Alla luce dei miei oltre 20 anni di stretta frequentazione dell’Africa equatoriale e del Kenya in particolare, nei quali ho potuto conoscere a fondo le dinamiche della situazione socio-politica di questo stato e del continente africano, ho maturato alcune considerazioni sulla maniera con cui il mondo occidentale potrebbe interagire per arginare le distorsioni economiche e politiche che milioni di persone vivono in molti paesi. Per far ciò, è necessario analizzare un fenomeno che, ormai da anni sta interessando l’Europa ed, in particolare, l’Italia: l’immigrazione.
Nel corso degli ultimi 15 anni, l’Europa ha acquistato, o meglio recuperato, una posizione centrale nella geografia migratoria globale. Prima, l’immigrazione, era un fenomeno che investiva soprattutto gli Stati Uniti e l’Australia. Ad oggi, per motivi di collocazione geografica e di struttura socio-demografica, l’Europa è, esposta a migrazioni spontanee e “indesiderate”, ma, nello stesso tempo, bisognosa di flussi selettivamente programmati. La difficoltà di far corrispondere la realtà migratoria con le aspirazioni e i bisogni strutturali, rappresenta una delle sfide centrali per il futuro delle società e delle istituzioni europee. Da alcuni anni, infatti, gli arrivi poco controllati sulle coste italiane, hanno portato ad un pesante squilibrio in questo rapporto, per cui si è cominciato a pensare di controllare meglio gli ingressi e a creare le condizioni, in base alle quali, le popolazioni africane, non vedano più l’Europa come un miraggio, e quindi comincino, col nostro aiuto, a star bene a casa loro.
I flussi migratori sono fenomeni sociologici, estremamente, complessi e non c’è una bacchetta magica per regolarli a mutuo beneficio di chi parte e di chi accoglie. Sulla base della mia diretta esperienza, posso affermare, senza dubbio alcuno, che migliori condizioni di vita, rendono meno interessante l’opzione, costosa e spesso pericolosa, di emigrare. Ciò è confermato, anche, dal fatto che la percentuale di partenze di persone appartenenti alle, pur limitate, classi agiate, sono solo il 15 per cento, mentre chi risulta avere difficoltà economiche, contribuisce alle partenze dai paesi di origine per il 70 per cento. C’è solo uno scarso 15 per cento, che fugge da guerre o discriminazioni razziali. Queste persone provengono, per lo più, da zone specifiche: Somalia, Sud Sudan o da stati caduti nella cerchia di influenza di Al- Shabab, (così si chiama, in Africa, l’organizzazione di estremismo islamico che noi conosciamo come Al Quaida) e sono quelle che devono essere aiutate senza se e senza ma.
Nell’est dell’Africa, invece, esistono vere o proprie organizzazioni a scopo di lucro, che, quotidianamente, operano in strada con un tariffario. Raggiungere Dubai, Doha e Rihad costa nove mila dollari, per l’Europa, includendo anche il visto, ce ne vogliono 200 mila. Queste organizzazioni cercano di convincere, soprattutto, i ceti più deboli, in particolare le giovani ragazze madri, che, spesso, lasciano il figlio ai nonni, che vivono ancora in zone rurali, e tentano l’avventura di un lavoro, soprattutto, nel middle east, perché è più economico arrivarci. La scarsa percentuale di ceto un pochino più abbiente, soprattutto in Somalia, si indebita spaventosamente per riuscire a raggiungere la cifra, che gli permette di arrivare in Europa, pur trattandosi di un viaggio pieno di incognite e di insidie.
Ho visto casi di organizzazioni, che potrei definire “meno disoneste”, che prendono subito il denaro, ma riescono, comunque, ad offrire, a chi cade nell’inganno, la possibilità di trovare un misero lavoro come baby sitter o lavapiatti, ovviamente in un sistema di sfruttamento. Altre organizzazioni prendono il denaro e poi scompaiono, altre, ancora, invece del lavoro, alla fine, offrono alle ragazze un angolo della strada, soprattutto a Dubai, in cui prostituirsi. I migranti che possono permettersi di scegliere l’Europa, prima di arrivare, ammesso che ci riescano, dovranno passare attraverso i maltrattamenti dei campi di concentramento in Libia e dopo nelle mani di scafisti senza scrupoli.
Sappiamo poi tutti cosa trovano al loro arrivo a Lampedusa, la porta d’Europa.
Oggi, in Italia, il dibattito politico è polarizzato fra pro o contro immigrati, ma, in base a ciò che vedo, andando avanti e indietro” tra Italia e l’est dell’Africa, come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Ad esempio, anche per aiutarli a casa loro, come io auspico, opero, mi spendo fisicamente ed economicamente, occorre distinguere alcune realtà. Se, da un lato, il nostro primo dovere è aiutare, dobbiamo essere altrettanto lucidi ed obiettivi, da renderci conto che non siamo in grado di includere nel mondo del lavoro, con una vita decorosa, tutti coloro che giungono sulle nostre coste, anche perché, nella massa, si accolgono anche delinquenti e terroristi. Mi sono spesso confrontato, in Africa, con gli abitanti del luogo sul modo con cui implementare le loro condizioni di vita, affinché i popoli africani evitino di sfinirsi economicamente, per pagare organizzazioni senza scrupoli e rischiare le loro vite. La proposta che più affascina, soprattutto, le persone mature è essere aiutati lì, nel loro ambiente, lì, dove la loro famiglia vive. Questo, dal punto di vista umano, è assolutamente comprensibile, ma da dove partire per venire incontro alle loro richieste?
Innanzitutto, come diverse indagini hanno dimostrato, per aiutarli a casa loro, dobbiamo riuscire ad includere al meglio gli immigrati che sono a casa nostra. È stato accertato, infatti, che i soldi mandati a casa dai migranti, generano più valore socio-economico degli aiuti per lo sviluppo stanziati da tutti i paesi del mondo. Nel 2015 gli emigrati africani hanno rimandato a casa 56 milioni di dollari mentre tutti i paesi del mondo hanno investito in aiuti per l’Africa 48 milioni di dollari. È evidente, quindi, che il primo modo per migliorare le condizioni economiche dei paesi africani è accogliere solo un numero di persone tali da poter loro garantire una sistemazione decorosa ed un lavoro, prima di tutto, per loro stessi, in secondo luogo per far loro incentivare il benessere nei loro paesi, attraverso il denaro che inviano a casa.
Un altro modo per migliorare le condizioni dei paesi di origine degli immigrati africani ed evitare che la gente necessiti di partire, è, sicuramente, non appoggiare più le dittature. Come abbiamo visto, ad esempio per il Kenya, molti regimi dell’Africa a sud del Sahara, ostentano forme di democrazia che, in realtà risultano essere dittature che, per evitare che il popolo “pensi troppo”, offrono un’istruzione di livello molto basso e a pagamento. Inoltre, l’assenza di diritti politico-economici per i poveri, che sono la stragrande maggioranza, è causa della loro “immobilità sociale”, che genera ulteriore miseria e povertà. Qui, purtroppo, sottolineo che questi aspetti, di sovente ignorati dagli economisti e dai politici che si interfacciano con questi paesi, spesso coincidono con gli interessi delle élite politiche ed economiche locali, perpetuando all’infinito la disuguaglianza e la discriminazione. In questo modo, gli aiuti allo sviluppo, specie nelle loro declinazioni tecnocratiche, se arrivano alle persone, non risolvono il problema, anzi aiutano quei regimi e finiscono con l’incentivare solo povertà ed emigrazione.
© Foto di Stefano Guidaci
