Il primo a portare in scena le commedie in dialetto fu, se la memoria mi assiste, Mauro Borgioli, poeta e scrittore molto apprezzato. Poi arrivò mio zio Manrico Viti. Definirlo è, a tutt’oggi, molto difficile: aveva collaborato con diversi giornali noti, come Paese sera, e aveva scritto di tutto, persino romanzi di fantascienza con lo pseudonimo di Morris W. Marble.
A me sono particolarmente care due sue opere: La lunga Cisa e i Chorus e le voci. Il primo era un romanzo che aveva come protagonista una donna del Caffaggio, Bruna, una popolana, ragazza madre in tempo di guerra: un testo crudo con un inizio che va dritto al cuore. Ogni volta che lo rileggo mi fa catapultare lì, all’imbocco del Caffaggio, con il vento dell’inverno che mi sferza il viso. I Chorus e le voci, secondo la recensione di Giovanna Bernardini è “… libro bello e terribile, libro di lacrime e sangue, di nostalgia e di morte, libro sui martiri del secondo conflitto mondiale …”. Dopo questi romanzi a mio zio Manrico venne l’illuminazione e cominciò a scrivere commedie in dialetto e allora arrivò il mitico “Cotrozi Umbè” con Mario Cacciatori protagonista, uno scricciolo d’uomo di potenza e simpatia incredibili. I due “matti” Viti, mio zio e mio padre, mi coinvolsero da fantota (ragazzina) nel cast di: “Me a rob, ma te anc pù” ( io rubo ma tu ancora di più), sempre con Mario Cacciatori, detto Caceta, nella parte principale e il grande Lauro Raffo ( noto cantante e attore carrarese negli anni ’50 e 60, n.d.r.)che interpretava lo zio prete. Furono prove estenuanti, ma risate continue. La sera della prima, il fu Politeama Verdi era pieno all’inverosimile e io ero devastata dall’ansia. Certo, avevo mio padre, punto fermissimo, in buca a suggerire, che mi dava sicurezza, ma ero comunque terrorizzata. Il sipario si aprì e la rappresentazione cominciò con due bambine – che erano Cristina e Riccarda Viti, mia sorella e mia cugina – che incrociano lo zio prete e lo salutano con un: “Buongiorno padre”. Quando toccò a me entrare in scena, venni praticamente buttata dentro. Caceta, il protagonista, doveva attraversare il palcoscenico mentre io lo apostafavo con la battuta: “Oh, d’ prima matina un bel om ‘n mez a la via!” (Oh di primo mattino, un bell’uomo in mezzo alla strada). Ma Mario Cacciatori era tutto tranne che bello e la mia battua scatenò subito una gran risata. Dalle prime file mi giunse chiaro e forte: “O Viti com t’ sen bufa!” (O Viti come sei buffa!). Erano i miei compagni di clas venuti in blocco a vedermi recitare. La loro approvazione mi diede la sicurezza che mi mancava e da quel momento non mi fermai più. Alla fine fu un successo da non credere: le signore mi fermavano per strada e mi chiedevano se conoscevo i loro figli, perché avrebbero gradito avermi come nuora! Per le tre serate di repliche, facemmo il tutto esaurito. Di seguito tornai in scena con “Orti un colp, Cotrozi Umbè!” (Ferma un attimo, Cotrozzi Umberto!) sempre scritta da mio zio Manrico, nella quale mi fu data la parte della moglie di Emilio Giorgi, conosciuto come Beri Beri da tutta Carrara. Anche quello fu un grande successo. E poi, ancora, nonostante non ne potessi più di dar retta a tutti quei matti, recitai in: “’Na gita ‘n Piana a Maz”, commedia scritta da Mario Cacciatori. Dopo il successo della prima commedia in dialetto in cui recitai venni chiamata per interpretare una scena tratta da un testo di Mauro Borgioli in diretta televisiva su Tele Toscana Nord, la tv privata locale che dava molto spazio agli spettacoli in dialetto. Mio padre ammirava molto Borgioli, nei confronti del quale, come ho capito molto più tardi, aveva una sorta di timore reverenziale. Quando Mauro Borgioli in persona mi chiamò per recitare nella sua commedia per la tv io non me la sentivo di accettare ma mio padre mi costrinse. Fu un’esperienza da pazzi: ore a provare con mio padre in cameretta e con la consegna del silenzio a tutto il resto della banda Viti. Sinceramente mi sarei buttata dalla finestra. Non lo feci solo perchè non era altissima. Quando arrivò il fatidico giorno, mi fecero il pitocco (capelli legati in un ciuffo), mi infilarono ‘na scialina (mantellina di lana) e mi mandarono in scena a interpretare una nonna che discuteva con il nipote. Appena finito, uscii dalla sala e vidi Borgioli che mi veniva incontro mentre io rimanevo pietrificata dal terrore. Il grande autore mi disse: “Brava ninì, t’ parev propi ‘na vecia!” (brava ragazzina, sembravi proprio una vecchia). Avevo 17 anni. A l’en sudisfazion! (Son soddisfazioni!).
