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Lo scultore che scolpiva lo scorrere del tempo: Michael Esbin

DiVinicia Tesconi

Mag 18, 2022

Era nato a New York, nel 1949 e vi aveva vissuto quando la “Grande mela” era decenni avanti rispetto al resto del mondo, soprattutto in tutto ciò che riguardava l’arte e Michael Esbin era un artista, vero. Lo era, probabilmente per genetica: la madre era una pittrice di origine rumena, che faceva l’illustratrice per riviste di medicina. Il padre era un medico. L’ambiente in cui Michael Esbin nacque e crebbe era pervaso dalla passione artistica della madre, che, sin da molto piccolo, lo incoraggiò ad usare i pennelli. “L’arte era di casa e dipingere era un’energia che si notava nel volto di mia madre e si respirava tutto intorno. A quattro anni dipingevo anch’io, facevo cose assurde, così assurde che solo il colore riusciva a trasmetterne il significato” raccontò lo stesso Esbin in un’intervista rilasciata a Filippo Rolla, curatore d’arte carrarese e amico del grande scultore. I primi studi, tuttavia, lo portarono all’università di Cincinnati, in Ohio, dove, nel 1969 si laureò in filosofia e psicologia. Il tarlo dell’arte, però, non lo abbandonava e nel 1971 lo portò a iscriversi a ben due importanti scuole d’arte newyorkesi: la School of visual arts e la New school for social research di New York City, in cui ebbe come insegnanti Richard Serra, Sol Lewitt e James Wines e al termine delle quali si diplomò in design, pittura e scultura. Il contatto con la scultura avvenne proprio nel corso di questa esperienza che lo introdusse all’espressione artistica che gli era più congeniale. Dalla creta modellata quasi ossessivamente, passò alla pietra, che subito lo affascinò. L’approccio a martello e scalpello avvenne con un materiale relativamente morbido come l’alabastro di Volterra, con il quale realizzò le sue prime sculture. Il fuoco per la ricerca della forma da plasmare e da rendere viva era, ormai, acceso e Michael Esbin continuò il suo percorso di perfezionamento come scultore, intagliando un particolare legno brasiliano, dalla durezza simile alla pietra, che facilmente reperiva nelle banchine del porto di Brooklyn. Un legno che, all’intaglio offriva una gamma cromatica variata e intensa, che rinnovava la passione per il colore già scoperta da bambino. Con quel legno, Esbin realizzò alcuni totem nei quali si alternavano parti figurative a parti geometriche. Nel 1972 Esbin conseguì il Bachelor of fine arts in Sculpture dalla Rhode Island School of design di Providence e, più o meno in quel periodo fece un incontro decisivo per la sua vita d’artista e di uomo. Nel circuito newyorchese degli scultori, conobbe Renèe Lavaggi, italoamericano originario di Marinella di Sarzana, che lavorava come assistente artigiano presso lo scultore Isamu Noguchi. Lavaggi sapeva perfettamente qual era l’unico luogo in cui veramente si poteva imparare il vero senso della scultura e non esitò a consigliare animatamente al giovane Esbin di andare a Carrara. E colpì nel segno. Nel 1973 Michael arrivò a Carrara, la terra del marmo e della scultura, con uno zaino in spalla e un sacco a pelo, e capì di essere arrivato a casa. Il suo primo obiettivo era quello di confrontarsi da vicino con il marmo e imparare dagli artigiani locali a lavorarlo. Gli unici riferimenti che aveva erano il nome di una scultrice americana, Susan Loewenherz, e l’indirizzo dei laboratori di scultura SGF, che ancora oggi si trovano a Torano, sulla via Carriona, nei quali lavorava la stessa Loewenherz. Le indicazioni per orientarsi a Carrara gliele aveva date Minoru Niizuma, scultore giapponese docente di scultura alla Columbia University, che a Carrara aveva studiato e lavorato. L’incontro con il marmo, per Michael avvenne alla SGF e i suoi primi maestri furono gli artigiani-artisti carraresi che in quel laboratorio lavoravano. Dopo il primo incontro con la capitale del marmo tornò negli Stati Uniti e ne 1975 ottenne una borsa di studio alla Rinehart school of sculpture del Maryland institute college of Art, Baltimora e nel 1977 conseguì il master of Fine arts. Ma il richiamo del marmo di Carrara era costante e nel 1979 ritornò in terra apuana, ricominciò a lavorare alla SGF e poi anche presso lo studio Nicoli e il laboratorio Figaia e pur tornando, ogni tanto in visita nella sua terra, si stabilì a Carrara e vi rimase per quasi 40 anni. Il marmo divenne la sua vita e Michael si scoprì a ripercorre le tappe dei grandissimi artisti del passato che intravedevano l’opera all’interno dei blocchi. “Quando voglio iniziare un nuovo pezzo devo prima scegliere il blocco. Non si sa mai come sarà una volta tagliato. E, naturalmente, influenza il risultato” diceva. A Carrara imparò la tecnica, quella tramandata da secoli in generazioni di maestranze che rappresentano l’eccellenza e che lui metteva in pratica sempre da solo, in tutte le sue fasi. Il marmo bianco di Carrara e quelli colorati, blu, grigi, rossi, provenienti anche da altri luoghi, ma sapientemente lavorati solo lì, diventarono i suoi materiali d’elezione: lo strumento perfetto per tradurre la sua ricerca umana e artistica, la sintesi della sua tensione filosofica volta a piegare la pietra, dura, immobile e ferma, nella rappresentazione dinamica e inafferrabile dello scorrere del tempo. Le sue opere marmoree sono fonte di straordinario stupore emotivo, anche nello spettatore privo di un bagaglio artistico atto per giudicare la scultura. Opere come “il sole tibetano” declinato in vari materiali e altrettanti colori, spesso anche abbinati nella stessa opera, o come Sunya o lo Scorrere del tempo o, ancora “Illimitato” e la “Colonna del mago” ottennero un grande apprezzamento, soprattutto dalla critica d’arte e dai grandi addetti ai lavori, e gli valsero riconoscimenti e testimonianze da parte di moltissimi grandi artisti suoi contemporanei che meritano di essere ricordate:

 “Le sculture di Michael Esbin trattano il fenomeno dello scorrere del tempo, di un ordine cosmico, della natura profonda della materia attraverso il movimento del tempo ad un livello del normale scorrere del tempo.” Jacques Magnol

Vedere un pezzo di pietra… diventare un ruscello che scorre, un oceano… è un’esperienza epifanica.”

Robert AF Tenzin Thurman (presidente, Tibet House, USA)

“…la scultura di Esbin mantiene molte qualità che esistono parallelamente alle qualità della forma affrontate dall’architetto. Questi includono le relazioni tra pieno e vuoto, trasparenza e opacità, artificiale e naturale, razionale e intuitivo, spirituale e raffinato. Ma al di là di questi vari paralleli, o incroci, forse, con l’architettura, sono affascinato dal lavoro di Esbin per una qualità del tutto singolare: la sua capacità di deliziare. Ciò avviene attraverso una misteriosa alchimia di inventiva, gioco di proporzioni, destrezza geometrica e, soprattutto, meticolosa attenzione all’artigianato e ai dettagli. Il risultato è un corpus di lavori tanto ingegnoso quanto elegante.” Richard Meier

L’artista ci dice candidamente ciò che non esiste; l’impossibile. Il suo Sole Tibetano si muove davanti a noi. Si gira sul posto. E penetriamo con calma nel suo cerchio solo per renderci conto che l’altro lato è lo stesso lato. È solo l’osservatore, il penetratore che cambia. Ne esce arricchito, stordito e felice. È un gioco, nient’altro che un semplice gioco, di vita o di morte. Come in Tibet, si potrebbe dire! Un gioco che consiste nell’innalzarsi al di sopra di se stessi, nell’entrare nell’essenza, nel nulla paradossale che dà vita. L’unica via per essere – la nostra e quella degli altri. Grazie, Michele.”Jacques Berg

La scultura di Michael Esbin è proprio così semplice ed elegante. Ma uno studio delle sue forme rivela esattamente ciò che egli intende, un significato mitologico, simbolico che ci permette di vedere il mondo e le sue leggi fisiche con un nuovo apprezzamento. Il mondo dell’arte e quello della scienza cercano costantemente di capirsi. Ma a ciascuno è impedito di capire l’altro per la mancanza di simboli concreti. Esbin sottolinea che non è sempre stato così.” Barry Edgar

Da Carrara se ne andò nel 2010, senza l’intenzione di non tornare più, anzi promettendo sempre agli amici più cari, che erano rimasti in contatto con lui, che sarebbe tornato molto presto, anche perché le sue opere erano e sono quasi tutte nei laboratori in cui ha lavorato. Si era fermato a New York per promuovere la sua scultura e, ultimamente era entusiasta sia perché una sua scultura era stata battuta all’asta da Christie’s, sia per la collaborazione con l’architetto Richard Meier, che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di una serie di opere per un grande edificio in via di realizzazione in America. Era tornato a vivere a Long Island vicino a Rockeville Center, il luogo in cui abitava da bambino. In America aveva ancora la sorella e alcuni parenti. Negli ultimi anni a Carrara, aveva manifestato dei problemi legati all’ipertensione, che tuttavia aveva sempre scrupolosamente curato. Il 26 aprile Michael Esbin è stato trovato senza vita, nella sua casa, portato via, con ogni probabilità, da un infarto che non gli ha dato neppure il tempo di chiedere aiuto. L’artista americano è stato sepolto nel cimitero di Rocheville Center accanto ai suoi genitori. Nell’ingrata e smemorata Carrara, dove è nata e dove in gran parte resta l’arte di Michael Esbin e che è stata la sua città per metà della sua vita, la notizia della sua scomparsa ha suscitato il cordoglio di molti che lo avevano conosciuto, ma pochi tributi ufficiali per testimoniare almeno un tardivo ringraziamento per aver, comunque, portato il nome della città nel mondo. Una dimenticanza a cui sarà doveroso riparare presto.

 “Quando si lavora con il marmo ogni singolo pezzo è diverso. Ogni singolo pezzo è individuale. Scegliere il blocco con cui lavorerò non è dissimile dall’incontrare un nuovo amore. All’inizio c’è curiosità. E poi, quando si taglia la pietra e ci si lavora, è proprio come conoscere un essere umano. Potrebbero esserci dei difetti da considerare e aggirare. E potrebbe esserci una bella grana che non ci si aspettava. Diventa una relazione molto intima” Michael Esbin.