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Diari Toscani

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Il pranzo macabro: la strage di Bardine San Terenzo (prima parte)

DiVinicia Tesconi

Ago 17, 2022

Ordinarono polli arrosto, uno a testa, in quella scarna estate del 1944, quando era quasi impossibile reperire bestiame e le galline, se c’erano, venivano lasciate per fare le uova, non certo per mangiarle. E vollero anche ravioli al ragù, una prelibatezza, all’epoca, che si concedevano solo i ricchi e a Natale, e poi patate e insalata e fiumi di vino, bianco e rosso, delle colline del Sole, intorno a Fosdinovo e Vermouth, tanto Vermouth. Era il 19 agosto e l’unico emporio-osteria esistente tra Bardine e San Terenzo Monti, vicino a Fosdinovo, era chiuso perché, il proprietario, Mario Oligeri era rimasto solo, col fratello colpito da una forte influenza, mentre la sua famiglia, moglie e cinque figli dai quattro ai 19 anni, si erano rifugiati nella vicina fattoria di Valla, insieme a quasi tutto il resto del paese, quando si era diffusa la notizia dell’arrivo del battaglione Reder.

Faceva paura, quel battaglione, e non solo perché erano soldati tedeschi, diventati nemici degli italiani dopo l’armistizio di un anno prima, ma perché erano feroci, spietati, crudeli e armati di tutto punto. Pistole e mitraglie sempre in mano, a sicura aperta, cinturoni di pallottole e bombe a mano, pugnali infilati negli stivaletti. Reder, il maggiore che comandava il battaglione, nazista radicale e totalmente devoto a Hitler, tanto da aver scelto di continuare a combattere, anche dopo aver perso un braccio nella campagna di Russia, nell’unica mano che gli era rimasta, teneva anche un frustino, con il quale, a più riprese sferzava l’aria, facendolo schioccare sui suoi stivali, per intimorire, ancor di più, i suoi interlocutori. Reder era venuto a San Terenzo, per richiesta del tenente Albert Fischer, capo della compagnia appartenente al Genio pionieri della 16^ divisione tedesca SS “Reichsführer”, acquartierata al castello di Fosdinovo. L’intervento del “monco”, famoso per la sua crudeltà, era stato richiesto per applicare la legge Kesserling, istituita pochi mesi prima: dieci italiani per ogni tedesco ucciso. E sul ponte di Bardine, solo tre giorni prima, di tedeschi ne erano stati uccisi 16 e feriti due. Praticamente tutto il comando di stanza a Fosdinovo.

Era stato uno scontro aperto con un gruppo di partigiani: la formazione Ulivi della brigata Muccini, composta interamente da carraresi, che erano stati chiamati apposta dagli abitanti della zona, ridotti allo stremo dalle continue razzie di bestiame e di viveri imposte dal comando tedesco di Fosdinovo. In effetti, la decisione di far intervenire i partigiani era stato piuttosto discussa e sofferta. Addirittura, messa ai voti e presa solo a seguito della rabbia dei cittadini. Gli stessi partigiani provarono a mettere in guardia la gente dalla sicura, terribile, rappresaglia tedesca e, una volta, stabilito di portare l’attacco, consigliarono vivamente alle persone di abbandonare al più presto le loro case e il loro paese. Su questo punto nacquero i tragici fraintendimenti che favorirono la strage. Il fatto che l’agguato era stato compiuto da una cellula partigiana di Carrara, e che, inoltre, era stato messo in atto nella frazione di Bardine, convinse gli abitanti della vicinissima San Terenzo, di non poter essere ritenuti responsabili. Così, mentre i residenti di Bardine riuscirono a dileguarsi quasi in blocco, trovando rifugio nelle grotte di tufo intorno al torrente Bardinello, quelli di San Terenzo Monti ritennero sufficiente radunarsi nella fattoria Valla, una delle più grandi del paese, di proprietà della famiglia Barucci, situata a monte del borgo tra pergolati e meleti. La posizione leggermente sopraelevata della fattoria e la distanza dal paese, che permetteva, comunque, di scendere velocemente a recuperare qualcosa nelle case, erano sembrate buone garanzie per i civili, soprattutto donne, anziani e tantissimi bambini, che, appunto, non si ritenevano neppure direttamente coinvolti nell’eventuale, probabile rappresaglia. Mario Oligeri non avrebbe voluto lasciar andare la moglie e i figli. Aveva detto che, se dovevano morire, era meglio che morissero tutti insieme, ma sua moglie temeva che la casa venisse incendiata e i figli, ormai ragazzi, si spalleggiarono con il fatto che anche tutti i loro amici erano andati là. Così, nel pomeriggio del 18 agosto, c’erano andati anche loro. Mario era restato a casa, un po’ per curare il fratello, un po’ per un senso di estrema responsabilità, sapendo di essere l’unico servizio rimasto per gli abitanti del luogo, qualora avessero avuto bisogno di qualche cosa dal suo emporio.

La fattoria Valla, si trovava esattamente di fronte al paesino di Canova, e lì si era sistemato un commando di SS, che non aveva avuto problemi a scoprire il grandissimo assembramento che si era raccolto a Valla. Più di un centinaio di persone, infatti, si erano rifugiate lì.

Ai tedeschi importava poco o nulla se gli italiani erano del paese in cui era avvenuto l’agguato, oppure no. Per loro contava moltissimo che la punizione avvenisse nello stesso luogo in cui i loro soldati erano morti, a monito severo per chi coltivasse velleità di emulazione, e, ancor di più, che il calcolo delle persone da uccidere corrispondesse perfettamente al macabro rapporto di uno a dieci. Ma questo gli abitanti di San Terenzo non lo avevano capito.

Fonti: testimonianza di Roberto Oligeri su Youtube.