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La Toscana e il dialetto apuano (quinta e ultima parte)

DiGian Luigi Telara

Giu 27, 2022

Alle origini del dialetto

Qual è il vero dialetto ligure-apuano? Quello di Pontremoli (Apua)? Quello di Carrara? Quello di Avenza e della fascia costiera? E il dialetto di Sarzana? E il frignanese? E soprattutto, perché una lingua parlata come la lingua apuana non ha ancora codificato una propria identità linguistica e di scrittura?

I grafemi latini non sono sufficienti, e purtroppo il popolo apuano è ancora ignaro della propria identità che non è troppo confinata a livello topograficamente definito e che, ancora troppo spesso, si limita a livello di quartiere, se non di isolato. I moderni Apuani continuano ad essere degli analfabeti, almeno relativamente alla possibilità di scrivere nella loro “lingua”, della quale non ne rimane che una memoria sbiadita, per la gioia, forse, dei romani che conquistarono la zona e che ancora ridono nelle loro tombe.

È necessaria un’analisi linguistica per capire l’evoluzione e l’ingranaggio embricato tra i vari parlati, preesistenti e dominanti, e di come questi si siano evoluti a seguito di un’ulteriore dominazione successiva che ne ha causato la frammentazione. Parliamo, cioè delle “lingue latine”, successive al parlato latino, che aveva prevalso in tutto l’impero, durante i secoli dello splendore imperiale, frutto dell’integrazione tra i parlati precedenti dei vari luoghi dell’impero e quelli successivi alla dominazione romana.

Le invasioni barbariche modificarono ulteriormente il parlato, favorendo lo sviluppo, soprattutto a livello locale, delle cosiddette “lingue neolatine”, che derivavano da questo latino già maccheronico. Il latino era la lingua degli atti ufficiali (atti notarili, trattati, scuole, la lingua ecclesiastica), ma il popolo parlava in tutt’altro modo: il “volgare” era infatti la lingua usata dal popolino, dal volgo, appunto.

Le lingue neolatine volgari, si sono organizzate per diffusione, accompagnando i vari ceppi linguistici e formano il corpus delle lingue “romanze”, termine derivato dal francese e a sua volta dal latino “romanicus”. Il volgo usava il “romanice loqui”, contrapposto al forbito “latine loqui”, mentre, nel frattempo, il latino era andato dietro al volgare e ne registrava la dizione, come vedremo nell’analisi di alcuni aspetti dei testi locali in latino ecclesiastico o scolastico.

Le “lingue romanze” erano forme locali, nazionali, di latino volgare, suddivise a loro volta in un continuum romanzo territoriale, cioè la variazione diatopica, come viene chiamato questo continuum in dialettologia, secondo gli specifici vernacoli dei diversi territori, con variazioni, non solo tra paesi limitrofi, ma anche, persino, all’interno delle singole città, tra i vari rioni.

Ogni lingua ha al suo interno variazioni ulteriori. Oggi si parla di politichese, burocratese e linguaggi simili, che rappresentano la variazione linguale chiamata diastratica, cioè l’uso di diversi registri nei vari ruoli e strati sociali. Una sorta di linguaggi settoriali specifici comprensibili interamente solo agli appartenenti alla relativa categoria. Esistono poi le variazioni diafasiche, che possono essere assunte dalle singole persone (dei singoli strati), che sono quelle che ricorrono nelle varie occasioni e situazioni, che definiscono il “campo” del discorso, come può essere il parlare con la fidanzata o tenere una lezione, o fare una chiacchierata tra amici. Queste sono ulteriormente modificate dal livello di confidenza, di amicizia tra gli interlocutori e vanno dai registri di cortesia, solenni e formali a quelli più spicci, con anche cacofonia, cacolalia e blasfemia, che ricorrono nel linguaggio corrente a livelli sociali più bassi o negli ambiti familiari. Altre variazioni diafasiche dipendono dal modo usato per comunicare: a questo gruppo fa capo la variazione diamnesica, ovvero quella che contrappone l’orale allo scritto e si fonda sul fatto che non si parla come si scrive. Il tutto poi è soggetto a variazioni diatopiche che si osservano in zone limitrofe, che sono quelle che sottostanno al continuum citato. Vanno ricordate anche le variazioni diacroniche che avvengono nel tempo. Nell’insieme, una lingua viva subirà, per definizione, variazioni che “snatureranno” l’origine anche comune e lingue diverse, viceversa, si incontreranno. Una lingua morta non subisce più alcuna variazione ed è parlata solo da poche persone.

Se tutto questo ha portato nel tempo alla nascita delle lingue romanze, la progressiva globalizzazione porterà anche inesorabilmente ad una unica, pessima, conclusione. Ora non è difficile applicare queste definizioni ai dialetti che, in quanto lingue vive, saranno soggette al variare. Interessandoci di uno specifico dialetto, confinato nello spazio in un ambito piuttosto ristretto, le variazioni più importanti saranno quelle diacroniche. Con il progressivo snaturamento di un dialetto, si può così intuire che il dialetto parlato dai padri finirà con il diventare inesorabilmente una lingua morta.

Nel cercare di ripercorrere le variazioni diacroniche mi rifarò dunque principalmente al dizionario del Luciani che rappresenta l’ultima “fotografia” del dialetto carrarese, linguisticamente definita e certa, nella quale si trova codificato, ad esempio, l’uso della kappa. La grafia del dialetto carrarese è stata studiata da eminenti linguisti della zona, universitari a Pisa. La grafia non è stata seriamente considerata fino agli scritti di Auda Fucigna e Luciano Luciani e di alcuni Scrittori come Valdettari, Borgioli, i fratelli Viti, Gemignani, Cordiviola . Ci soffermeremo sulle singole pronunce e le loro difficoltà fonetiche espressive con l’intento di trovare un modo semplice (come questi Autori hanno fatto) e a parte dare delle indicazioni fonetiche in una tavola riassuntiva dei vari fonemi.

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

Nella figura una pagina del Codice Pelavicino scritto in latino ecclesiastico (scolastico).

Fonti:
Auda Fucigna, “‘L cararin” (Artigianelli, 1968)
Luciano Luciani, “Vocabolario del dialetto carrarese”, (Fondazione CRC, Carrara, 2003″