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Africa ancora in catene (prima parte)

DiStefano Guidaci

Gen 23, 2023

L’immagine che introduce questo articolo sembra quasi un souvenir: purtroppo, a mio parere, è un’icona che rappresenta una triste forma di neo-colonialismo. Questo termine richiama la storia di fine ottocento, quando le, allora, potenze europee, alla ricerca di nuovi spazi e materie prime da utilizzare, nelle sempre più attive nuove industrie, si spinsero nel continente africano, occupando militarmente vasti territori e sottomettendo le popolazioni locali, che riottennero, poi, l’indipendenza nel secolo scorso.

 Agli inizi degli anni ‘60, quando, combattendo, a volte, aspri e sanguinosi conflitti, quasi tutte le nazioni africane avevano riguadagnato l’autonomia politica, si parlò di fine di un fenomeno storico: quello, appunto, del colonialismo. In realtà, da un lato si chiuse il colonialismo degli eserciti, dall’altro, però, fu evidente che l’indipendenza politica avrebbe fatto accrescere le divisioni tribali interne. Non si combatteva più, tutti uniti, contro lo straniero invasore e sfruttatore, ma si combatteva una tribù contro l’altra. L’indipendenza economica fece crescere velocemente anche il passivo degli stati, la maggior parte dei quali entrò in un pesante deficit e, secondo molti indicatori, il debito era purtroppo destinato a diventare ancora più pesante.

Entro la fine del 2023, più della metà delle economie del continente sarà probabilmente in difficoltà per quanto riguarda il proprio passivo. Secondo diversi osservatori, solo pochi paesi, tra cui Etiopia e Gibuti, riusciranno a ristrutturare il proprio debito, per evitare il default e l’inflazione rallenterà nelle due maggiori economie africane, Nigeria e Sudafrica, con l’attenuarsi delle carenze causate dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina. Ecco così che, in questo nuovo scenario, entrano in gioco gli “avvoltoi” cinesi, che puntano gli occhi verso il “continente nero,” cruciale, non solo per le sue enormi potenzialità economiche, ma anche perché potrebbe fungere da testa di ponte verso la sfera d’influenza americana in Europa e da punto di accesso dell’esercito popolare di liberazione (con installazione di basi militari in Africa) all’Oceano Atlantico. Per ora però “gli strateghi dagli occhi a mandorla” si limitano ad offrire ad alcuni governi l’immagine del “gigante buono”, che arriva ed investe per aiutare le popolazioni locali. Ma queste ultime, col passare degli anni, accumulano sempre più debiti e dipendono ogni giorno in maniera più evidente dalla Cina che, passo dopo passo, sviluppa avamposti anche sulle coste occidentali nel loro triangolo strategico Gibuti-Sudafrica-Nigeria.

Nascono così i vari progetti cinesi che investono prima negli stati che si affacciano sull’oceano Indiano (Kenya, Tanzania, Gibuti), e, poi, penetrano sempre più verso ovest, in Sudafrica e Nigeria. Il più tradizionale degli obiettivi della Cina in Africa è l’accaparramento delle risorse naturali (energetiche e minerarie) in cambio di investimenti infrastrutturali (palazzi, binari, porti, cavi in fibra ottica eccetera) e l’ottenimento dell’accesso delle proprie esportazioni ai mercati locali. Pechino attinge alle enormi riserve africane di petrolio, litio, cobalto, rame, diamanti, prodotti agricoli e le impiega nello sviluppo economico e militare. Vedremo nella seconda parte dell’articolo, più da vicino, come ed in quali nazioni il neo-colonialismo economico cinese approfitta della povertà e talvolta anche nell’ingenuità degli africani negli affari.