezza, una delle più importanti a livello regionale, dopo San Miniato, per controllare il territorio toscano. Dalla torre di Montegrossi si vede praticamente tutto: Firenze, Siena, Arezzo, il monte Amiata. Era il punto più strategico. Grossolo ebbe dei figli, fra questi uno di nome Ridolfo, che, a sua volta, ebbe dei figli ai quali intestò i castelli del circondario: i figli di Ridolfo divennero i signori del territorio chiantigiano, figli-di-Ridolfo, da qui il cognome Firidolfi che si imparentarono con i Ricasoli, ed ecco perché Firidolfi Ricasoli. Quindi, tutto ha inizio da Montegrossi, il primo storico castello del Chianti. La castellizzazione, tuttavia, molto spesso, nasce su precedenti insediamenti etruschi romani, e anche Barbischio segue questa onda. Uno dei primi documenti storici risale a poco dopo l’anno mille, questo però non esclude che Barbischio sia stato costruito prima, anzi è una certezza. Barbischio è menzionato come il primo storico luogo dove si svolgeva il mercato fra castelli, proprio nella piazzetta davanti all’Osteria”.

Quella che Claudio chiama piazzetta è uno slargo, da essa parte una scala in pietra che porta al paese di sopra, accanto alla scala c’è uno sdrucciolo, anche in questo caso le mie ginocchia lo rammentano molto bene, era lì che con i bambini del paese ci divertivamo a correre dopo essere riusciti a rimediare in bottega qualche caramella al duro di menta. Poco più avanti, appena salita la scala, si arriva alla chiesina del paese. Quello che non sapevo, prima della chiacchierata con Claudio, è che la chiesa di Barbischio in passato fosse una cappella nella quale venivano, sì, svolte le funzioni religiose, ma in cui non si celebravano nè battesimi, né matrimoni, che venivano invece celebrati nelle pievi.

 Andiamo in chiesa, che non è sempre aperta, per fortuna siamo riusciti ad avere le chiavi. Pur conoscendo bene questo luogo, ignoravo che all’interno vi fosse sepolto Giovannozzo, un personaggio famoso della famiglia Pitti. A seguito di una ristrutturazione della chiesa la lapide, che era sul pavimento fu tolta e collocata su una parete. Appena usciti, sulla nostra sinistra, c’è la torre di Barbischio, altro luogo, all’epoca della mia infanzia, pieno di fascino per noi bambini e dentro il quale andavamo a giocare finché non divenne una proprietà privata e ristrutturata come civile abitazione e non potemmo più accedervi. Ci soffermiamo.

“La torre è rimasta solo una. Cosa è successo? Le torri avevano il ruolo di avvistamento militare e di difesa: quando Cosimo de’ Medici conquistò tutte le città toscane, dando vita al Granducato di Toscana, la funzione militari delle torri cessò, la difesa non serviva più perché era tutta terra comune,  e vivere d’inverno in una torre era veramente molto complicato, anche per la grande dispersione di calore che rendeva arduo poterla riscaldare; quindi, già nel ‘600, iniziarono a sbassarle volutamente per renderle più vivibili, perciò non è detto che le altre torri siano state abbattute, non è escluso che siano state sbassate e rese abitazioni, e le pietre di recupero utilizzate per altre costruzioni”. Chissà, forse le pietre di casa mia appartengano a quel periodo! Claudio annuisce a seguito della mia considerazione, e ci incamminiamo per la discesa: sette gradini e ci sediamo di nuovo davanti all’Osteria per proseguire la nostra passeggiata nel passato.

continua…