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Il gennaio dei moti di Carrara: 1894 la rivolta degli anarchici

DiLuigi Giovanelli

Gen 5, 2022

I primi trent’anni del Regno d’Italia furono tutt’altro che facili, come aveva perfettamente intuito Camillo Benso, conte di Cavour, il principale artefice dell’unità del paese, quando fece notare che il passo successivo all’aver fatto l’Italia sarebbe stato il, non facile, compito di “fare gli italiani”. Gli italiani, infatti, per la maggioranza, ancora stentavano a sentirsi tali, anche perché, nelle primissime fasi post unificazione, sembravano essere solo un ampliamento del Regno di Sardegna, che si ritrovava, così, con la popolazione quintuplicata. I secoli di frammentazione politica della penisola italica avevano lasciato un’eredità di leggi diverse da ricondurre a un unico standard, di monete varie da uniformare in una sola e di terre acquisite profondamente differenti da gestire, il tutto aggravato da un bilancio statale completamente azzerato dallo sforzo bellico e da un paese con un livello spaventoso di analfabetismo, povertà e mancanza di infrastrutture. E subito, l’urgenza di affrontare la grande emergenza sociale generata dall’arretratezza economica del sud e dalla diffusione del brigantaggio. In questo clima, all’alba dell’ultimo decennio dell’ottocento, scoppiarono i moti siciliani (1889-1894), la cui eco raggiunse quasi ogni parte del paese. La rivolta era partita in Sicilia da parte delle classi popolari meno abbienti: operai, braccianti, minatori, persone esasperate dal potere coercitivo dei ceti dominanti. Il governo, guidato da Francesco Crispi, scelse il pugno duro e ordinò all’esercito di mettere in atto una feroce repressione, che si macchiò di molte stragi. La violenza delle misure, che negavano le richieste di una maggiore giustizia sociale, fece scattare forme di solidarietà ai siciliani in varie parti d’Italia. Carrara, già terra popolata e frequentata da anarchici del calibro di Mikail Bakunin, Errico Malatesta, Carlo Cafiero, non poteva restare muta davanti a un tale sopruso. Il 7 gennaio del 1894, i muri della città furono tappezzati con manifesti e imbrattati da scritte che inneggiavano alla rivolta degli operai contro le autorità, secondo l’esempio dei siciliani, e il 13 gennaio, quando giunse la notizia dello stato d’assedio messo in atto in Sicilia, venne proclamato uno sciopero di protesta. Le condizioni sociali ed economiche di Carrara non erano molto differenti da quelle delle classi popolari siciliane. Il lavoro alle cave non era regolato da leggi che garantissero orari e paghe dignitose ai cavatori, gli immensi frutti derivati dal marmo erano appannaggio di una potente e ristretta classe privilegiata poco dissimile dai ricchissimi nobili latifondisti siciliani. In più, il nuovo governo italiano aveva stabilito di estendere la chiamata alle armi anche ai nati nel 1869, portando via alle famiglie contadine braccia fondamentali per il lavoro nei campi. L’idea dei dimostranti carraresi, scesi in massa da Miseglia, Sorgnano e Bedizzano, i paesi sulle colline intorno a Carrara, era quella di fare un’adunata in città, per portare avanti la protesta al grido di “ Viva la Sicilia, viva la rivoluzione!”, ma quasi subito, appena si ritrovarono in gruppi più consistenti, decisero di tagliare le linee telegrafiche e cominciarono a costruire barricate per bloccare la via della Foce, cioè il collegamento tra Massa e Carrara. La protesta divenne una vera e propria rivolta con attacchi ai posti di guardia e ai luoghi del dazio, per procurarsi le armi e scontri a fuoco che lasciarono sul campo morti e feriti. Sul ponte di Avenza, nel confronto tra ribelli e carabinieri morirono un giovanissimo dimostrante e un militare. Il 15 gennaio un gruppo di dimostranti di Castelpoggio scese fino in città, passando di paese in paese, attraverso i boschi delle colline carraresi, cercando di sollevare il maggior numero di persone per affrontare la cavalleria del regio esercito alla periferia di Carrara. Il 16 gennaio, nello scontro tra una banda di rivoltosi di Fossola e la cavalleria morì un altro ribelle e 400 dimostranti armati di roncole e forconi si scontrò con una compagnia di soldati appena usciti dalla caserma Dogali, causando 11 morti e molti feriti. I caduti di questo scontro: Ettore Bernacca, Andrea Figaia, Giuseppe Bondoni, Ernesto Borghini, Giovanni Dazzi, Placido Bordigoni, Arturo Pezzica, Pietro Ricci, Domenico Vadini, Giuseppe Fabbricotti vennero ricordati con una lapide affissa in via Cucchiari, vicino alla caserma Dogali, nel luogo dello scontro, in occasione del centenario dei moti del 1894

Lo scontro presso la Dogali determinò l’imposizione da parte del governo dello stato d’assedio anche a Carrara. Il governo della città venne affidato a un commissario straordinario, Nicola Huesch, generale degli alpini, livornese di origine austriaca, che diede il via a forti repressioni, rastrellamenti, arresti e poi processi davanti al tribunale militare. Trecento furono gli arrestati, tra i quali c’erano duecento gli anarchici, la cui colpa era solo la loro posizione ideologica. Le condanne andarono dal domicilio coatto a 20 anni di reclusione per un totale di 454 condanne a ben 2500 anni di galera. I moti, pur avendo avuto come cuore della rivolta Carrara, passarono alla storia come moti della Lunigiana perché questa era la generica attribuzione geografica fatta dai politici e dalla stampa. A cinque mesi dalla rivolta carrarese attribuita in gran parte agli anarchici, il 16 giugno del 1894, a Roma, l’anarchico Paolo Lega sparò a Francesco Crispi che passava in carrozza. L’attentato non causò vittime perché Lega mancò il bersaglio ma fu l’occasione con la quale il governo promulgò le leggi anti-anarchiche e anti socialiste.

© Foto di Luigi Giovanelli